L’ARTE DI ESSERE FRAGILI

L’anno nuovo non è iniziato nel migliore dei modi.

Certo, poteva andare anche peggio di così, dal momento che al peggio non vi è mai fine. Tuttavia, col passare degli anni mi scopro molto più ottimista di quanto credo e quindi finisco sempre per vedere almeno un risvolto positivo, anche in prospettiva di una sequela di cambiamenti che stanno per asfaltarmi.

Diciamo che marzo, nonostante questa ondata di ottimismo un po’ forzato, è stato comunque un mese di merda, dove tutto ciò che poteva andare male è andato male, dove mi sono sentita sprofondare in un gorgo nero di pensieri da cui sono, almeno momentaneamente, sfuggita e che penso mi attendano al varco al prossimo periodo di scoramento.

Così, quando sono riuscita a prenotare il biglietto per la rappresentazione teatrale di Alessandro D’Avenia al Teatro Palazzo di Bari, ho creduto di essere stata finalmente baciata dalla fortuna. Avevo letto di questo evento da tanto tempo ed ero ben conscia dei salti mortali internettiani che avrei dovuto fare per accaparrarmi uno dei pochi biglietti che, essendo gratis e limitati, avrebbero attirato fatalmente un incredibile numero di persone.

Il giorno previsto dal sito online per la prenotazione non mi sono persa in chiacchiere o scoraggiata e ho iniziato a trapanare il tasto F5 del mio portatile malandato, nel tentativo di accaparrarmi il biglietto prima che fosse troppo tardi.

Ero già pronta alla disfatta, che sarebbe seguita pesante come un macigno sul petto – specie visto quanto avevo investito col cuore all’idea di poter vedere uno dei miei scrittori preferiti dal vivo – quando incredibilmente ce l’ho fatta! Ci sono riuscita.  I restanti giorni di questo mese infausto hanno di colpo preso una piega positiva e per tanti giorni ho avuto dentro me il pensiero di questo evento che, nei momenti di bassi, mi ha accompagnata mattina e sera.

Ora che l’evento c’è stato – ieri sera mentre scrivo – un po’ mi sento male per aver perso questa sensazione di compagnia che mi dava il sapere che per una volta ero riuscita a ottenere qualcosa che desideravo, che per una volta non sono stata la solita sfigata che non riesce mai a fare nemmeno le cose più semplici per riuscire ad avere tra le braccia ciò che vuole – complice pigrizia, condizioni avverse e talvolta anche il gioco amaro delle pedine della storia, come sta accadendo in questi mesi.

Ma una cosa è certa. Non dimenticherò mai la serata di ieri.

Il Teatro Palazzo era gremito di gente già due ore prima dell’inizio dell’evento. Un po’ mi sentivo strana – un po’ invece lusingata – nel vedere che la maggior parte dei partecipanti era di età molto giovane. Scolaresche e insegnanti, per dirla tutta. Sapevo che se avessi avuto sedici anni oggi, avrei partecipato a una giornata simile col medesimo spirito gioioso e ansioso, come quello che si ha quando si va ai concerti e non si vede l’ora di veder spalancare quelle maledette porte che ti separano dalla persona – o dal gruppo di persone – che con la loro arte hanno animato il tuo mondo devastato e in guerra e gli hanno dato degna musica, degne parole, degno colore.

Così mi sentivo io ieri. Quando le porte si sono aperte, tutti i ragazzi e le ragazze presenti si sono messi a correre, animati dalla passione amorosa che ben conosco, di chi ama con tutto il cuore una persona che non conosce, ma della quale ha scoperto il mondo tramite i suoi libri e vuole sentirselo vivere addosso. Trascinata dalla folla in corsa, assieme ai miei compagni di questa splendida giornata, mi sono ritrovata nella grande sala del Teatro, proprio tra le prime file.

Il palco era allestito a immagine e somiglianza di una classe di liceo. Banchi e sedie ai lati, al centro uno spazio vuoto dove, come immaginavo, ci sarebbe stato D’Avenia. Tutto intorno a me c’era un’aria viva e affamata. Mi trovavo di fatto tra scolaresche di adolescenti, un mondo che per fortuna ho abbandonato col diploma. Un mondo che ho detestato, odiato e che ha nutrito il cosmo nero del mio odio per l’umanità per cinque anni, lunghi, interminabili, che hanno bucato la mia anima senza che mi fosse possibile tornare indietro alla me che ero stata prima.

Osservavo con un misto di curiosità e di sospiri questi ragazzi, ancora invischiati in quel macchinario atroce che è la scuola e mi dicevo che la me di alcuni anni fa, la me di 16 anni, avrebbe davvero apprezzato essere lì. Sapevo, per sommi capi, di cosa avrebbe parlato lo scrittore. Ho adorato i suoi primi tre romanzi e ho iniziato a leggere il suo quarto proprio in questi giorni. E come è successo per gli altri tre, anche questo ha iniziato a parlarmi e rapirmi come solo il suo modo di usare le parole sa fare. Proprio per questo, perché io ero quella bambina ferita negli anni di liceo, la stessa persona cui lui si rivolge oggi, con molti e troppi anni di ritardo per me, ma per fortuna in tempo per i tanti che sono accorsi a sentirlo e vederlo, da quando questo viaggio teatrale da lui organizzato è iniziato.

Per questo osservavo i ragazzi intorno a me con un misto di invidia bonaria, pensando alla loro fortuna. Ma anche io, dopotutto, ero stata fortunatissima a poter essere lì e non potevo negarlo. Del resto, per via delle tante batoste prese a liceo, quella parte di me non è scomparsa lasciando spazio a qualcosa di positivo, ma è sempre rimasta viva in attesa di vendetta feroce o almeno di una spiegazione al perché di tanti anni vissuti così malamente. E in fondo, me lo meritavo questo monologo teatrale portato avanti da un uomo, un insegnante oltre che scrittore, che ha preso a cuore proprio il lato disagiato, ferito e sofferente dei giovani ai quali si rivolge ogni giorno.

Quando la campanella della scuola è suonata nel teatro, dando il via alle danze, dei ragazzi – comparse si sono seduti su quei banchi, penne in mano, le luci si sono leggermente affievolite e lui è entrato.

Io, sino a poco prima di vederlo comparire sul palco non credevo davvero esistesse. Ho questa mia capacità di idealizzare le persone, anche quelle che conosco e mi piace questa mia capacità, anche se mi espone a tante ferite. Non c’è cosa più bella che innamorarsi dell’identità di persone come fossero personaggi di un romanzo infinito. Quante sue lezioni, interventi e interviste ho visto su Youtube in questi anni! Quella a Milano su Dostoevskij, pioggia di invidia per gli studenti che hanno potuto godere quel momento dal vivo, o l’intervento sulla scuola e cosa fare per cambiarla. Li ho visti tutti, recuperati pian piano, quando avevo bisogno di sentire parole di conforto, anche un po’ cariche di rabbia se vogliamo, e di passione per la letteratura, quella passione che scorre nelle mie vene e che a volte sento come anacronistica, in un mondo che pur nella bellezza del suo progresso, sta perdendo per strada il valore delle parole, non quello estetico, ma quello più profondo, che scopriamo quando riusciamo a farle risuonare nel nostro petto per ricevere la cura dei nostri mali o la risposta alle domande, o le domande giuste in un momento in cui nulla più è chiaro.

Io so che lui è in grado di fare questo, in un panorama letterario francamente deludente, dove a farla da padrone vige lo strapotere di Wattpad e la disperazione dei distopici per giovani, dove la speranza si perde in finali prevedibili. Alessandro D’Avenia è molto criticato per il suo buonismo, per le sue posizioni di tipo religioso, per l’inconsistenza – dicono – dei suoi romanzi. Io leggo queste parole e mi sembra di sentir parlare di uno scrittore che non è lo stesso che credo di percepire io.
Eppure, nessuna delle critiche a lui mosse mi ha mai sfiorata dal cambiare idea su di lui, dal credere possibile nel cuore di una persona l’esistenza di un impulso alla vita che è lo stesso che conosco anche io, che segue gli stessi percorsi, perfino gli stessi identici libri o artisti. Ritrovare menzione di Salinas, mio poeta adorato, o della straziante vicenda sentimentale di Mandelstam e la moglie, o del Delitto e Castigo, nelle sue opere. Messaggi, lasciati così, tra le righe delle sue storie, che ogni volta mi fanno balzare in aria e dire: “Non ci posso credere, anche io sono stata qui, anche io ho pensato queste cose. Non sono sola! Non le vedo solo io queste cose, non sono pazza.”

Quando leggo ciò che scrive o lo sento parlare, la voce nel mio petto che brama di poter vivere di questa passione intellettuale si risveglia. Dorme già da molto, costretta a una delusione che ancora non è riuscita a superare, benché quella luce di liberazione sia sempre più vicina, a fatica, a morsi, a graffi, ma vicina.

Per questo sapevo di dover essere lì, di dover assaporare quella fortuna, quella sera fortunata. Nel posto giusto al momento giusto. Mi sembra di sbagliarli sempre, i posti, di recente. Di non indovinare mai il percorso che potrà portarmi dove desidero. Questo perché ciò che desidero a volte è velato di nebbia e di assurde insicurezze. Ma ieri non vi era nebbia alcuna: ero al posto giusto.

Lui è apparso sul palco, tra gli applausi e ha parlato a tutti, come meglio sa fare. Il suo monologo parlava di Leopardi, della possibilità di considerarlo non come il ben noto pessimista, come ci è stato trapiantato nel cervello in anni di scuola marcia e sterile, bensì come di un poeta innamorato della vita a tal punto da trasformare ogni suo desiderio, ogni sua disfatta e ogni sua riflessione in opera d’arte. Come ognuno di noi, visse fallimenti, passioni, voglia di fuggire e di conoscere, di amare. Come ognuno di noi, non più e non meno, visse la verità della vita, lo scoprire che non tutti i desideri possono realizzarsi. E nonostante questo, l’ostinato tentare, l’ostinato capire che soffrire può essere l’antidoto alla noia, al tedio, forse anche alla morte, perché è quando ci troviamo con l’acqua alla gola in un periodo di crisi che abbiamo davvero la possibilità di capire, di capirci, di splendere un po’ di più, di assaggiare ancora la portata dei nostri desideri e di poterci credere, di poter cavalcare ancora la speranza della loro realizzazione, o se non altro di poter assaporare l’energia che questa speranza ci dona.

In tutto il suo monologo, D’Avenia parlava di Leopardi. Ma soprattutto, parlava di sé. Della sua esperienza con il poeta, con la poesia, con la vita, coi giorni del suo rapimento in cui ha compreso chi voleva essere, diventare e perché. Credo che lo sentirei, se potessi, parlare per ore. Ha un modo impressionante di cavalcare le parole, che non è proprio dell’uomo che se ne sta in una stanza a leggere e pensare per ore. Eppure lui è anche questo, non può che esser così, essendo un insegnante e uno scrittore.

IMG_20170401_211952.jpgMa nel corpo e sulle labbra di quest’uomo esiste una passione viva e fiammeggiante, che non ha rivali e che si sprigiona da lui sino ad atterrare sul pubblico che lo ascolta con un impatto potente. Indossava una camicia bianca, un pantalone elegante. Uno sguardo giovane, i capelli ricci e dorati stonavano con questo suo abbigliamento serio e ancor più mentre parlava, mi pareva che persino le parole non fossero sufficienti a esprimere questa energia aggressiva che aveva dentro. Aveva preparato buona parte dei monologhi, lasciando all’improvvisazione il ponte tra di essi. Nonostante però inseguisse la memoria nel suo raccontare Leopardi e sé stesso, a me pareva che da un momento all’altro quel suo monologo non ce l’avrebbe più fatta a contenersi. E devo dire che di questo non mi ero accorta quando avevo guardato gli interventi registrati. Era la sua presenza, la sua fisicità a lasciar trasparire ciò e mi pareva che tutti se ne avvedessero perché tra i presenti non è volata mai una mosca. Ero impressionata da questo modo di veicolare le parole, come fosse in lui più la voglia di smuovere l’aria intorno a lui, di fare una piccola guerra col suono delle sue parole.

Ci vuole forza e sicurezza per parlare in questo modo alle persone ed è una cosa che gli ho invidiato molto. Le parole per me sono sempre state armi pericolosissime da usare con cura. Proprio per questo preferisco scrivere, ma resto in silenzio, quando posso, ad ascoltare. Quando si parla, si scava nel petto di chi ascolta, le parole hanno significati immensi, raccolti in anni di esperienze. Ogni parola, detta al momento giusto, o sbagliato, crea echi, distrugge muri o li costringe a innalzarsi. Non si parla a vanvera – non si dovrebbe – con le persone che ci circondano. Ci vuole delicatezza.

Lui riusciva a essere al contempo delicato, data la materia trattata, ma anche distruttivo. Ho percepito questo ruggito sconvolgermi dentro mentre inseguiva i suoi discorsi e si lasciava rapire egli stesso dalle sue parole. Non ho mai pensato che potesse esserci uno scrittore capace di fare tanto. Non parliamo poi di un insegnante… figura da me altamente odiata, capace di farmi venire in odio persino la letteratura, che se mal raccontata è solo sterile sequela di date, opere e scarna analisi di parole svuotate di contenuto.

Mentre D’Avenia parlava, ho immaginato come sarebbe stato sentirlo parlare per altre due ore di Dostoevskij. Cosa avrebbe raccontato di lui? Cosa avrebbe raccontato della vita dello scrittore che più amo al mondo e del quale più profondamente invidio la profondità oscura e torbida dei pensieri e la sua capacità di metterli su carta in un modo così ironico e pungente?

Non mi sono sufficienti due ore. Specie se emergono in mesi e mesi di aridità. Ma anche il pensiero che esistano persone così al mondo e io non sappia dove trovarle, no! Non mi è sufficiente. Io ho bisogno di parole e di persone come lui, ma non lontane, non irraggiungibili, non risicate. Ne avrei bisogno ogni giorno e l’unica cosa che posso fare, mentre attendo di indovinare il percorso che me le farà incontrare ancora, è imparare a riconoscerle. E a non perderle, come è già stato nella mia vita.

Così, mi sarebbe tanto piaciuto imbottigliare ogni singolo istante di questa serata. Non solo le sue parole, quanto la sua energia, la sua intraprendenza nel comunicare e nel contempo risvegliare in me questo morto addormentato che, più di una volta, pensa che sia inutile risvegliarsi. Se potessi imbottigliar questa sensazione, come fa il protagonista bambino dell’Estate Incantata di Bradbury, che imbottiglia il sapore della libertà dell’estate trascorsa lontano dalla scuola e l’assapora, l’avrei fatto. Sarei salva, mi basterebbe togliere il tappo e rivivere tutto come fosse oggi.

Invece, al mio servizio, non ho la fantascienza visionaria, ma solo la memoria. Memoria che di rado mi inganna sui dettagli, sulle parole, sui colori e le forme delle cose, ma ahimè, nulla può con le sensazioni. Posso riviverle, ripensare a ciò che sentivo mentre le vivevo in prima persona, ma non mi fanno sentire viva come quando ERO in quel momento, in cui lui parlava e io pensavo a diecimila cosa, vivevo diecimila vite nell’arco di sole due ore, riprogettando mondi, ripensando errori in una luce speranzosa, riformulando desideri in modo più chiaro, più epico, più gonfio di sicurezze.

Le sue parole, la sua energia, mi raggiungevano come particelle che smuovevano il sonno e la vita addormentata che ho dentro. Già adesso, a 24 ore da quel momento, sento ancora vibrare quelle idee e al contempo farsi strada di nuovo “le mie ali nere e il mio mantello” (cit.) che divorano la memoria e mi ricordano l’abito che devo indossare domani, quello che mi serve essere pur di esistere in questo mondo vorace, che se non sei attento ti schiaccia e nemmeno ti vede. Il nero è fondamentale, per nascondersi quando serve, per essere un pugno nell’occhio della luce quando vengono meno le illusioni e mi resta la chiara esigenza di verità e di realtà delle cose.

Però se potessi imbottigliare la luce che veniva da lui, tale che di tante foto fatte ieri, nemmeno una è riuscita a venirmi senza questo alone assurdo e infuocato che lo circondava, allora penso a come sarebbe diversa la mia vita.

Non si può inventare la luce, c’è o non c’è. Io so di essere nel buio, che è per me una cosa meravigliosa, come meravigliose le persone che si incontrano qui o la solitudine, ma talvolta sogno il contrario. Un po’ la invidio, l’ammiro, perché mi fa sentire ancora più buia, mi fa vedere quanto ancora più in profondità posso scendere a capire la vita, la gente, gli eventi. Più luce, più forte e mi sembra di vederci meglio di quanto ci abbia mai visto, a scoprire nuovi labirinti, nuovi pensieri mai solcati, mai attraversati prima con la mente. Quella luce che ti trapassa e sorpassa in un istante, illumina le pareti del tuo mondo, dove tu credevi esserci appesi questi quadri, questa pendola, quelle tende, quei monili del passato, quei diplomi, quelle maschere di vetro. E invece c’è anche altro, cose che non hai portato tu, cose che compaiono e di cui non riconosci la forma o la provenienza, te ne avvedi e resti di stucco e pensi: “Ancora, voglio un altro lampo di luce, devo scoprire cos’altro c’è in questi luoghi, sulle mie pareti, lungo i sentieri inesplorati della mia via.”

Ma non è facile trovare persone capaci di veicolare questa luce in qualcosa di grande. In molti la sprecano, in molti non si accorgono di questo potere e molti altri semplicemente non producono arte, di conseguenza non hanno modo di usare questo “potere”, se così vogliamo chiamarlo, ad uso di chi come me potrebbe servirsene per creare a sua volta. Non è facile incontrare persone così, specie se permani nel buio. Come ho già detto, c’è poca gente qui con me – buona compagnia – ma per mia fortuna ho imparato a riconoscerli, anche da lontano, anche da un libro o una canzone. L’unico mio rimpianto è che, per come sono, sia io a non sapere cosa fare per farmi vedere. E forse sono io che non voglio, in realtà. La luce brucia e io ho paura.

Per ora, preferisco restare con questa memoria nel cuore, che spero svanisca il più lentamente possibile. Ho un libro qui da terminare, che mi farà rivivere i pensieri della serata di ieri. E spero altri libri, nel futuro, altre parole da parte di un uomo che stimo e di cui inseguo e desidero una luce, una energia che ha il merito di spalancare porte e liberare anime imprigionate – non solo la mia, ma quella di molti che a quanto so gli scrivono e hanno visto questa luce anche più chiaramente di me.

E’ uno scrittore. Un insegnante. E’ un uomo. E’ una persona che ha preso dalla vita e ha restituito e restituisce ciò che ha preso. Lo sa e nella sua consapevolezza persegue il suo percorso. Fortuna per me, averlo intravisto in un mondo che scompare sotto il peso di un negativo inutile, quello peggiore e che ci sta rovinando tutti: non quello che ti scava dentro e ti aiuta a conoscerti, ma solo quello che ti affossa e ti convince che non ci sia più niente da fare, che ti dovresti vergognare se ancora ti azzardi a desiderare.

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Un pensiero su “L’ARTE DI ESSERE FRAGILI

  1. Grazie per quest’articolo! Anch’io stimo molto D’Avenia,ho amato l’ultimo romanzo,tra l’altro Leopardi è il mio poeta preferito da sempre!Purtroppo lo spettacolo teatrale non è arrivato nella mia città, speriamo arrivi in futuro,grazie per aver condiviso le tue emozioni,mi hai dato la possibilità di vivere l’evento, in attesa di assistervi dal vivo 😊

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