LA POSSIBILITA’ DI RITROVARSI

Da quando sono andata via dall’Italia, ogni volta che vi rimetto piede, capita che sempre più io non riesca a ritrovarmici.
Non che mi ci fossi trovata mai completamente (e presto dirò il perché), ma ci ho messo circa 26 anni per costruirmi una identità che, in qualche modo credo piuttosto sbagliato, mi consentisse di poter avere il mio ruolo nella società in cui mi trovavo.
E i miei sforzi hanno portato a circa il 10% dei risultati raggiunti, nel medesimo corso di tempo, dalla maggior parte delle persone che ho conosciuto nella mia vita. Un fallimento a tinte nere, ecco il precedente titolo del vecchio libro della mia vita.
La verità è che non ho mai capito tanto cosa voglia dire vivere in Italia come quando ho smesso di viverci e ho potuto guardare dall’esterno, con gli occhi increduli e malinconici di chi, di base, non si sente mai a casa propria. Come me.
E’ come appartenere per anni agli schemi di una famiglia, credere per tutto quel tempo che quegli schemi siano gli unici possibili e che fuori non esista altro. E poi un giorno, sbam, uscirne e trovarsi in un mondo di schemi differenti, e dire: “Diamine, doveva capitarmi proprio quello che palesemente non era fatto per me?”
Per l’appunto, come dicevo, non riesco più a ritrovarmici, il che non vuol dire, presuntuosamente, che non valesse la pensa esserci e viverci. Vuol solo dire che se vi facessi ritorno per sempre, ci metterei forse altri 26 anni per ricostruire quel poco che avevo e che mi facevo bastare, dato che non avevo modo di ottenere ciò che desideravo o almeno di tentare di ottenerlo.
E io non sono più così sicura di voler gettare via altro tempo a fare cose che non mi piacciono.

Per fortuna, nella mia totale mancanza di senso pratico, ho portato con me le cose che amavo ovunque andassi. E una di queste, la più grande, è qui tra la mia mano e il foglio su cui scrivo questo mio post. Ed è scrivere. Probabilmente è una passione che non mi porterà da nessuna parte, ma almeno mi rende felice.
E’ da quando sono in Inghilterra, per la prima volta nella mia vita, che sento che investire sulla scrittura potrebbe avere un senso. Certo, c’è la lingua di mezzo. Ma non dispero di riuscire a fare altri buoni passi in tal senso.
In caso contrario, ci sono pur sempre i traduttori che suppongo non aspettino altro che ricevere le 600 e passa pagine della mia quadrilogia, per sborsarmi soldi da spendere in traduzione. Ma è esattamente quello che voglio fare e lavorerò sodo, fosse anche in un supermercato (da Sainsbury, come ho sognato poche notti fa, dove sognavo di essere trattata male persino quando ero alla cassa), per farlo.
Un collega del mio ragazzo mi consigliò di tentare di tradurre personalmente i miei scritti. Non è detto che non possa farlo, ma mi fido più di un madrelingua.

In ogni caso, l’Inghilterra è per me il Paese della Lettura. Porto con me il fantastico insegnamento del patrimonio della cultura italiana che, per orgoglio, difenderò sempre. Ma il modo in cui qui si lustra e incarta l’arte, il modo raffinato e rispettoso con cui la si serve da regina e la si offre al pubblico con la patina allettante del legittimo commerciare, è per me uno stimolo.
Libri.
I libri sono ovunque qui. Nelle biblioteche, respiro della mia anima barbona al verde; nelle librerie, dove quasi mai scompare quell’allettante 3X2 che, sarà anche una trovata commerciale, ma ai miei occhi dice solo “Leggi, per favore. Ti fa bene.”; nei negozi dell’usato, dove trovo piccoli gioielli a pochi spiccioli (oggi ho trovato due romanzi, un Heinlein e un Reynolds, per due sterline) e dove ho la possibilità di crearmi una libreria personale che, seppur lentamente, spero un giorno possa eguagliare quella che mi accoglie a casa, ogni volta che torno in Italia e mi sento fuori dal mondo.
Dove voglio comprare un libro e trovo prezzi da paura. Dove voglio prendere un libro dalla biblioteca e prima devo compilare scartoffie inutili e non posso vedere con i miei occhi fisicamente di cosa dispone la biblioteca stessa. Quando torno a casa, mi vergogno di dire che tutto ciò che voglio fare è scrivere. Quando sono in Inghilterra, so che non è un desiderio da poco quello che ho. So che esiste una, anche una sola, possibilità.

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