CASA

Passare il tempo ad osservare al microscopio l’esistenza e la vita umana. Se avessi fatto la biologa almeno a qualcosa sarebbe servito tutto questo. Questa mente assolutamente analitica, assolutamente in cerca del dettaglio più piccolo e nascosto dietro montagne di buio. Avrei scoperto nuovi animali, nuove forme di vita, nuovi virus, magari anche qualche cura fantasmagorica e le aziende farmaceutiche mi avebbero ricoperta d’oro per averla.
E invece no, la lente di ingrandimento è piantata sul mio inutile terzo occhio, e serve solo ad ingigantire quel che vedo della vita che vivo. E siccome sono miope, quel che vedo non è neanche quel che è.
Mi mancava parlare con la mia amica tornata da Milano. C’è sempre dell’ottimismo nelle sue parole che mi fa pensare che le cose si possano aggiustare. Anche in una situazione così buia come quella attuale.

Quando ero piccola, ricordo di aver seguito i miei genitori nei salotti delle case dei loro amici per anni. Mi divertivo ad osservare i diversi modi in cui le famiglie avevano ammobiliato le stanze, mi perdevo fra statue, vasi, intercapedini, tende e visioni lontane di finestre che non rivedrò mai più. Tavolini di vetro bassi con i cioccolatini, grandi tv color, lampadari dorati e barocchi, e tante cose da comprendere, che io ovviamente non capivo. E pensavo che la vita consistesse proprio in questo: studiare per poi lavorare, per poi comprarsi una casa da far vedere agli amici, arrendando un salotto e fornendolo di cioccolatini per gli invitati.

Nella mia casa il salotto è spoglio, solo un grosso divano. Una grossa tv infilata in una parete piena di statue e vasi ( mia madre pensa sempre di vivere in una continua ricerca archeologica di pezzi paccottiglia venduti in enormi quantità nei luoghi turistici). Si affiancano con evidente indifferenza totale un Anubi gigante, una Venere senza braccia, due puttini volgarotti di bronzo, piatti fintamente etruschi, bambole di porcellana tutt’altro che rassicuranti, e numerosi pezzi di argenteria mai usati. Per il resto, nel salotto di casa mia non c’è niente.
Tanto qui non viene mai nessuno. I cioccolatini sono in camera mia, e li mangio io, unica invitata in questa casa, attualmente estranea nelle ore notturne. E poi nessun’altra persona. Non ci sono invitati, non ci sono amici per i miei genitori. Qui non c’è niente.

Io non voglio vivere cosi. Non voglio non avere amici, non voglio non avere qualcuno a casa mia, e non voglio vivere in una stanza dove ci si dovrebbe ritrovare e invece ci si perde nel silenzio. Io voglio rumore, casino, fracasso, risate, racconti, calore, e voglio vivere in un posto che non sia un museo di tristi ricordi ma una pinacoteca di bei momenti che vivrò solo e soltanto in questa vita, l’unica possibile.

Vorrei poter invitare la mia amica e sapere che tornerà a casa contenta di essere stata con me. Invece mentre mi avvio a casa da sola, questa notte, attenta ai rumori silenziosi dei giardini che affianco a passo spedito, penso alla possibilità che i miei genitori hanno sprecato di farmi sognare che la vita potesse essere cosi dolce e semplice. A volte non li capisco, a volte mi addolorano, a volte mi sento in colpa, non capisco cosa succede qui. Non capisco mai.

Altre vite in altre case, in altri mondi.
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