LIBERA

Qualche giorni fa si sono tenute le battute finali di un workshop sull’inserimento nel lavoro per i partner dei dipendenti dell’Università di Lovanio. Questa iniziativa mi era sembrata, sin dalle prime battute, davvero interessante e ancor più utile perché io ho sempre avuto molti problemi a strutturare un curriculum che parlasse di me in termini efficaci. E uno degli scopi di questi incontri era appunto quello di lavorare su CV e cover letter, sulle modalità di brandizzazione della nostra figura professionale. Insomma, tutto mirato al “come venderci” a coloro che devono assumerci. In genere, i siti di ricerca del lavoro richiedono queste etichette, ma siccome sono indirizzati a chi cerca lavoro in aziende, mi sono sempre sembrati difficili da affrontare e compilare. Perché è improbabile se non impossibile che io possa lavorare in aziende di stampo tecnico o scientifico.

L’ultima seduta che abbiamo avuto, dopo magnifici incontri in cui abbiamo lavorato su skills e motivations, è stata per me alquanto stressante perché, non ricordo ancora sull’onda di quale follia, ho deciso di rendermi disponibile, io sola, per un esperimento di colloquio. Una HR sarebbe venuta al workshop e avremmo simulato una prova di intervista lavorativa, inerente una offerta di lavoro che io avevo trovato e presentato. L’offerta di lavoro che ho scelto per la prova esiste davvero. E’ un posto di Assistant Editor alla Penguin di Londra. Dal momento che dovevo sparare, ho sparato alto. Sono abbastanza cosciente che non esiste alcuna possibilità reale che la Penguin possa assumere una persona non madrelingua inglese o comunque non me che non ho questa padronanza dell’inglese. Ma ho voluto comunque tentare la prova “falsa” perché al di là delle possibilità reali, l’intera richiesta dell’offerta di lavoro mi si addiceva alla perfezione, come poche altre volte è successo prima.

Infatti, da quando ho fatto questo workshop ho iniziato a capire che “nome” dare al mio profilo lavorativo e come cercare meglio le offerte di lavoro. Troppo tardi ahimè, visto che il paese in cui mi trovo adesso richiede per le medesime offerte la conoscenza di due lingue che sono ben lontana dall’aver appreso. Non che la cosa sia impossibile, ma è evidente che solo l’inglese non mi basterà. In ogni caso, ho in cuore molta speranza e volontà, non mi sono arresa e ho preparato la finta intervista.

Al workshop, ho notato che tutte le altre partecipanti – con cui in questi giorni ho stretto una simpatica conoscenza che, chissà, si potrà tramutare in qualcosa in più – erano davvero contente che io mi fossi lanciata a fare questa prova. Una di loro ha chiaramente detto che le era stato molto utile vedermi in azione senza dover essere lei a sentire lo stress del colloquio.

Beh, io per questo colloquio mi sono preparata una settimana intera perché non è facile parlare di sé e delle proprie esperienze lavorative, in inglese per altro. Serve sapere una terminologia corretta, sapere cosa dire e cosa non – e in questo il workshop è stato utile anche se la mia personalità ha sempre la meglio, o la peggio, su ogni imposizione.

Mi sono vestita molto al di sotto delle mie possibilità. Ho indossato un abito che amo molto, ‘preso da Bonprix, nero, un trucco abbastanza sobrio per me, orecchini piccoli, smalto grigio, calze nere con smagliature volute dal modello e stivaletti col tacco.

La HR mi ha fatto molte domande, molte delle quali me le aspettavo, altre no. Ho per esempio scoperto di non sapere cosa rispondere dinanzi al “che salario ti aspetti”, perché mi sento così in imbarazzo a “chiedere” soldi, cosa che è assolutamente un mio problema personale, che perfino dove sarebbe normale parlarne, non ci sono riuscita. Alla fine del colloquio, tutti mi hanno addirittura applaudita e fatto complimenti sulle risposte che avevo dato. La HR mi ha giusto evidenziato alcuni punti in cui forse sarebbe stato più adeguato dare risposte diverse, ad esempio non usare la parola angry quando si parla di lavoro – ma io facevo riferimento al MIO EX LAVORO e non usare la parola angry – mi si creda – è davvero difficile. Oppure, non dire che mi sono candidata solo per quella posizione perché è meglio “tirarsela” (ma in questo invece l’organizzatrice del workshop non era concorde con la HR perché secondo lei il modo in cui ho detto e spiegato che desideravo quello e solo quel tipo di mansione era stato efficace per far capire quanto ci tenessi).

Le ragazze del corso mi hanno detto che sembravo entusiasta, che addirittura sorridevo tantissimo e non ero per nulla in imbarazzo, anzi ero a mio agio ed erano sconvolte quanto anche leggermente impaurite dalla cosa – probabilmente perché si domandavano a quel punto come sarebbero sembrate loro. Molti complimenti la HR me li ha fatti a proposito delle mie conoscenze in merito all’azienda per cui mi “candidavo” perché alla domanda “perché vuoi lavorare qui con noi?” mi sono lanciata in una disamina emotivo- storica sulla prima volta che sono stata in Inghilterra e ho messo mani su un libro della Penguin, adorante. Perché ho parlato del premio Nobel di quest’anno, che è pubblicato dalla Penguin e perché mi ero studiata davvero tutto il processo di acquisizione delle firme da parte della Penguin, ma non da ora… sono anni che bramo incredibilmente di far parte di una azienda simile. Come chiunque ami leggere e abbia letto in lingua inglese. Nessuno dei presenti ha mai sentito parlare della Penguin. Per noi lettori è una casa editrice, anzi che dico, LA casa editrice perfetta.

Ottimi commenti li ho ricevuti quando – con un colpo di teatro non preparato – alla domanda “parlami delle tue precedenti esperienze di lavoro” ho immediatamente gettato in campo QUELL’ESPERIENZA, quella che mi ha rovinato la vita, trasformandola in magia. Non ha attinenza con il lavoro che sogno di fare, ho detto, ma mi ha insegnato molto su quello che sono e su quello che posso offrire all’azienda in cui potrei lavorare. E questa frase se la sono segnata tutti, l’HR e le ragazze! Perché solo in quel momento mi sono resa conto che è così, che anche nella MERDA più assoluta io ho trovato la miglior parte di me stessa.

E pensavo a cosa diceva l’oroscopo di quel giorno, che avrei trovato il modo di dare senso a esperienze del passato che avrei voluto solo cancellare, senza necessità di dover tornare indietro con la macchina del tempo. E’ stato così.

In tutto questo turbinio di feedback e di complimenti ricevuti, molti dei quali hanno confermato supposizioni che già sapevo su di me (tipo che anche quando dentro sto morendo, esplodendo, sono terrorizzata, da fuori non si vede, good to know), un commento mi ha lasciato addosso una impressione bruttissima.

L’organizzatrice del workshop ha chiesto alla HR se non fosse necessario, a livello di aspetto estetico, che io mi presentassi con i capelli legati.
A fronte dei tanti complimenti ricevuti, lo so, non dovrei legarmi al dito certe piccolezze. Ma per come sono fatta io, questa cosa è stata bruttissima. Perché accetto e capisco se mi si fa notare che non ho le competenze per far qualcosa, se non ho sufficiente esperienza e su queste cose non si può far altro che lavorare, fare esperienza e cercare di migliorarsi.

Ma i miei capelli non si toccano, PORCA PALETTA! IO COI CAPELLI LEGATI? Ma perché mai diamine? A parte che non mi piaccio coi capelli legati e d’accordo, non si va al colloquio per piacere esteticamente – a meno che tu non vada a fare la modella – ma non esiste proprio che me li lego PERCHE’ QUALCUNO ME LO DICE. Perché se non li lego, cosa è che esattamente sembro? Selvaggia, disordinata, sensuale? Aggiungo che li avevo messi in piega, pettinati e m’ero fatta pure la maschera e messo il balsamo. Erano in ordine, molto più di quanto io sia solita tenerli – dato che in genere mi piace tenerli liberi e senza troppo stressarli.

In quel momento ho sentito la mia Ombra saltare fuori e dire: “Ah sì? Vai allora, rovina tutto con una delle tue uscite pseudoribelli, diglielo chi siamo NOI e le lotte fatte per non vergognarci di cosa SIAMO!” e stavo per farlo.  Stavo per dire “tanto non li legherei mai, nemmeno se fosse richiesto per il colloquio”. Ma non l’ho detto. La parte di me che aspira a rendersi indipendente economicamente soffre troppo per potersi permettere di dare spazio all’Ombra. Per quella c’è la scrittura, per fortuna.
Ma io l’ho trovata una cosa orribile. Passi per l’abbigliamento e il trucco, lo so da me che se vado conciata da Marylin Manson a un colloquio, a meno che non stia andando a lavorare da Killstar, non sarà vista come cosa positiva. Ma i capelli? Fate tante storie alle islamiche per evitar loro di indossare veli in luoghi pubblici e vi scandalizzate se si coprono tutto, quasi anche gli occhi… e poi andiamo predicando che ai colloqui di lavoro una donna deve andare coi capelli legati?

Io li lego quando pare e piace a me. Quando ho il ciclo, quando sono sporchi, quando devo pulire casa e non mi va che mi finiscano in bocca. Ecco quando li lego. Non certo tre situazioni in cui posso dire di essere me stessa, come sarei sul posto di lavoro! Io odio queste etichette, odio queste cazzate, odio tutto di questa cosa di doversi “vendere” perché sono una persona libera – maledizione. Libera di essere quello che voglio essere e su questa cosa non ho mai tollerato niente. Per me il capello legato per far figurone ai colloqui è la metafora di una sconfitta dell’umano. I miei capelli non sono solo peli, sono PARTE DI ME. E’ come se mi dicessero “ok vai a lavoro, ma legati le mani, cuciti la bocca e fai quello che ti è richiesto nascondendo chi sei.”

Come quando si dice che i capelli dopo i 35 vanno tagliati corti perché non sta bene.
A me non sta bene tagliarli corti se non mi piaccio, se non mi so vedere. Se mi cadono o si rovinano, li taglio. dsc00830.jpgAltrimenti li lascio dove sono e li lascio liberi. Come sono io.

In tutto questo, la HR mi ha guardata con i suoi occhi cerulei sul volto magro e chiaro e ha risposto: “Mmm no, va bene così. Solo, farei attenzione alle calze smagliate.”

“Sono proprio così.”, ho detto io, mostrandole che erano disegni voluti.

Come me. Volutamente smagliata

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