FROZEN: LOTTARE CONTRO LA DEPRESSIONE

Quest’anno sono tornata a Disneyland e ho avuto modo di constatare, non con particolare sorpresa, che il cartone di punta delle attrazioni di questo periodo è Frozen. Da amante dei film Disney ho visto Frozen anche io, uscendone devastata in fiumi di lacrime. Faccio parte di quel milione e passa di persone che regala visualizzazioni continue al video che si trova su YT.
Notevole come col passare degli anni, cresciuto di molto il mio cinismo nei confronti della vita, riesca ancora a vedere ai cartoni Disney come dispensatori eterni dell’illusione passata e infantile della poesia e bellezza della vita. Nonostante critici moderni ci tengano a mettere in rilievo il ruolo della donna sottomessa al principe di certe storie, quello che io ci vedo, da sempre, è un modo geniale e sempre sottile di riuscire a far passare dei messaggi psicologici tali da non turbare i bambini, che di fatto del cartone vedono la fiaba, i colori e i personaggi teneri o le principesse, ma allo stesso tempo tali da far riflettere una persona della mia età. Tali, anche, da far riflettere un giorno quei bambini che, cresciuti, ritroveranno l’atmosfera della loro infanzia e comprenderanno, crescendo, la verità che si nasconde dietro l’illusione della bontà della vita.

Avevo già provato tutto questo pensando alla Sirenetta, cartone di punta quando io ero bambina, che come non mai descrive esattamente ciò che poi è successo nella mia vita. Una ragazza che sogna un mondo diverso dal suo, che lo brama, che si llude che tale mondo possa fare la differenza rispetto a quello da cui viene e finalmente lo raggiunge, con sacrifici e distacchi, proprio inseguendo un sogno d’amore. Facciamo finta di non pensare che nella fiaba originale la Sirenetta muore e concentriamoci sul senso di questo post!

Dicevo, appunto, Frozen. Rivoluzionario per alcuni, banale per altri, Frozen narra una storia, per me, bellissima e molto significativa. I soliti pedanti hanno voluto vederci la rivoluzione per la donna: una principessa che finalmente non si fa salvare dal principe bensì dalla sorella, quindi che esprime il proprio potere di donna.
Bene, io in Frozen non vedo niente di tutto questo. Una cosa la condivido però, con tali critici: l’amore non è l’argomento principale di Frozen. Infatti, l’argomento base di Frozen è senza dubbio la depressione.

Come sono arrivata a questo assunto? E’ presto detto. Seguitemi nel mio discorso.
Abbiamo come protagoniste due bambine. Anna, la bimba socievole e iperattiva, ed Elsa, la bimba creativa e mentale, più pacata e, non a caso, la più grande d’età. Giocando assieme, un giorno Anna si fa male e rischia brutto. Elsa si crede causa di questo incidente e inizia a colpevolizzarsi di questa cosa sin da tenera età. I genitori, non paghi di questo, la convincono a tenere nascosto il suo “potere”, onde evitare di fare del male a qualcuno. Il potere nel cartone animato è la capacità di ghiacciare tutto e così facendo può costruire tante cose belle ma anche fare del male. La metafora è presto detta: Elsa ha un forte senso di creatività, di vita, è una sorgente vitale, non meno di Anna, e i suoi stimoli interiori sono così forti da avere il potere di farle fare grandi cose, ma anche di ferire chi le sta accanto. Questo potere interiore è la vitalità, la parte passionale di ciascuno di noi.

A seguito del divieto di usare il potere, mannaggia alla miseria, i genitori muoiono. Non vi è bisogno di dire che, a fronte della chiara sfiga dei personaggi Disney, questa è un’altra metafora. I genitori non hanno fatto un buon lavoro su Elsa (e nemmeno su Anna, poi ci arriveremo). Già prima della loro dipartita si sono preoccupati di tarpare le ali di Elsa, seppur con tutte le buone intenzioni. Con la loro morte, sulle due bambine cala un velo difficile da gestire e capire. Restano sole, con Elsa soffocata nella sua stanza e Anna privata della sua migliore compagna di giochi.

A un certo punto, crescendo, la vita si fa strada alla porta di Elsa, suo malgrado. Si deve sposare. E’la principessa di un regno e quindi ci vuole che qualcuno lo gestisca, insomma ci vuole un contratto che determini che si sta passando dall’età adolescente all’adulta. Bene, che sia matrimonio o diritto di governo, è questione di fiaba, la metafora è chiaramente il passaggio all’età delle scelte personali e delle responsabilità. Ma Elsa non è pronta e lo sa bene. Ha paura del mondo, paura di sé, paura di tutti, paura del giudizio su di lei. Soprattutto, oltre alle sue paure, è frustrata. Ha soppresso la sua creatività. Ormai lo fa da anni, sono anni che non usa il potere, sono anni che non gioca più con Anna o con nessun altro, non vede nessuno. Non esce dalla stanza. Usa dei guanti PROTETTIVI. E non dimentichiamo che non ci sono più i genitori, che non c’è più una loro influenza regolatrice nel bene e nel male.

Come dicevo, la vita si fa strada ugualmente, perchè è così che accade anche nella realtà. Elsa si fa scoprire, un po’ per errore un po’ perché era oggettivamente impossibile non riuscire a farlo, in quanto la vita ti scopre sempre, anche quando la eviti. E qui, si ha l’apoteosi della fiaba e della metafora della depressione. Elsa scappa, terrorizzata dai giudizi, dalla società, dalla paura di potersi esprimere, dal dolore, dal senso di colpa. Perde totalmente quel minimo barlume di interesse alla vita che le era rimasto in piedi nel buio del suo castello, all’ombra di domestici e della sorella Anna (appannaggio del rassicurante passato). Scappa via e si rifugia su di una montagna innevata.

La montagna è per eccellenza simbolo di solitudine, ma anche di altezza, di inarrivabilità. Fa freddo, c’è la tempesta, la neve. Elsa si trova sola ed è così triste e insensibile agli stimoli della vita, come accade per i depressi, che il freddo non la infastidisce. E qui, con una animazione bellissima dal punto di vista estetico ma agghiacciante se ci soffermiamo sul senso, parte la canzone madre di Frozen, Let it go. Elsa è triste, è stanca di sentirsi oppressa e finalmente da sfogo alla sua vitalità, alla sua passione. Si rende conto che il potere che tanto ha dovuto tenere nascosto può fare grandi cose. Questo è ciò che accade quando impariamo a convivere con la solitudine: abbiamo modo e tempo di capire chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Purtroppo, però, questo non coincide con la guarigione dalla depressione. Elsa è ancora scottata e delusa. Si convince che questo suo potere non sarà mai accettato, che è meglio se resta sola e lontana dalla società (lontana cioè da tutti i campanelli d’allarme che la metterebbero in crisi costringendola ad affrontare la malattia, sorella compresa) e invece di usare la solitudine per fare riflessioni temporanee e tornare poi a casa ad affrontare la vita, prende la scelta più terrificante.

Non tornerò indietro, dice. Costruisce un enorme castello di ghiaccio, si veste con un abito fatto di ghiaccio (metafora ancor più terribile, anche il suo corpo smette di sentire la vita, la passione, non soffrendo il gelo dell’abito che lo copre) e nel castello si rinchiude, convincendosi che è meglio così, che questa è l’unica vita possibile per lei. Ecco così completato il percorso di depressione che, inevitabile e schiacciante, si impadronisce della sua vita. Elsa non muore, ma nemmeno vive.

La cosa che più mi lascia sorpresa di questa metafora è che la canzone Let it go, le cui parole del testo originale (ma anche le immagini a esso associate) parlano chiaramente di depressione e di rinuncia alla passione di vivere, è amatissima dai bambini. Persino io, quando l’ho sentita in filodiffusione mentre ero a Disneyland, non ho potuto reprimere un gridolino, perché l’adoro. E sono convinta che al di là della dimensione fatata del cartone, anche i bambini come me possano sentire che quella canzone è davvero molto triste. I bambini di oggi si sentono soffocati, secondo me, e non li biasimo, visto il mondo pesante in cui viviamo. In apparenza, Elsa è felice di rinchiudersi nel castello da lei creato, ma soffermandosi un attimo a pensare a cosa ciò vuol davvero dire, Let it go diventa una canzone di sconfitta, di solitudine. Certo, Let it go inteso come Lascia andare il tuo potere, la tua creatività, e mi sta benissimo. Ma dove? E come? Da sola in un castello di ghiaccio, vestita di gelo? Senza il confronto con la realtà?

Elsa ha imparato una grande lezione, la forza del suo potere vitale e creativo, ma non ha imparato che crogiolarsi nella solitudine e nascondersi al mondo non è la strada giusta per dare valore e rilievo alla sua bella personalità.

E qui, interviene Anna. Cosa rappresenta Anna per la mente di una persona depressa? Anna è il vitalismo fatta persona, è fiduciosa, istintiva, onesta, si appassiona di tutto ed è pronta anche a innamorarsi, poiché ha superato da un pezzo e brillantemente la fase di accettazione di sè stessa. Ora, lasciamo perdere che all’inizio prende una cantonata in amore. Questa è la fabia. Alla fine, è proprio Anna che si innamora e corona un sogno sentimentale, l’incontro col prossimo per eccellenza. Ma sappiamo che è Elsa il vero cuore della storia ed è per questo che sostenevo all’inizio che Frozen non è una storia d’amore. Elsa non ha alcun interesse nell’amore. Non può averne perché ancora non sa nemmeno chi è e come si faccia a vivere. Per cui chi ha detto che per una volta c’è una principessa che si salva da sola o grazie alla sorella, ma non grazie all’amore romantico, non ha colto che qui non c’era quel tipo di storia in ballo. Elsa non si deve salvare. Elsa si deve amare. Cosa che non le hanno insegnato a fare sin da bambina. Anna è sicuramente uno dei motivi per cui riesce a uscire dal castello, nonostante gli sforzi, perché Anna rappresenta (secondo me) non tanto la sorella, quindi la famiglia, quanto proprio la sua parte interiore vitalistica, che lei credeva morta (infatti Anna alla fine del cartone sembra morta… e invece si risveglia). Elsa e Anna sono i due volti dell’essere umano, portati all’estremo.

Elsa si salva da sola, decidendo di dare spazio alla sua parte vitalistica, decidendo di salvarla dal gelo e dal ghiaccio, dalla solitudine e dalle vette inaccessibili della montagna. Nella realtà, il percorso di un depresso è molto più complesso e non sempre vi è un finale così facile come quello delle fiabe, ma il bello di Frozen è anche questo, cioè che vi sia in fondo un lieto fine in cui credere.

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Un pensiero su “FROZEN: LOTTARE CONTRO LA DEPRESSIONE

  1. Bellissima analisi! Effettivamente ci sta benissimo l’analogia con la depressione e devo dire che così mi piace ancora di più. Già prima la canzone “Let it go” mi devastava dentro (del tipo che ancora oggi io non la posso sentire senza che scenda un lacrimuccia nonostante le mie piccine mi abbiano fatto imparare a memoria l’intero film!) perché comunque capisco la devastazione di Elsa, la crisi che porta al cambiamento profondo, il primo passo verso “Se”. Non è allegrissima, ma è un passaggio fondamentale per la sua crescita/evoluzione e in questo è straordinaria. In inglese tutte le canzoni danno un significato ancora più profondo al film, specialmente ora sotto la luce del tuo suggerimento di lettura.
    Bello. Grazie per aver dato da mangiare al mio cervellino 🙂

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