ESAME DI STORIA DELLA CRITICA LETTERARIA: BLOODY EXAM!

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Di questo esame, si sono sempre dette peste e corna in Ateneo. Sin dai tempi in cui frequentavo, si diceva che la professoressa fosse pazza, molto irritabile, gli assistenti pure… Insomma, le premesse apparivano sicuramente non delle migliori. Io, alle voci, cerco sempre di dare un credito sufficiente, nel senso che sono sicura che i professori più “d’esperienza” ( si, anziani ecco!) amano molto lo stile e l’esposizione d’esame vecchio stile, e quindi paradossalmente se sono ragazzini iscritti oggi a mettere in giro tali voci, posso stare tranquilla sul fatto che il mio stile di studio e di esposizione orale sarà sicuramente migliore del loro. Mi sembra evidente che la maggioranza dei ragazzi che oggi si iscrivono a Lettere amino attuare lo studio a memoria o quello fatto di “abilità oratoria”, per non dire che sono abili nell’esposizione tattica e poco nella sostanza.
Infatti si laureano rapidamente, al contrario di me che ho un’esposizione da teatro dell’assurdo, ma che se potessi scrivere quanto non riesco a dire, avrei già otto lauree… Vabbé, in ogni caso io ho già spiegato più volte come funziona il passaggio di conoscenze da me e quali sono le mie convinzioni in merito, quindi non mi ripeterò, che altrimenti divento pesante. Passo alla narrazione dell’esame. Dunque, il suddetto appello è stato rimandato un gozzillione di volte per via di impegni tecnici della professoressa, quindi io attendevo di darlo a metà mese e mi ci sono ridotta oggi, dopo aver gettato sangue, polmoni, calma e serenità, nel mio miglior stile di studio disperatissimo e mattoide, prevalentemente notturno, per tutto questo tempo. Non ho chiuso occhio nelle ultime due sere e oggi alle nove ero già in Ateneo. Solito appello, solita solfa: sono l’ultima. Non è certo una novità.

Iniziano le interrogazioni degli assistenti, la professoressa ancora non si vede. Si farà viva intorno a mezzogiorno per completare le interrogazioni dei precedenti.
Intorno a quell’ora, appunto, escono dall’ufficio due ragazze di cui una incazzatissima e una in lacrime. A quel punto, arriva ed entra la professoressa, si consulta sulle due malcapitate con gli assistenti (se continuare l’esame oppure no), e infine la suddetta esce dall’ufficio e, mettendosi a mo’ di Duce in cima ai due gradini, si incazza e sbotta.
Dice che è assurdo che si presentino all’esame persone con tale preparazione infame. Che certe persone dovrebbero farsi un esame di coscienza. Che non si può attribuire Il Giorno all’Alfieri invece che a Parini. Che non si può pretendere un voto se non si è studiato un libro del programma. Che non si può pretendere di essere promossi solo perché questo è l’ultimo esame e manca una settimana alla laurea. Così dicendo, continuava a ripetere che lei non sapeva i nomi delle due ragazze che erano state interrogate, ma preferiva parlare pubblicamente (quindi smerdandole, perché a me e all’altro ragazzo rimasto da interrogare era chiaro di chi parlasse) per correttezza. E intanto guardava me, che non c’entravo una minchia! 

Fatte tali premesse, prende sotto la tipa arrabbiata, che era quella che DOVEVA laurearsi, e ci litiga di brutto. Grida, urla, improperi. La ragazza insiste, si vuol laureare, che le mettesse pure un 18, ma non la rimandasse indietro. Che parlasse con la sua relatrice, come la prenderà ora che tutto è pronto? La professoressa, nera, la rimanda, dicendoli che sì, che la sua relatrice la chiamasse pure e poi vedremo cosa pensa di Alfieri e Parini (i due, nel mentre, si rigiravano nella tomba, domandandosi che male avessero fatto quel giorno a essere citati per una situazione a tal punto scomoda). Morale: volevi laurearti a luglio? Ci vediamo nel 2014. La ragazza, rossa in volto, se ne va indignata. “Arrivederci”, esclama. La professoressa non la degna di uno sguardo e rientra in ufficio.

Entra anche la ragazza in lacrime, ammettendo che il libro che le hanno assegnato, di una professoressa per altro barese, fa schifo. Non dice proprio che fa schifo, ma è scritto male. Che non lo capisce, che è la seconda volta che prova l’esame e non ce la fa. La professoressa si calma, si eccita e appassiona in difesa della collega scrittrice, ma non sa più cosa dire quando la ragazza le fa notare che le è stato insegnato proprio in una università che scrivere usando diecimila avverbi e aggettivi in una frase semplice è assurdo e non si usa nello scritto. TOUCHE’, volevo farle l’applauso. Conosco lo stile di scrittura della professoressa in questione, sembra che stia scrivendo una poesia, solo lunga 24894 pagine. Forse e quasi certamente scrive poesie che nessuno ha mai letto. E ci sarà un motivo. Sicché, la professoressa le assegna un nuovo testo al posto dell’altro, intanto la boccia e arrivederci a luglio. La ragazza, in lacrime, se ne va.

In tutto questo, io me ne stavo bellamente seduta sui gradini, mal di testa a palla, fiori di Bach in gola e pancia vuota, mentre il ragazzo rimasto con me iniziava a sudare freddo, che pure lui si doveva laureare a luglio! Io non sapevo più che pensare, in effetti: anche ai miei occhi scambiare il Parini per l’Alfieri è una cosa che automaticamente mi dice che la tua laurea in Lettere è fuffa, è cartina per farci le canne. Ma non si può mai dire, magari la ragazza ha avuto una svista, magari a casa mentre si ripeteva le cose aveva detto bene e poi si è sbagliata in sede d’esame. Non so, è che se io fossi professoressa, da un lato mi sentirei offesa per gli errori gravi, ma dall’altro, sapendo che una persona sta per laurearsi, non me la sentirei davvero di apparire come la stronza e di rovinare e fare tragedia. Al più avrei dato diciotto, ammonendo sugli errori e sperando nel futuro. Ma capisco che c’è temperamento e temperamento. E poi non puoi pretendere l’eccellenza dagli studenti, se l’università stessa non è eccellenza. Voglio dire, è un errore grave ma porco cane… siamo forse bestie? Si sbaglia nella vita, si sbaglia. Insomma, mi è spiaciuto per la ragazza. Quella si voleva togliere dalle palle l’università, posso comprenderla…

Tornando a me, finalmente entriamo io e il ragazzo. Io non sapevo più cosa sperare, se volessi essere interrogata da lei dopo quello sclero, o dagli assistenti che, gentilezza e tutto, sono davvero molto concettosi e preparati, quindi è difficile cavarsela con un esame da poco. La professoressa sente che c’è qualcuno che porta il Foscolo (io, programma vetusto del 15-18) e fa: “Ah, lasciatemelo a me il Foscolo, basta con la questione Neoclassica (quella della professoressa poetessa)”. Poi, però, cambia idea e mi spedisce dagli assistenti!

Vado da loro, inizio l’esame, tutto bene, il triennio giacobino (domanda ultra mega preparata), molto meno bene la Chioma di Berenice, meglio l’Abate Conti. Di colpo, la professoressa, che interrogava il ragazzo, riceve una telefonata e comunica che sta lì lì per andarsene (dalla borsa le spunta un immaginario ombrellone da mare), quindi dice: ” Tu”, a me, “ti interrogo ora, poi torni dagli assistenti, che me ne devo andare!”

Mi fanno alzare, uscire e attendere ancora. Si accordano sul poveretto rimasto dentro, che a quanto pare non li soddisfa, poi la professoressa mi chiama e rientro. Altra domanda su Foscolo, dal libro della professoressa. Tutto bene, dico tutto, ho perfino occasione di parlare male del Manzoni, solo in università questi miei sogni possono avverarsi! La professoressa annuisce, concorde, ed esclama: “Brava, ti sei orientata bene. Adesso però, devi scusarmi, ma devo andarmene!”, indi alza i tacchi e se ne va!

Gli assistenti mi fanno uscire nuovamente, concertano ancora sul poveretto che nel mentre veniva spolpato alla grande, poi mi fanno rientrare e si dividono. L’assistente maschio a me, l’assistente donna al poveraccio. E lì… non so, credo sia passata un’ora.
Mi ha fatto tante di quelle domande che non saprei ripetere. Manzoni, Schiller, Lessing, Zeusi, Batteux, tutto arrotolato e invischiato attorno alla figura e alle parole del Foscolo. Winckelmann, il Laooconte ( “l’ha mai visto?” “CERTO CHE L’HO VISTO, CHE CAZZO VADO A FARE AI MUSEI VATICANI!!!”, e partono di qui domande d’arte, intendo pittorica, con tanto di frase al top “non so come lei stia messa ad arte…” . Sto messa che ne so sicuramente più di quanto ne sapevano tutti gli altri messi assieme…

No, è che a me non piace trovarmi in sede di esame e vedere che quando si sfora dall’argomento base, cosa che io spero sempre accada dato che provo molta noia a tenermi nei recinti, per giungere a nuovi porti, poi si dia per scontato che l’altro non ne sappia nulla, perché nel mio caso non è mai così. Io sono una persona di molteplici interessi, cazzo. Vado elemosinando in giro gente con cui parlarne, se non posso farlo con un professore, allora quando?
Memore dell’esame di Letteratura inglese dove io e la prof. finimmo a parlare di Letteratura Russa… Vabè, andiamo avanti.

Insomma, domande su domande, alla fine mi fanno uscire di nuovo, bevo mezzo litro d’acqua, non sapevo nemmeno come riuscivo a mantenermi ancora in piedi. Alla fine mi fanno entrare e mi danno 25. Benissimo. Ero certa che avrei avuto tale voto, non mi aspettavo di più da questo esame, francamente, difficilissimo da digerire e comprendere. E dulcis in fundo, il momento amarcord.

“E’ l’ultimo esame?”
“No. Magari!”
“Ah, quanti te ne mancano?”
“Er… un po’.”, e parte la solita spiegazione del perché me ne mancano tali e tanti, etc… E come al solito, l’assistente mi parla del progetto Ares, ‘sto progetto di cui tutti parlano ma del quale io non so niente, per i fuori corso. Vabbè, spiegano che non si tratta di agevolazioni, ma anche sì… insomma è una specie di tutorato per i fuori corso, per aiutarli a preparare gli esami. Le dico che non ho tanto bisogno di ciò, quanto di un aiuto telematico visto che non vivo in Italia e lei mi dice di tenere d’occhio il sito perché presto ci saranno novità. Good.

Infine, la gloria. La professoressa dice: “Perché, debbo dirti la verità, i programmi che prepariamo per i ragazzi di oggi sono molto più semplici di questo che hai portato e di quelli vecchi, perché i ragazzi di oggi non hanno voglia di studiare (sottinteso, e noi ci siamo rotti le palle di incazzarci per tale ignoranza) e quindi non mi sembra giusto caricare i fuori corso di programmi difficili, a maggior ragione se vogliono ridurre i tempi di laurea.”

AMEN. Morale della favola: io sono l’unica cogliona che studia tutto e tanto, nel mentre ragazzini e ragazzine si laureano senza sapere in che epoca visse Dante o senza sapere chi scrisse il Giorno. Good alla seconda! SEEMS LEGIT!

Saluto tutti, ringrazio e torno a casa. A me del progetto Ares non me ne catafotte niente, tanto più che ormai il peggio è passato (e per peggio intendo Latino e Grammatica). Ci metterò del tempo, ma i miei studi non li dimenticherò mai, né le lacrime né le gioie che mi danno, ogni volta che passo un esame, esco dall’università e mi bagno della mia sudata libertà.

Come oggi

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