LE SFUMATURE DEL VIVERE

L’impresa, per alcuni evidentemente semplice e priva di intoppi, di raggiungere il traguardo laurea, si sta rivelando sempre più difficile ed epica. Alla luce della mia nuova recente permanenza qui a Bari, immersa nel vecchio contesto amaro che ben conosco, mi rendo conto che le cose non cambiano e non sono destinate a cambiare, nella mia università.  E questo mi sprofonda sempre in una sorta di delusione concettuale, alla base della mia riluttanza reale a trovare gli stimoli per concludere. Attualmente il mio unico stimolo è quello di concludere per iniziare una nuova parentesi di vita lavorativa, ma risulta evidente agli occhi sensibili di un lettore attento che il percorso di studi, per me, ha significato e significa ancora moltissimo. Molto più di quanto si possa immaginare, molto più di quanto esso stesso meriti probabilmente, ma comunque molto più di quanto si possa supporre essere sufficiente per chi preferisce accontentarsi. Ed io non sono una di queste persone.

Il paragone con la differente ed eccellente situazione universitaria estera, ma anche il confronto con lo spessore intellettuale di gente preparata a studiare e a dare importanza al lato tecnico come quello umano delle cose, tipica caratteristica delle persone conosciute in Inghilterra, hanno decisamente trovato terreno fertile in me per portarmi nuovamente a desiderare di più, come era ai tempi del liceo, in cui, supponendo e dando per scontata, a volte erroneamente, la bruttura del paesaggio umano intorno a me, ho iniziato a desiderare di più, senza immaginare che il mio successivo step, l’università, da quel punto di vista si sarebbe trasformata in una delusione ben più grossa.

Gli anni passano, e la mia vita, rinchiusa in una difficile situazione di mancanza di indipendenza, chiede velocità, rapidità. Chiede di chiudere questa parentesi senza troppa filosofia e di passare allo stadio successivo. Ed io ci provo, ci provo costantemente. Ma le sfumature del vivere per me sono ineliminabili. Le sfumature del sentire, il peso che parole e azioni acquistano, la loro luce, la loro prospettiva. Per me tutto ha un senso, anche star seduta una notte intera in un aeroporto inglese, fra indiani, spagnoli, e gente dal linguaggio per me incomprensibile. Tutto ha senso, e un perchè.

Cos’è la mia, se non delusione, per quanto si mostri perpetuamente e continuamente brutta e ripugnante la mia fottuta università? Sarò specifica, io devo dare molti esami, devo sostenerli nel migliore e più rapido dei modi. Studiare molto, in poco tempo, presentarmi agli esami e concludere, sperando di non dovermi mai accontentare, cosa che come ho detto odio fare. Quello in cui mi imbatto costantemente è una totale chiusura, è una polvere di dispiacere e di frustrazione di quel posto. Ogni volta che vi metto piede e respiro l’aria fresca della mia università, mi rendo conto di quanto sia bella e inutilmente triste.  Le mie esperienze di esame, specie quelle che si concludono male, ahimè, sono sempre traumatiche. Mi fanno sentire sconfitta.

Io sono sconfitta da me stessa e dal mio troppo vivere le cose, dal mio troppo viverle intensamente. E anche nelle piccole cose mi rendo conto che il mio più grande pregio, in questo caso e in molti altri, si trasforma in un muro che non viene apprezzato, ma diventa solo un ostacolo.

Da tempo seguo un forum in rete in cui altri studenti espongono le proprie opinioni sui vari esami, professori ed esperienze assortite di università. Puntualmente, i resoconti degli esami si rivelano riassunti in non più di due righe in cui lo studente di turno elenca cosa è stato chiesto, e a malapena aggiunge altri dettagli. Alcuni si lamentano, altri spargono terrore con notizie infondate, altri invece si disperano e piangono miseria. Da quando seguo questo forum mi sono presa la briga di intervenire, sia che io sia andata bene che male, per descrivere nel dettaglio la mia esperienza, non solo alla luce delle domande fatte ( cosa ti viene chiesto all’esame è unicamente una parte del tutto), ma anche e soprattutto alla luce dell’esperienza umana tenutasi durante l’esame, il clima, il rapporto con professore e assistenti, il grado di umanità del professore o di disponibilità al dialogo, insomma tante variabili che rendono, come evidente, un esame orale ben diverso da quello scritto. Nell’esame orale si pensa di poter dialogare di un argomento, e come giustamente è stato fatto notare da molti, chi ha capacità verbali consistenti, è anche in grado di coprire lacune di conoscenze in modo scenico. Ma allo stesso modo, intervengono fattori umani imprescindibili, che non possono essere dimenticati nel momento in cui si giudica uno studente interrogato. Esclusi dal mio esempio coloro che non hanno affatto studiato, ed io non sono in questa categoria perchè altrimenti all’esame non mi presento affatto, esiste una categoria di persone che si agita, una categoria di persone per cui il dialogo con un’altra persona che si pone in una posizione di superiorità, più o meno evidente, ha un ruolo, ha una sfumatura di differenza.

A me pare che nel forum in cui scrivo, la gente ignori totalmente l’esistenza di questo mondo altro, esoterico, in cui si dispiegano i funzionamenti dell’intero schema di rapporti umani. Ok, all’esame hanno chiesto questo, questo e questo. Si, ok, non era facile ma niente di difficile. Questo è il tenore della gente che scrive su quel forum. Ed io che cado dal pero, penso: – Ma io sono iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia! Possibile che la componente descrittiva di elementi iscritti in questo posto sia pari alla componente descrittiva di un bambino di quinta elementare? Anzi un bambino di quinta, preso dal potere immaginativo della meraviglia del nuovo, saprebbe essere sicuramente ben più ampio nelle sue descrizioni.

Basita da ciò, mi appresto a scrivere sul forum della mia esperienza, per nulla avara di dettagli, di impressioni, per nulla critiche ma assolutamente oggettive sul professore, la materia d’esame e lo svolgimento dell’esame, con tutto che, essendo andato male, potrei star li a lamentarmi e dire che è uno stronzo, quando invece non è affatto vero, perchè purtroppo mi conosco abbastanza bene da sapere quali sono i miei problemi nella esposizione orale. E nel momento in cui esprimo la mia perplessità per la mancanza di descrizioni altrui delle proprie esperienze, quasi come vi fosse una sorta di gelosia a sprecare parole in più, ecco che vengo attaccata da una o più persone che mi fanno chiaramente capire che se non mi sta bene, posso anche andare a cercare informazioni altrove.

Ma che razza di gente frequenta quel posto? Che razza di gente? Questa è l’umanità che vi insegnano i libri, questa è l’apertura mentale che essi vi procurano? Cosa studiate a fare? Per insegnare? E allora in un ciclo infinito, posso affermare con sicurezza che siamo spacciati. Io comprendo, ormai chiaramente, che chi si iscrive a Lettere in Italia non vuole quasi mai scrivere o lavorare nel mondo editoriale ma piuttosto insegnare. Sono io che ho frainteso forse il senso della mia università, ma come è noto non esistevano nè ora esistono qui corsi di studi universitari che vadano a sviluppare quel lato della produzione umana, quella letteraria intendo. Ma non penso di essere nel posto sbagliato quando apprendo da ciò che studio molte e molte più cose sulla vita umana, sui perchè delle cose. Io quando leggo un libro di università sono schifata al pensiero di dover andare all’esame ad esporre la pappardella, dovendo ricordare precisamente date, citazioni di libri scritti da professori, e questo nozionismo pedante e classificatorio. Io leggo i libri per amore e questo essi mi insegnano sempre. E ora ovvio, si dirà: – Va bene, ma non puoi fare entrambe le cose e smetterla di rompere il cazzo con questo discorso?-

Io non rompo il cazzo. Ma quando ti trovi a dover sostenere esami con professori che sono evidentemente stanchi e delusi a loro volta, che maldispongono al dialogo, un po’ perchè prevenuti, un po’ perchè la distanza di età fa molto nel dialogo fra due persone ( se ne accorge bene anche un qualunque ragazzo con i propri genitori che le differenze generazionali hanno un peso psicologico), per quanto mi riguarda… io sento tutto questo. E mi blocco. E non sto conferendo la colpa a nessuno, sia chiaro, se non a me stessa che come pretendo da uno stupido forum un minimo di descrizione psicologica delle cose, allo stesso modo pretendo un rapporto umano e di scambio con le persone con cui sostengo esami.

Quando ho dato l’esame di Letteratura Inglese ( non a caso il più bell’esame che abbia mai sostenuto, il 27 più goduto, sperato, sognato e vissuto mai esistito) , questo è successo. E’ successo con una professoressa molto preparata, con cui siamo finiti a parlare di Letteratura Russa. E d’accordo, non pretendo che si finisca sempre a parlare di questo, sarebbe un sogno per me, ma è la prova tangibile che, a parità di mia umana e intrinseca capacità di studio ( io non ho mai avuto un metodo purtroppo, studio ad intuito e il mio modo non è cambiato nel tempo), la differenza è fatta realmente dal contesto d’esame. Per questo poi mi incazzo quando nel forum nessuno riesce a descrivere minimamente cosa realmente accade. Il potere immaginativo va a farsi friggere, ed io non sempre posso andare a sentirmi gli esami prima di sostenerli. Quindi uso il forum come arma in più non per difendermi in toto dall’effetto sorpresa, ma perchè è umano voler conoscere e sapere di più su ciò che si sta per fare. Come quando si va in vacanza, no? Si vuol leggere di più per essere preparati sul luogo da visitare. Stessa cosa per me.

Per me tutto è importante, tutto è vivere. Le emozioni, le sfumature, i piccoli dettagli. La vita espande significativamente il suo senso nello spazio e nel tempo quando è possibile leggerla a 360 gradi, eppure mi sembra di essere in un mondo monodimensionale, dove tutto e piatto e se non sei piatto anche tu, allora vaffanculo tu e i tuoi inutili problemi!

Leggo uno dei libri d’esame, è un saggio di Todorov, filosofo del linguaggio fondamentale nella diffusione delle opere dei formalisti fuori dai confini della Russia marxista . Racconta la sua esperienza da ragazzino e, incredibile, dice esattamente ciò che ho detto io. Ora Todorov è direttore del Centre de recherche sur les arts et le language di Parigi. Ma quando aveva la mia età, o poco meno, era un poveraccio incompreso che preferiva avere a che fare coi libri che con le stupide complicazioni dei rapporti umani ( non sto inventando, lo dice lui nel saggio), e che col tempo si è rivelato profondamente deluso dall’Università, per quanto egli stesso fosse amante della materia per cui ha dato la vita.  La cosa che mi fa davvero pensare è quel paragrafo in cui racconta di essersi sentito davvero deluso e offeso quando, nel tentativo di aiutare i suoi figli con i compiti a scuola, si vedeva recapitare i poveretti con voti molto bassi, perchè quello che era il suo approccio con la materia era stato ovviamente inadatto al contesto del tutto nozionistico e pedante dell’insegnamento impartito dalla scuola.

Ecco come mi sento io quando do un esame, sia che lo passi sia che non. Offesa. Delusa. Nessuno più di me desidera la laurea e non soltanto per iniziare a lavorare, non perchè potrei avere una qualunque laurea. Ma questa nello specifico e nessun’altra al mondo è fatta per me. Ed io fallisco miseramente ogni giorno, per quanto ci provi e mi tappi naso e bocca, a prendere la sua forma, ma la mia forma prevale, malvagiamente affossandomi. La mia forma è dare il senso alle cose.

Tutto questo però sembra averne molto poco.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...