A PERFECT CIRCLE, ANVERSA

Nella lunga lista di concerti cui ho assistito, l’assenza di un nome fondamentale ha sempre fatto sentire il suo peso nel corso di questi anni. Ho conosciuto gli A Perfect Circle per purissimo caso, come sempre accade quando incontro la miglior musica e i migliori libri, perché ai tempi andati – in epoca pre-internet – acquistai un giornale di musica al quale era allegato un disco di tracce sponsorizzate. E tra quelle canzoni, ce n’era una loro. Trovatami poi da Feltrinelli, acquistai a tipo cinque euro l’album originale Mer De Noms, la loro prima opera.

E fu amore a primo ascolto. In quell’album, da allora e per sempre credo, annovero alcune tra le mie canzoni preferite al mondo, nonché forse quella che metterei in cima alla lista di canzoni amate di sempre – quella che penso mi descriva meglio – della quale lascio qui il video per chi volesse averne un ascolto.

Ho continuato a seguirli nel corso del tempo, anche se non sono stati mai una band molto prolifica. Tutti i membri fanno parte di altri gruppi e di tanto in tanto, quando il chitarrista Billy Howerdel produce della musica interessante, se il cantante è libero e volenteroso – e spesso non lo è per carattere bizzarro – allora iniziano a produrre canzoni per nuovi album. Nella pratica, dopo due album molto oscuri prodotti nel giro di poco tempo, è seguito un terzo album, E-Motive, tutto fatto di cover, tra cui spiccava la magistrale Imagine di Lennon in chiave dark.

Poi il silenzio per molto tempo, sino all’uscita della Greatest Hits, contenente un solo nuovo brano – fantastico – By and Down. E quest’anno, finalmente, Eat The Elephant, nuovo album con sonorità molto sperimentali, diversissime da quelle dei primi album, sonorità che molti fans non hanno apprezzato proprio per via di questa diversità dai loro esordi.

A me, che l’album fosse diverso, poco importava. Perché avevo in mente una sola grande certezza: stavolta non mi sarei fatta sfuggire il concerto. Ora che mi trovo in Belgio e vicino ad Anversa, tendenzialmente ho la possibilità di assistere più spesso ai concerti che mi piacciono e sopratutto in maniera meno sbatti dei vecchi tempi, quando era necessario prender treni di svariate ore, dormire in stazione e fare viaggi apocalittici dal sud Italia al Nord… Non che io disdegni quei ricordi, anzi li ho sempre nel cuore come i giorni più belli della mia vita, o di certo alcuni tra i più belli. Ma il fatto di doversi sbattere fisicamente per andare a un concerto è un concetto su cui io posso ricamare romanticismo e farlo bene, MA esiste gente, molta gente, che i concerti li ha dietro casa e a un’ora di treno e di tutti questi casini non conosce ombra o spettro. In parole povere, l’idea di dover fare ogni volta una traversata atlantica per un concerto è ASSURDA. E tra concerti in UK e ora in Belgio, finalmente scopro di potermeli godere molto meglio così, quando sono vicina all’Arena o Stadio di turno. Arrivare, come facevo in passato, ai concerti già distrutta – non dimentico la giornata passata sotto il sole all’Olimpico, 40 gradi all’ombra, per vedere i Depeche Mode – non è una cosa poi così bella, specie se vuoi farlo spesso!

Ergo, concerto ad Anversa stavolta, prenotato quasi un anno fa, non appena è stato annunciato il Tour degli APC! Ho cercato in tutti questi mesi di non pensarci, a volte ho pure sentito una specie di pentimento per aver prenotato, perché ho iniziato a temere di essere delusa. Tutti dicono che la voce di Maynard non è più la stessa di prima, che i loro show non sono così belli, etc… Insomma, passare dalla versione album, che ascolto di fatto quasi ogni giorno, a quella live mi dava l’idea di un trauma difficile da gestire a livello sonoro. Ma alla fine il giorno è arrivato.

Come prima cosa, ho scoperto solo una volta all’Arena di aver prenotato un posto in piedi e non seduta (le belle cose di prenotare su siti in olandese), ma in ogni caso mi trovavo sul primo anello e esattamente di fronte al palco, quindi avevo una visuale perfetta del tutto. E, considerato l’andamento del concerto, è stato bene così.

Il concerto, dopo l’ora di gruppo spalla con una inquietantissima Chelsea Wolfe, che per me non fa musica da concerti, ma d’ambiente e che quindi ha lasciato il pubblico un po’freddino (più di quanto già non lo sia un pubblico belga a un concerto rock…), è iniziato esattamente alle nove.

Scenografia viola, blu, rossa. Il logo degli A Perfect come un occhio di Sauron e tre pedane sul palco, con Maynard su quella centrale. Sempre al buio, sempre in ombra, mentre le luci psichedeliche correvano dal chitarrista al bassista, scatenati sul palco. Di Maynard non ero sorpresa: so che non ama farsi vedere sul palco, che per scelta fa sempre i concerti in ombra o di spalle quando è con gli APC (non so coi Tool, però, se fa lo stesso). E, come regola del concerto, ci ha vietato l’uso di ogni apparecchio di registrazione. La qual cosa non mi ha fatto nessuna impressione negativa, visto che “ai miei tempi” non si usava stare tutto il tempo col telefono in mano a fare foto, ma che so aver lasciato una impressione distopica tra i ragazzini che li conoscono da meno tempo.

Il concerto è durato due ore, circa. Molti pezzi di Mer De Noms, ma non Sleeping Beauty, sigh, e soprattutto una Three Libras completamente remixata in una modalità più brutale e colma di chitarra esplosiva. Molto bella è stata Rose, immortale Judith, dove Maynard ha dato il meglio di sé con la sua voce che da dolce e sinuosa, di colpo si trasforma in un grido dolorante, quasi senza sforzo, come avesse un demone nelle sue corde vocali che decide di apparire a suo piacimento, per brutalizzare ogni nota delle canzoni. Hanno suonato Thomas e la cosa assurda è che durante il concerto la cantavo e non riuscivo a ricordarmi il nome della canzone! Hanno suonato Blue dal secondo album, Thirtheen Steps, ma soprattutto Weak and Powerless. Mi ha fatto ripensare al mio ex che me la dedicò, ma ripensavo non certo a lui quanto al motivo di questa dedica e in definitiva non posso dire che non sia stata indovinata. Lo sarebbe anche adesso, visto come procede la mia esistenza. Ma se posso rientrare in una delle canzoni degli APC, allora ben venga essere sempre a pezzi dentro…

Hanno suonato molte canzoni del nuovo album, tra cui Disillusioned (una critica ragionata all’uso degli apparecchi tecnologici e al tempo che ci sottraggono) è stata una bella sorpresa, il silenzio dell’Arena tra le note del pianoforte che resta solo con la voce di Maynard è stato magico. Ma la miglior resa tra le tracce del nuovo album, l’ha data Talk Talk, in cui tutta la sua rabbia vocale saltava fuori alla perfezione.
Una nota di demerito invece la consegno al pubblico belga. Sono dei morti viventi. Capisco che qui sia vietato pogare e surfare sul pubblico e che la cosa sia espressamente segnalata da cartelli all’ingresso delle arene, ma riuscire a stare immobili durante Judith era assurdo, come anche assurdo che non sentissi nessuno cantare tranne la sottoscritta. Ora capisco perché, quando vengono in Italia, gli artisti dicono sempre: “Siete un pubblico speciale, siete calorosi”. Io ho sempre pensato fosse una cosa che dicevano a tutti, perché mi pareva strano che concerto dopo concerto, questa frase saltasse sempre fuori.

No, cazzo! E’ vero! Posso confermarlo, non mentono! E non posso credere che nessuno conoscesse le parole delle canzoni, perché c’era tantissima gente adulta, della mia età e anche oltre, ergo fan della prima ora. Vabè, ora si potrebbe dire “ma a te che frega se gli altri non cantano e ballano, fallo tu!”.

L’ho fatto! Solo che mi fa sentire un po’ scema vedere tutta le gente intorno immobile con sguardo di pesce lesso. Per ascoltare pacatamente la musica c’è il computer, cazzo! Siete a un concerto rock, tirate fuori il demone!

Boh, vabbè! Dettagli. Comunque ho molto apprezzato il concerto, sarebbe stato il top se avessero fatto Sleeping o The Outsider, ma vabè, non si può aver tutto dalla vita! Sono molto contenta di aver inserito uno dei nomi più importanti della mia vita nella lista degli artisti che ho avuto l’onore di poter ascoltare dal video e in tale lista gli APC non potevano assolutamente mancare!

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I DUE MONDI

Questa estate, Chiara Ferragni e Fedez si sono sposati.
Questo evento è stato, per molti, un momento di cultura generale da seguire e per altri invece un qualcosa di insignificante, da ignorare vuoi per disinteresse, vuoi per antipatia per i due personaggi, o per invidia. E poi, c’è gente che non aveva idea che i due stessero assieme, che si sarebbero sposati e che a malapena sa chi sia lei e di lui forse conosce sì e no la canzone con J.Ax.

american-casual-cellphone-1262971.jpgIn questo piccolo grande evento mondano, ho compreso in che situazione si trovano le persone che vivono oggi. Ventenni, trentenni e oltre, immersi in un mondo doppio. Un mondo in cui succedono moltissime cose, alcune delle quali visibili su canali tradizionali, altri invece che viaggiano su canali che, per buona parte di chi vive al mondo nel 2018, sono ritenuti ancora canali “alternativi”, di cui si può fare benissimo a meno in quanto non sono sempre esistiti. Mi riferisco ovviamente ai tanto amati e odiati social, che se sono appannaggio quotidiano di tanti ragazzi nati dagli anni 80-90 in poi, per le generazioni precedenti rappresentano uno spauracchio da evitare o delle piattaforme dove predomina una certa sregolatezza di uso e superficialità di contenuti.

Ovviamente, difficile non generalizzare con questi discorsi, ma conveniamo tutti sul fatto che esiste una buona parte della popolazione mondiale attualmente esistente che dei social se ne frega, non li usa, li scansa e se questo avvenga per età o per volontà di privacy, non è importante. Chi non ne fa uso c’è ed è una porzione sostanziale di umanità.

Ciò che però notavo questa estate è che sempre più avvenimenti importanti trovano il loro spazio sui social. Eventi culturali di cui altrimenti nessuno parlerebbe in tv o alla radio – spesso troppo interessate a un circondario che ormai è sempre più stretto, in un mondo sempre più grande e globalizzato – e soprattutto l’analisi del dettagli di eventi storici, antropologici, sociali.
Su Twitter, ogni evento viene commentato secondo per secondo. C’è un terremoto in Italia? Tramite l’uso di un semplice hashtag, in tempo reale potremo leggere i pensieri di chi il terremoto lo ha vissuto in prima persona e chiede subito conferma di non essersi sbagliato con le sensazioni, o avendo visto quel lampadario oscillare, di chi chiede addirittura aiuto o compagnia verbale per passare la notte in auto per paura che la casa gli crolli addosso, chi invece è lontano dal terremoto ma manda una frase o un pensiero di conforto, chi ancora più lontano vuole informarsi perché “in tv ancora non ne hanno nemmeno parlato”.

Altrove, la tela di un famoso artista si strappa durante un’asta. La notizia viene data in tv poco dopo, ma sui social i video dello strappo programmato da una cornice assassina girano già da prima, sono multisfaccettati, ripresi da diverse angolazioni perché all’asta c’era tanta gente.

Ancora, un ragazzo vive – anzi sopravvive – in un sito bombardato e flagellato dalla guerra e col suo cellulare ci mostra stralci del suo paese in rovina, parla nella sua lingua o in un inglese semplice, e tutti in giro per il mondo possono commentare le sue avventure, increduli che un bimbo così giovane possa vivere in una situazione così disastrosa. Eppure è vero

Sui social nascono polemiche, figli, coppie. Tra persone che fuori dai social non sono nessuno, il più delle volte, ma nei fatti coi social lavorano, guadagnano, si costruiscono le loro vite. Vite che per molti sono quotidianità da osservare come fosse normale, per altri non sono nulla, non esistono.

Poi c’è il mondo reale, fatto di strade, ponti che cadono, pioggia che inonda, persone che vivono, che viaggiano, che ogni giorno fanno tante cose complicate, studiano, lavorano, vivono la disoccupazione e cercano lavoro, si occupano di casa e famiglia. Televisione e giornali non parlano di loro. O meglio, ne pacopenhagen-bicycle.jpgrlano, perché quando si parla dell’Italia in crisi, del pianeta in crisi, della natura in crisi, dei problemi della società, sono queste persone – noi – a essere oggetto di tutti questi cambiamenti e trasformazioni. Ma il mondo reale vive di testimoni distanti e distaccati che parlano delle nostre vite come fossero cosa lontana, che non ci riguarda. Un politico neo-eletto minaccia di distruggere la foresta amazzonica per i suoi scopi economici? Lo dice il telegiornale, la cosa ci turba perché a scuola ci hanno sempre detto che è il polmone verde della Terra. Poi, dopo un po’, non ci pensiamo più.

Ma se domani un nuovo youtuber che vive da quelle parti diventasse famoso con un video virale “vogliono distruggermi casa!”, che succederebbe? Tutto il mondo inizierebbe di colpo a sentirsi vicino al problema. Lo youtuber potrebbe fare delle storie su Instagram, mostrando ogni giorno zone diverse, alberi, animali, o addirittura testimoniare il momento del taglio degli stessi, lamentandosene, facendo proteste, organizzandosi con altre persone… ed ecco che dal mondo reale, si sbarca di colpo al mondo nuovo, quello virtuale. Dove tutto ha più impatto, tutto ha più risonanza e anche la vita quotidiana di una donna o un uomo che cucinano o fanno cose normali diventa eccezionale.  

Poi però, come in tutte le situazioni, c’è il risvolto della medaglia.
Sempre sui social, leggi i pensieri della gente. Non quella che ti circonda. Non solo famiglia, amici, parenti e vicini. No. Leggi pensieri e opinioni su tutto da parte di tutti. Tutti. Persone della tua regione, del tuo Paese, persone che dall’estero si trovano a commentare i tuoi stessi post perché magari sai leggere in inglese o spagnolo o francese e allora ti spingi oltre i confini  linguistici per scoprire novità di ogni sorta su libri, make up, arte, medicina, politica.

adult-cellphone-communication-1350611.jpgE resti senza parole. Ti accorgi che esistono donne e uomini che pensano ancora che la Terra sia piatta, che i vaccini causino autismo, che la placenta si debba mangiare, che siamo dominati dagli Illuminati, che se il nonno di tizio si è salvato da una operazione a cuore aperto lo si deve a Dio e non al chirurgo. Gente che plaude a politici che per te sono palesemente degli imbroglioni – e della stregua di quelli pericolosi, soprattutto – che parlano di innalzare muri, gettare bombe, distruggere foreste e negare diritti a donne e gay perché lo vuole Dio, perché lo vuole il Paese, e così via dicendo. Ti rendi conto, uscendo dal mondo reale, fatto del tuo vicinato, dei tuoi pranzi con famiglia, del pub e la disco con amici fidati con cui puoi parlare di tutto, che esiste un mondo che non sospetti, che fa paura, in cui tu non sei nessuno, non esisti, o sei in minoranza. E allora osi parlare, perché nel virtuale puoi parlare con tutti e nessuno, dire ciò che pensi e che neghi, e lì ti rendi conto che le tue sicurezze vacillano, che ciò che credevi normale, il progresso, la fiducia nella scienza, nel futuro, negli affetti… non è la normalità.

adult-audience-celebration-260907.jpgTi becchi un vaffanculo, un piddino piddiota se sei italia, uno Remoaner se sei in Uk e hai per caso votato contro la Brexit e sicuramente c’è un termine simile per gli americani che hanno votato la Clinton e sono ancora più avvelenati. Ti becchi un “analfabeta funzionale” da quelli che sono analfabeti funzionali e siccome non hanno capito cosa questo voglia dire, ti appioppano l’etichetta che è nata grazie a loro. Dici che non vuoi figli perché non hai lavoro o perché hai troppo lavoro e ti becchi dell’egoista, della donna fallita, sei la Ferragni che fa tutte le cose – lavoro, famiglia, instancabile sui suoi tacchi e i mille aerei – e le commenta la becera del paesello dicendole che se non sa stirare lei non vale un cazzo. Sei un artista eccellente, fai vignette, fumetti comici e ti fai i fatti tuoi, ma arriva il politico di turno a dirti che sei una mezza sega, uno che non fa un cazzo nella vita, un sinistroide.

Recensisci libri, la cosa che ti riesce meglio, e ti vien scritto da gente che nemmeno ti conosce, solo per aver osato commentare negativamente l’ennesima castroneria politica, che sei una sfigata che legge troppo – come se leggere troppo fosse ora il segno di una sfiga allucinante, il distintivo del fallito, del perdente, di quello che della vita non ha capito niente.

Morale. Questa estate ho capito che questi due mondi non si parlano. Non si incontrano. Sì, qualcuno potrà dire che prima o poi questi risvolti termineranno, che si arriverà a un punto in cui i social saranno la quotidianità per tutti e quindi tutti saranno in grado di usufruire della doppia faccia, o della faccia più vicina, di ogni evento umano mondiale.
Ma adesso – in questa epoca – ci siamo noi. E io trovo spesso serie difficoltà anche con persone più o meno della mia età o poco più grandi a spiegare cosa faccio, cosa ascolto, cosa vedo, quali sono i piccoli e grandi problemi del quotidiano a cui penso, perché dovrei fare riferimento al mondo virtuale oltre che al reale. Ma per molti ancora quel virtuale non esiste.

Allora, eccomi, questa estate. Su una panchina a parlare con amici. Chiara Ferragni si stava sposando e facendo la festa in Sicilia. Io sapevo che avrei recuperato un po’ di video una volta a casa perché le storie durano 24 ore e ho trascorso la serata a parlare con gli amici di altro, del mondo reale perché non sapevano della Ferragni, ma io ero anche interessata a vedere qualche immagine del suo matrimonio perché la seguo e mi piace. Io sono nata negli anni 80. Sono nel mezzo. Conosco il prima e il dopo.
Nel mentre, sulla panchina affianco alla nostra, dei ragazzi seguivano l’evento in tempo reale sui loro cellulari. E sì, guardavano uno schermo – cosa che per molti è da stigmatizzare – ma erano connessi sullo stesso evento, tutti assieme. E non importa che l’evento sia il matrimonio di una ragazza italiana di successo o la diretta di un incidente terroristico ripreso da quelli che abitavano nel palazzo di fronte.

Si tratta della connessione dei mondi, della percezione di ciò che accade e di come la si vive insieme, come collettività. Questa scissione fa male e fino a quando ci sarà, almeno a me, manderà ai matti.

 

VITA IN BELGIO CAP.2

Nello scorso post col medesimo titolo, avevo detto che avrei raccontato un altro aneddoto di questo posto, ma in realtà speravo di non farlo. Dopo quasi un anno da allora, la questione che non volevo raccontare si è risolta, probabilmente nel più aggressivo dei modi, cosa che ancora mi fa rimuginare e pensare.

In pratica, per vivere in Belgio è necessaria una carta di identità belga, che all’atto pratico consente di fare molte cose: aprire un conto in banca, richiedere una sim telefonica e andare dal medico generico senza dover dettare ogni volta i propri dati alla segretaria che, se avesse la ID, non dovrebbe far altro che infilare la card in un lettore apposito. Insomma, è un oggetto indispensabile per la quotidianità.

Per ottenere questo oggetto ci sono varie procedure che si adattano alle varie situazioni sociali: c’è una procedura per chi ha già un lavoro, per chi non lo ha, per chi studia ed è qui temporaneamente, per cittadini europei e non. Io appartengo alla categoria cittadina europea partner di una persona che è venuta qui a lavorare. Concettualmente sarei un membro di famiglia… ma nei fatti non lo sono perché io e il mio ragazzo non siamo sposati.

Non essere sposati, ormai mi è chiaro, comporta una serie di rotture a livello burocratico che chi è sposato non deve sorbirsi. Se non fosse che non sono pro matrimonio, mi sposerei solo per non avere di queste rotture, la qual cosa è comunque molto squallida dal mio punto di vista e anche un po’ limitante… ma lasciamo perdere le implicazioni filosofiche.

Basti sapere che per dimostrare di essere coppia, convivente per giunta, circa un anno fa andammo all’ambasciata italiana a Bruxelles per richiedere un documento dall’Italia che attestasse il nostro essere single, lo Stato di Famiglia, di modo da poter ottenere un secondo documento, stavolta dal Belgio, che attesta che viviamo assieme all’attuale indirizzo di casa.

La vicenda dell’ambasciata ve la risparmio, perché non mi aspettavo che cose ridicole dagli italiani a Bari che dovevano fare questi documenti e se non fosse stato per mia madre, probabilmente starei ancora aspettando. Comunque, una volta ottenuti questi attestati e l’attestato definitivo che afferma che io e lui viviamo qui all’indirizzo di casa… mancava lo step finale.

Il famigerato modulo 20.

Qui ogni modulo ha un numero. In genere io sono molto ordinata nelle mie cose e ho una cartellina per tutto, documenti, memorie, opuscoli, bollette, biglietti. Ma da quando sono qui sono così sommersa dall’assurdità mostruosa della burocrazia da aver perso le mie abilità organizzative. Da un anno trascino tutta ‘sta documentazione in una cartellina dell’università di Leuven, che quando guardo mi fa saltare una irritazione pazzesca, quindi la guardo e di fatto la ignoro se non quando serve.

Intorno al mese di novembre ’17, venne a farci visita una poliziotta incaricata di verificare che io vivessi qui, step necessario per confermare la procedura di richiesta dell’ID. A seguito della sua visita, mi sarebbe stato mandato il modulo 20 che avrei dovuto firmare e portare al Comune come documento definitivo. Purtroppo per me, il documento ci mise del tempo ad arrivare, e io ero già tornata in Italia per il Natale e l’università.

Ignari di quello che sarebbe accaduto di lì a poco, il mio ragazzo vide nella posta giungere il modulo 20 a febbraio, pensò di portarlo lui in ufficio al Comune per farmi un piacere mentre non c’ero e in quell’occasione finì a litigare con una addetta all’ufficio pubblico che gli gridò che io non avrei dovuto muovermi dal Belgio sino a che la pratica non si fosse definitivamente chiusa. Data per altro impossibile da stabilire, visti i tempi lunghi della burocrazia che fa capo ovviamente a Brussel (dove avrebbero dovuto decretare se avevo il diritto ad avere l’ID, consultando i documenti di cui sopra nonché svariati documenti personali – biglietti viaggi, bollette delle vecchie case in cui abbiamo vissuto – per decretare che siamo davvero fidanzati).

Quindi, l’addetta fece fallire il primo tentativo di pratica per irregolarità e una volta tornata io a Leuven, a marzo di quest’anno, dovetti ripresentare tutto e rifare tutto daccapo. Andando per altro alla Polizia a firmare il modello 20.
Ora, sto stramaledetto modello 20, per un qualche motivo sicuramente inerente la mia voglia di ignorare le cose che mi irritano, io non l’ho inserito nella cartellina di cui ho detto sopra. Me ne sono completamente dimenticata ed è sparito da memoria e vista.

Ora che son qui, mesi dopo, ho constatato che nessuno si è mai fatto sentire per inviarmi o consegnarmi questa ID (che invece il mio ragazzo ha già ricevuto da un anno, avendo lui un lavoro). Quindi abbiamo preso appuntamento e siamo andati al Comune per avere notizie. Sono passati di fatto sei mesi da allora.
La prima addetta, molto gentilmente, ci ha detto che avevamo preso appuntamento nell’ufficio sbagliato, ma si è comunque voluta accertare di cosa fosse accaduto e mi ha detto che tutto stava nelle mani di Brussel e che c’era da aspettare solo la risposta, dunque di prendere appuntamento con l’ufficio giusto.

E veniamo a oggi. Nuovo appuntamento.
Capitiamo esattamente con la tipa con cui il mio ragazzo aveva litigato furiosamente mesi fa. Tanto era stata traumatica la cosa che lui si è perfino ricordato fosse lei, benché di solito lui non abbia una gran memoria fotografica per volti e persone.
E’ tutto dire.
Le faccio la richiesta inerente l’ID e lei mi fa: “Sei sicura di vivere qui?”
“Certo!”, dico io, perplessa.
Ma lei, non paga della mia risposta, inizia a dire che questa ID non può darmela perché la mia procedura era stata interrotta per via della faccenda con la Polizia e inizia a fare delle vere e proprie accuse, velate da gelida falsità, dicendo che io avevo aspettato la visita della Polizia per andarmene, che avrei dovuto restare qui e non andare via dal Belgio.
Di nuovo? Io pensavo che la faccenda si fosse risolta iniziando le pratiche a marzo per la seconda volta, annullando la prima. Ora cosa c’entrava di nuovo la faccenda precedente? In apparenza il computer però riportava ancora i dati inerenti la prima richiesta, oltre alla seconda.
Il mio ragazzo le ha ribadito che ero tornata per Natale, non certo per fuggire, che sarebbe stato almeno necessario spiegare allora per quanto tempo una persona può o non può stare via dal Belgio, mentre attende ‘sti documenti da tempi biblici.
Lei non ha saputo rispondere perché non esiste, secondo noi, una regola specifica. E quando le ho detto che io non sono certo una imbrogliona, cosa che lei stava chiaramente dicendo – offendendo per altro anche il mio ragazzo che di questo imbroglio sarebbe stato coautore – e le ho detto che scendo in Italia perché ho i fatti miei da fare, lei mi ha detto: “E allora se hai fatti tuoi da fare lì, rimani in Italia.”
Mi sovviene, ora che mi sono un po’ calmata, che abbia frainteso la parola business con attività lavorativa, mentre io in Italia non ho alcuna attività monetaria, ma solo studi da finire e una famiglia da vedere e con cui stare. Ma business è una parola che si usa per tanti significati, ormai non più solo di natura commerciale, non ci vuole chissà quale conoscenza dell’inglese per capire che è una parola generica per non scendere nel dettaglio delle cose che si fanno.
In ogni caso, prima di saettarmi con una frase così calorosa e ACCOGLIENTE, degna della peggiore razzista, avrebbe potuto pure mettere un filtro e accendere il cervello, magari pure chiedermi cosa avessi da fare. Avrei fugato ogni suo dubbio, dicendole semplicemente la verità, che non ha nulla di truffaldino o illegale, che non ho un commercio di droga, organi, non faccio la prostituta e non ho una azienda di 1500 dipendenti che pago a nero. Sono solo una sfigata fuoricorso che non fa altro che sentirsi dire da tutti “ma che cazzo ci fai in Belgio?”.
MA CAZZI VOSTRI, NO?

Purtroppo, fomentata anche dal mio ragazzo che, al contrario di me, non è uno zerbino, mi sono incazzata invece di tacere. Molto. E le ho gridato addosso che avevo ben capito cosa volevano dire le sue parole. “Ah si? E cosa vogliono dire?”, ha domandato lei, sempre più gelida. Poi mi ha intimato di stare calma e di non avere questa reazione. Io le ho detto che ho avuto questa reazione come conseguenza della sua reazione. E lei ha taciuto.
Al che il mio ragazzo le ha ribadito che ci stava dando degli imbroglioni e che avrebbe preso provvedimenti e parlato con qualche suo superiore, perché era assurdo che non mi volesse dare il beneplacito per questa cavolo di ID.
Dopo aver lui parlato in tal modo, l’atteggiamento di questa persona è cambiato in modo misterioso. Prima ha sostenuto che avrei dovuto ricevere numerose altre visite della Polizia per dimostrare che vivo qui. Cosa falsa perché sono sei mesi che qui non viene nessuno e se la pratica prende circa sei mesi, scaduti di fatto a settembre, allora qualcuno sarebbe dovuto venire tra marzo e settembre. Invece qui non è mai passato nessuno. Poi questa info andava in contraddizione con l’info dell’altra addetta dei giorni precedenti che aveva detto che era solo questione di tempo e stop.
Poi, dulcis in fundo, completamente fuori di melone mi ha richiesto il passaporto, che le avevo già dato all’inizio della conversazione e mi aveva ridato. Mi ha chiesto: “Hai il passaporto?” e io ero scioccata, ma come “Hai il passaporto?”, se me l’aveva appena ridato nel suo impeto di giustizia ferrea e implacabile! Io boh. Pareva una persona diversa da pochi minuti prima. Quindi mi ha chiesto il modello 20.

Il modello 20, che adesso ho qui tra le mie carte – finalmente in ordine – come ho già detto l’avevo ricevuto dalla Polizia e poi ne avevo perse le tracce. Era finito altrove e quindi non lo avevo con me e non riuscivo nemmeno a ricordare come fosse fatto.
Quindi la tipa mi ha detto che aveva bisogno del modello 20 per chiudere la pratica… Ma io il modello 20 lo avevo già portato al Comune poco dopo averlo ricevuto, a marzo. Ergo, loro lo avevano già (oltre al fatto che lo erogano loro quindi che senso ha riportarlo?)
“Serve l’originale.”, ha detto.
Io scioccata.
E poi non so cosa sia successo. Io me ne sarei già andata a metà conversazione pur di non parlare con questa, ma alla fine lei si è arresa, senza fare una piega, ha parlato in olandese con una collega e non so come, ha deciso di farmi firmare il documento per l’ID, mi ha fatto pagare 18 euro per avere il tesserino magnetico e ha risolto il tutto con un timbro e due firme. Avrebbe potuto fare tutto questo senza farmi la morale, senza fare le sue insinuazioni polemiche, senza fingere superiorità, come ha fatto.
No. Se si può rompere le scatole, lo si deve fare fino alla fine.

Io non ho davvero capito cosa sia successo. Secondo la mia percezione, ci ha presi per truffatori dal momento in cui il mio ragazzo si presentò lì senza di me, per il semplice fatto che noi non sapevamo che il documento andasse portato di persona. La svista non fa di noi necessariamente due persone truffaldine, al più fa di noi due persone ignoranti dei modi e delle consuetudini di qui – che sono effettivamente ben diverse da quelle all’acqua di rosa italiane – , né tanto meno fa di noi due delinquenti il fatto di essere italiani, vorrei sottolinearlo visto che ho la sensazione che sia questo il fulcro sotterraneo della situazione.
Però non posso nemmeno dire che siano stati tutti così con noi quelli che lavorano lì: anzi, sono stati tutti gentili o quanto meno normali, abbiamo preso un mucchio di appuntamenti inimmaginabili, parlato con almeno sei persone, e solo lei si è comportata così, quindi io ascriverei la faccenda ad una generica acidità della tipa.
Però diamine, se lavori nel pubblico datti una calmata, prenditi un Valium o vai a lavorare in biblioteca, come voglio fare io che odio la gente e non impongo la mia antipatia a nessuno.
Perché se mi fai girare le palle, a me non che non m’incazzo MAI (davvero, mai, solo l’università tira fuori il peggio di me alla stregua della giornata di oggi), vuol dire che hai proprio esagerato.
E poi altra cosa: possibile che l’incazzatura abbia prodotto i risultati? O la parola magica “parleremo con qualcuno” detta dal mio ragazzo, ha spaventato la tipa? Quindi la tipa si è resa conto di aver detto una cosa offensiva? O ci ho voluto vedere io l’offesa? Io so soltanto che altre volte mancavano documenti, c’erano imperfezioni et similia, ma io non mi sono sentita offesa o ribollire il sangue, sin tanto che la persona che richiedeva documenti si comportava con garbo.

Beh, in ogni caso, il prossimo step sarà andare a ritirare l’ID, ma in un ufficio diverso, quindi non rischio di incontrarla di nuovo, né lei di incontrare me e il mio business in Italia che tanto è cosa deplorevole. Non ho dubbi che ci sia gente che s’approfitta di tutto, che magari dice di vivere qui e poi non ci vive. Ma boh, io ci vivo. Qui ho tutte le mie cose, i libri, gli strumenti per fare video, per disegnare, le mie abitudini. Come glielo potevo spiegare a questa? Solo perché son tornata a casa in Italia, questo fa di me una truffaldina? Ok il rispetto delle leggi, ma trova un modo più logico di gestire la cosa, dammi un lasso di tempo specifico in cui posso allontanarmi. Mi sembra che ci sia gente che è nata in un posto e lì vive da sempre, che non capisce le difficoltà di chi emigra, che non siamo funghi o alberi, che è necessario spostarci, che il passaggio da una vita all’altra richiede tempo, per alcuni meno, per altri più e io sono una di questi. E già la vivo con sufficiente difficoltà, poi ci si mette pure questa e le sue pretese. Ripeto, è stata l’unica a comportarsi così, quindi evidentemente le sue sono state solo pretese unite a un carattere – lo posso dire? – DI MERDA. Non meno del mio, certamente. Quando due merde si incontrano, una delle due merde dovrà fumare!

Mi fa rabbia tutto. Sentirmi continuamente messa in discussione da persone che non conosco, conoscenti, gente che pretende di sapere, per lavoro o per morbosa curiosità, che cazzo ci faccio qui e perché e quanto tempo ci metto a fare le cose e come le faccio etc. Sono tutte rotture diverse, che nascono da persone diverse, e questa tipa deve pur fare il suo lavoro, ma purtroppo per lei ha gettato la sua antipatia nel pozzo sbagliato, quello mio dove non c’è acqua ma benzina.
Poi va detto, come regola generale. La gentilezza apre tutte le porte, al contrario dell’aggressività, e io non sono più da anni lo zerbino che resta a testa china se qualcuno mi rompe il cazzo. Se uno non è gentile con me e non mi rispetta, con me avrà solo rabbia e porte chiuse.

ESTATE DI DISTOPIA E DI NULLA

Risultati immagini per entangled with people dottor manhattanL’estate, stagione agognata da molti, non è mai stata per me il miglior periodo dell’anno e di certo, da qualche tempo, è il periodo in cui si concentrano più cose da fare e impegni ad alto livello di ansia galoppante.
Ma quest’anno, direi che ho raggiunto un nuovo fondo di barile (però, sempre bello vedere quante stanze ci sono qui sotto!) che ancora mi era ignoto e ora che ne sono sbucata fuori e sono tornata a Leuven, respirare un po’ (non tantissimo, visto che qui continua a far caldo a scapito di ogni aspettativa rosea sul nord Europa) è sicuramente una liberazione non da poco.
Credo di aver assistito all’estate più distopica della mia vita sino a oggi, se faccio finta di non pensare a quel più che ho usato, al quale temo potrà aggiungersi un ancor ben più preoccupante.
Ero ripartita dall’Italia proprio pochi giorni dopo le elezioni in Italia, dopo aver votato. Avevo messo piede in Belgio a marzo con la consapevolezza di aver lasciato il mio paese in balia di un governo che non rappresentava in alcun modo la mia visione del mondo e le mie idee. Ciò di cui non mi ero resa conto, mancando per i successivi mesi fino a metà giugno e non potendo toccare con mano la realtà italiana, era che a seguito di quel voto, tutto era rapidamente cambiato. Precipitato, oserei dire.
Non intendo parlare di politica o economia perché sono argomenti di cui conosco solo ciò che è possibile sapere leggendo, e anche così non mi ritengo in grado di saper cogliere ogni sfumatura di questi argomenti. Ma ho ideali ben radicati e opinioni abbastanza stabili su come dovrebbe essere strutturata una società che funziona, una democrazia che fiorisce e questo mi è stato sufficiente per tornare a casa per le vacanze e accorgermi del grosso disastro che questo cambio di governo ha portato in Italia.
E il motivo che mi spinge a preoccuparmi e sentire il bisogno di parlarne non è legato alla visione politica differente da quella adesso in auge, ma alle terribili trasformazioni che queste hanno causato alle persone a me vicine, in famiglia, tra conoscenti o anche semplicemente nei luoghi da me frequentati più spesso dove è possibile osservare la gente interagire.

Sapevo già che a casa mia i 5S erano stati favoriti per il voto. All’epoca avevo cercato di dissuadere i miei genitori dal votare questa manica di incompetenti, ma la napoletanità di uno dei suoi esponenti, attualmente Ministro del Lavoro (ahi, parola sempre difficile da pronunciare per la sottoscritta tra l’altro) aveva convinto mia madre. Mio padre non ha mai rivelato il suo voto, non a me almeno. Ma ho scoperto con terrore essere un ammiratore di Salvini e della Lega.

Diciamo pure che io non sono solita parlare di politica con qualcuno, se non col mio ragazzo, perché mi rendo conto che per molti interessarsi di politica è una cosa che si ferma al voto, e quel che viene dopo è puro disinteresse. Non posso non notare che la passione politica non sia nelle corde di un popolo delusissimo dalla categoria negli anni passati e confermo che io per prima non ho mai sentito forte in me questo interesse, sino a quando non ho vissuto gli eventi della Brexit sulla mia pelle. Cioè quando ho capito che disinteressarsi della storia presente è un errore che prima o poi ti si riversa contro.

A casa mia, questa estate la televisione, perennemente accesa in soggiorno, non faceva che bombardare l’aere dei volti di questi individui al governo e, non a caso credo, durante l’ora di pranzo sembrava che non si potesse parlare di altro che di immigrati. Salvini onnipresente in televisione, con questa sua aria tronfia, l’eloquenza da bambino di terza elementare che cerca di colpevolizzare tutti per nascondere le proprie colpe – eloquenza apprezzatissima da chi ha il suo livello culturale, si capisce – è sempre pronto a cogliere ogni singolo evento di cronaca per girare e rigirare la frittata di uno spauracchio, quello degli sbarchi di immigrati, amplificato e bombardato agli estremi dai suoi slogan razzisti e il suo riferirsi al popolo italiano manco fossimo considerati esseri superiori al mondo da chissà quale libro di scienza.

Durante la cena, invece, l’onnipresente stridio cacofonico di Grillo e del suo seguace napoletano che, per come vedo io le cose, dei due buffoni al governo è il peggiore e incarna in assoluto tutto quello che io detesto in una persona. Il Di Maio, con il suo aspetto da sessantenne in un corpo da ragazzino, persona di cui si sa poco e niente, che sembra non avere nessuna identità e di cui tutti prendono a bersaglio il suo essere fuoricorso all’università, la qual cosa (lo dico da fuoricorso) è in assoluto la meno peggio tra le tante che gli si possono imputare (anche Benedetto Croce non era laureato. Ma qui di Benedetti Croce non v’è ombra).
Imperdonabile figura politica per me perché incapace di parlare nella sua lingua natale, privo di carisma e, cosa per me peggiore, di una incoerenza paurosa e mostruosa, che lo rende capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa intervista. Non c’è niente di peggio in un politico che l’essenza di una persona senza idee, che parla per compiacere o perché qualcuno gli dice cosa dire. Preferisco di certo idee avverse alle mie, ma pur sempre salde nel loro centro.

Bene. Siccome in casa non ero sola, mi sono trovata, a volte a pranzo e a volte a cena, a discutere coi miei. Non avendo ancora capito la gravità del fatto, ho iniziato a spiegare la mia visione delle cose. Ottenendone in questo modo una reazione che mai si era verificata in casa mia (anche perché all’epoca di Berlusconi eravamo tutti d’accordo che le cose stessero andando male e non vi era nemmeno tanto da discuterne, era palese).
Mi sono trovata a discutere, ma che dico, LITIGARE coi miei genitori e nemmeno per colpa di avverse idee, ma perché mi rendevo conto che ciò che loro adducevano come idee, erano le idee di questi due peracottari che ci governano. Non idee costruite su ragionamenti, studi, letture di un qualche straccio di giornale, no.
Le opinioni di Grillo, le opinioni di Salvini, che sono di fatto costruite apposta, nella loro essenza populista, per arrivare e restare solamente nella testa di chi al posto delle idee ha il vuoto totale. Non vi è altra spiegazione per me che questa. Nessuna persona che possegga idee precise, di qualsiasi schieramento politico, può davvero essere d’accordo con due individui che parlano per slogan, per frasette colpevolizzanti, gettando colpe a destra e manca senza mai effettivamente fare qualcosa di utile e indicato per i ruoli che ricoprono.

Qui non si parla di politica, l’ho detto all’inizio. Si parla di distopia. Lavaggio del cervello. Imposizione di un pensiero propagandistico fatto di concetti puerili e fondati sul nulla. Telegiornali e giornali asserviti alle idee di questi imbecilli con zero esperienza politica e ancor meno psicologica o sociale. Incapaci di parlare, di esprimersi, di mostrare buon senso e uno straccio di empatia per le vite umane – siano esse quelle degli immigrati o degli italiani di cui dicono di farsi paladini, mentre li prendono per il culo.

Io mi sono ritrovata a litigare con i miei genitori, e a volte anche con estranei sui social, quelle rare volte che mi permetto di perder tempo a fare un ragionamento semplice e razionale, e a beccarmi della rabbia atroce da parte loro. Da parte di tutti, specialmente degli estranei. Un livello di rabbia cieca, distruttiva, inspiegabile. Un cane coi denti in vista e la bava rosso sangue al mio tentativo di porgergli acqua. Ecco come ho percepito i rapporti umani questa estate. Litigare con persone con cui poco prima parlavo di mele e pere, prendevo un caffè e ridevo delle solite cazzate quotidiane, per qualcosa che, di fatto, NON ESISTE.

Questo qualcosa che non esiste, che si è impadronito di buona parte, troppa temo ormai, del popolo italiano e lo ha portato a trovare bersagli inesistenti di una rabbia inespressa. Rabbia che poi, per ciascuno di noi, è sempre scaturita da motivi individuali. Non esiste, questo schieramento politico, non è destra o sinistra, è solo pura propaganda senza fondo, pura follia di parole vuote senza contenuti. Non esiste. Eppure in tanti ci sono caduti. E di questo grave errore, del caderci, a pagarne saranno due importanti categorie, forse le più importanti, specie per noi italiani.

Famiglia e Stato.

Litigare con genitori, parenti e amici per la politica è per me una cosa squallida. Assurda. Inconcepibile. Eppure è un fatto vero. Tutto è politica: fare la spesa, preoccuparsi dei costi delle cose, della giustizia, della sicurezza quando vai in giro, del rispetto dei diritti e di come farli rispettare, come e in che modo concepire istruzione, sanità, doveri pubblici e desideri privati. Tutto afferisce la politica. E quando la situazione politica tende al negativo assoluto, al distopico, ecco che tutte queste categorie che si danno per scontato iniziano a vacillare. E’ qui che si inizia a lasciar morire di fame immigrati in una nave, qui che si lascia ad attendere gente per più di un mese in attesa della ricostruzione di un ponte, qui che si parla di morti come fossero noie e scocciature per i progetti vacanzieri di qualcuno, qui che si parla di aborto, di istruzione come fossero impedimenti e non espedienti di progresso. Qui, che si parla di alleanze con altri leader politici europei che fanno paura e che, se non fosse per l’Europa di oggi, sarebbero tranquillamente in grado di ripetere – in luoghi diversi ma in modi identici – gli orrori di ieri. Un ieri nemmeno tanto lontano, se ben ci si sofferma a pensare.

Qui che nasce la paura. Almeno per me, che ritrovo nella vita reale i racconti dei libri letti, da amante del genere distopico, e continuo a dirmi: possibile che sia tutto vero? Possibile che stia succedendo quello che ho solo letto? Possibile che un libro come 1984 possa essere vero? E perché proprio l’Italia, maledizione?
E mi ritrovo a pensare alla me di due anni fa. Quando ci fu il referendum per Brexit. Io non ero così coinvolta dalla politica come adesso. Ascoltavo le notizie, mi interessavo in modo limitato, ma quello era un mondo diverso, un tempo diverso e mi ero permessa, come tutti del resto, di pensare di essere nel futuro. Un futuro in cui tutto va verso il progresso, dove non c’è spazio per passi indietro perché sarebbe folle farli, perché è nel progresso di idee, scoperte e conoscenze che si sta meglio. E io non credevo che l’UK avrebbe votato per l’uscita dall’Europa. Io, no davvero. Che ero la persona più felice del mondo di vivere lì e non riuscivo a vedere che i pro, nonostante le difficoltà, di quel paese.

E poi è successo. E io ero lì a chiedermi come fosse possibile una cosa del genere. Così dovettero sentirsi gli uomini e le donne all’alba della Seconda Guerra Mondiale, perché è questo ciò di cui parlano tutti i romanzi e le testimonianze da sempre lette. Parlano di famiglie, di coppie, di amici di scuola che stanno bene, che hanno una vita fatta di gioie e dolori di routine. E poi un giorno arriva la storia. Ed ecco Anna Frank. Ed ecco il bambino col pigiama a righe. Ed ecco, senza voler scendere per forza negli estremi drammatici, a Forse Esther e tutte le figure spezzate di questo splendido romanzo sulla memoria devastata di uomini e donne di una famiglia, quella della scrittrice, di cui solo lei porterà ricordo.
Di questo si parla. Del fatto che all’inizio accade qualcosa, la storia invece di andare avanti ti si ripiega all’indietro come un mostro. E sembra una nuvola di fumo e invece è una tempesta di cemento. Ed è questo che sta succedendo anche da noi, adesso.
All’alba del referendum in UK mi chiedevo come fosse possibile per i giovani aver votato Remain e gli adulti Leave. Mi chiedevo: ma non si parlano questi a casa loro? Mamme e figli? Padri e figlie? Nonni e nipoti? Insegnanti e alunni? Che fanno? Non dialogano?
Adesso lo so. L’ho capito questa estate, a casa mia.
No. Non si parla. Si grida. O si sta in silenzio per evitare di dire ciò che può ferire. Perché è assurdo litigare coi propri cari per qualcosa che non ha un aspetto concreto, per qualcosa di invisibile, eppure di proporzioni devastanti, che c’è eppure non si vede. Perché questo qualcosa di invisibile eppure grande non c’entra con l’affetto, con l’amore, coi legami, non c’entra con l’opinione che abbiamo di amici, conoscenti, del tizio del bar che tanto stimi e che di colpo si mette a gridare contro gli immigrati, che a lui poi non gli han nemmeno fatto mai nulla e il lavoro lo ha e non lo perde di certo. Non c’entra con l’opinione del vicino di casa che si mette a gridare contro i cinesi che non sanno parlare bene l’italiano. Non c’entra con l’opinione di quello scrittore che tanto ami e stimi, o di quel cantante fighissimo, che segui su Twitter e scopri che ha votato Brexit. E che fai? Non leggi più quei libri? Non ascolti la sua musica stupenda?
Già? Che fai? Dici che non hai più famiglia o amici perché questi non si sono resi conto del disastro in cui si sta marciando, tra figure di merda colossali e vergogna da penna rossa?
No. Quindi in silenzio si resta a osservare, senza sapere cosa fare –  perché tanto pretendere di far cambiare idea a qualcuno è pura illusione – nella speranza che vi sia quella sbavatura, quell’imprecisione, quello squarcio nella realtà che faccia rendere conto anche ai più, adombrati da prosciutti e nebbiolina padana, di aver semplicemente confidato in persone gonfie di egoismo e non di ideali. E ripeto, qui non si parla di destra o sinistra. Se fossi di destra, direi la stessa cosa, come ahimè sta facendo esattamente oggi perfino l’uomo che ha reso l’Italia ignorante e brava solo a emigrare (e concordare con lui è per me inconcepibile, eppure anche questo succede in una estate distopica).

Io non voglio essere catastrofica, perché ce ne sarebbero di modi per frenare questa follia. Su tutti, la speranza di rimanere nell’UE, cosa che ogni giorno che passa con questo governo sembra vacillare sempre più. Ma quando ero convinta che l’UK non avrebbe lasciato l’UE, poi è successo. Stavolta, in quanto italiana, avendo visto con occhi e sentito con orecchie quanto accade, sono più pessimista di allora.

Questa è l’estate distopica. Quando non ne puoi più di Salvini in tv e la tv la spegni, per cercare un po’ di silenzio in casa. E nel silenzio che cercavi, senti in lontananza tanti altri televisori accesi, nelle case intorno a te, per la via buia del tuo quartiere, sintonizzati esattamente sul medesimo canale, che echeggiano nel silenzio delle idee.

Qui in Belgio i tg non li guardo. Non so l’olandese. E forse per adesso è meglio così, non sia mai dovessi scoprire ciò che in fondo già so. Che il nulla s’è divorato due paesi per me importanti e arriverà anche altrove. Ma io non sono Atreius e Pegasus è morto ormai tanto tempo fa.

LA BIBLIOTECA PUBBLICA DI STOCCARDA

La settimana scorsa sono stata in Germania, in un paesino nei pressi di Stoccarda, per accompagnare il mio ragazzo a una conferenza di lavoro. Così, ne ho approfittato per andare a visitare la Biblioteca Pubblica di Stoccarda, che si trova nella zona Milaneo della città, un quartiere molto nuovo dove è possibile visitare anche un grandissimo centro commerciale (Primark, ehm!). La Biblioteca è raggiungibile con una sola fermata di metro partendo da Stuttgart Hauptbahnhof (proprio nella piazza sotto la stazione insomma) e prendendo la U5, la U6 o la U15 sino alla fermata Stadtbibliothek (ma va’?).

Questa semplice informazione di tragitto, che ho scritto in meno di un minuto con la mia bella tastiera al pc, mi è costata due ore di giro a vuoto grazie all’amico Google Maps che mi odia con tutto il suo cuore digitale (oltre al fatto che Stoccarda era in preda a lavori nella zona stazione e io mi sono persa nei cantieri senza sapere come abbia fatto, circondata dall’emerito nulla), un attacco di panico sotto la neve e l’ansia di dover andare a chiedere aiuto a un ufficio informazioni (io detesto chiedere informazioni), quindi spero possa essere utile a chi vorrà compiere lo stesso tragitto in soli dieci minuti.

Inizio col dire che non ero a conoscenza dell’esistenza di questa biblioteca perché per molto tempo mi sono disinteressata del patrimonio culturale fornito dalla Germania, impegnata com’ero a sbavare sulle biblioteche inglesi per me da sempre eccellenza in fatto di strutture e servizi. Ora che son qui nel continente, mi rendo conto che mi incuriosisce molto poterne visitare di altre e vedere come funzionano.

Ma parliamo della Biblioteca di Stoccarda.

Le foto di questo edificio hanno fatto il giro dei social per un bel po’ di tempo in realtà, per via dell’inconfondibile struttura geometrica e bianca, in stile Escher, progettata da uno scultore coreano, Eun Young Yi. L’edificio, dall’esterno, si presenta come un gigantesco cuboide, alto di fatto otto piani, piazzato nel mezzo di un piazzale di cemento gigantesco. Non so davvero come altro definire le costruzioni di stampo tedesco: sono tutte enormi e cuboidi. Non vi è traccia di gotico, di antico, di consumato dal tempo. Appare come se fosse stata costruita giusto ieri e infatti ha poco più di dieci anni, se non erro (prima la biblioteca era in un altro edificio). La parvenza linda e pinta, all’estremo funzionale e priva di fronzoli, lo ammetto, non mi aggrada particolarmente, da amante dell’architettura gotica, dei campanili appuntiti e in generale dell’antichità e delle costruzioni umane che hanno sfidato tempo, guerre e incendi, sopravvivendo nella loro forma originale. Si legge su Wikipedia:

In generale l’edificio ricevette pareri non troppo favorevoli dai critici, che lo definirono Plattenbau ed accostarono polemicamente alla prigione Stammheim di Stoccarda. L’architetto Eun Young Yi difese la propria creazione rivendicando come la stabilità e la semplicità oggigiorno siano a torto considerate negativamente da persone abituate alla varietà irregolare delle forme.

Con tutto il rispetto per l’architetto, a me sembra una prigione o un ospedale e non sono l’unica ad averlo detto. Tra l’altro semplice non è sinonimo di brutto a tutti i costi. Ma ogni scarrafone è bello a mamma sua, ergo…

L’ingresso è assolutamente libero, come è giusto che sia, e la visita è gratuita. Al pian terreno ci sono sportelli per le informazioni, postazioni con computer, accessibili ovviamente a chi possiede la tessera di membro della biblioteca, e gli ascensori che portano ai ben otto piani di biblioteca, che in realtà sono sette più un ottavo piano con terrazza panoramica e piccolo baretto dove, nonostante le apparenze, caffè e tortine costano pochissimo (ehm ehm!). In più c’è il piano segreto, quello sotterraneo, dove non so perché sono finita mentre cercavo di andare al sesto piano (quella giornata evidentemente non ero in grado di fare nemmeno le cose più semplici, come prendere l’ascensore o la metro), dove si trovano i bagni e gli armadietti per zaini e borse.

Una volta che mi son resa conto di essere finita al piano sotterraneo (“ma dove sono i libri, non capisco!?!?”, mi chiedevo, vagando vestita all black in questo luogo totalmente bianco e asettico), ho capito che l’ascensore è a prenotazione, quindi non si ferma dove dici tu, ma raccoglie prima gente sul suo cammino e poi FORSE ti porta dove hai chiesto. Così mi ci sono infilata e ho atteso pazientemente che si facesse tutti i piani…

I piani della biblioteca sono suddivisi per argomentazioni. Mi sono aggirata prevalentemente tra quinto e sesto piano, dove ho potuto trovare i libri di letteratura, la fiction e i libri in lingua. Ebbene sì, gli unici libri non tradotti in tedesco si trovano al quinto piano, dove scaffale dopo scaffale è possibile rintracciare i testi più noti delle più svariate letterature europee e non. Lì, ho fatto la mia capatina religiosa alla zona di libri in Italiano, dove ho potuto constatare la totale assenza di classici. Gli unici libri raccolti nel catalogo italiano vanno dal primo 900 in poi. Levi, Pirandello, Camilleri onnipresente e amatissimo. Molti Adelphi, anche nuovi, ma di fatto una scelta molto ridotta che si esaurisce in due librerie formato Billy. Ben più nutrita la sezione di libri in Inglese, per non parlare di quella Russa, dove ho ammirato le edizioni russe con copertine fantastiche, belle sia al tatto che alla vista.

Nonostante le grandiose dimensioni di questo edificio, ben poca parte di esso è però realmente dedicata ai libri, che sono disposti su scaffali bianchissimi lungo le quattro pareti del cuboide. Tutto il resto dello spazio è vuoto assoluto, e c’è qualche divanetto azzurro qui e lì.


Abituata come sono a biblioteche fatte di cunicoli che si inerpicano tra scaffali altissimi e polverosi messi in linee parallele a coprire il vuoto delle stanze in ogni minima parte, non ho apprezzato la scarsità di testi a fronte dello spazio disponibile. Del resto ogni piano, quadrato, gira intorno al vuoto centrale dell’edificio, da cui si è protetti solo grazie a una salvifica ringhiera da cui sporgersi, ed il gioco è presto fatto per chi soffre di vertigini e altitudine. Arrivata al sesto piano, già non riuscivo più a guardare il vuoto in basso che mi chiamava e anche quando ho provato a leggere un libro, seduta su una delle comode poltroncine azzurre, devo dire che non mi sentivo a mio agio per via dell’imperante bianco – il male assoluto – e per via di questa intensa luce bianca che poco consentiva raccoglimento. Ho dovuto dare le spalle al vuoto per sentirmi a mio agio (che cosa metaforica…).

Per quanto riguarda la selezione di libri, non ho dubbi sia  molto vasta, ma trattandosi di edizioni tutte in tedesco non saprei cosa dire, in quanto non ne conosco e non so valutarne qualità e tipologia. C’erano decine di libri su Goethe, sulla Germania, sulla guerra, sull’arte, c’era di che perdersi in tanto ben di Dio, se solo si ha la fortuna – o l’impegno – di poter leggere il tedesco.

Nel complesso, la mia valutazione, come se ne è evinto, non è di grande entusiasmo. Non è un posto dove andrei a studiare o leggere, non mi comunica emozioni positive. Sicuramente merita una visita, se si dovesse passare da quelle parti, ma resta per me un luogo un po’ troppo freddino e rigido, perfetto per ambientarci la scena horror di un qualche film di fantascienza distopica, in cui protagonista e antagonista si sfidano all’ultimo duello in cima all’ottavo piano e alla fine uno dei due cade giù, schiantandosi sulla vetrata cuboide che divide il soffitto del primo piano dal vuoto dei piani successivi, tinteggiando finalmente tutto questo bianco insopportabile di un colore più vivo!

QINNI

Uno degli aspetti migliori della comunicazione tramite social network è la possibilità di parlare delle nostre storie, delle nostre vite, con immagini, video e parole che, date le possibilità odierne, possono fare il giro del mondo e arrivare lontanissimo nell’arco di tempo sufficiente a premere il tasto “pubblica”.

Così, da molto tempo ormai, seguo le vite di persone che non conosco, seguo gli aggiornamenti del quotidiano, mi interesso delle loro idee, di cosa amano fare – spesso ho scelto di seguirne le storie proprio perché sentivo che avevano qualcosa in comune con me – e senza alcun problema ammetto di essermi affezionata, anche se si parla di virtuale e di contatto a senso unilaterale – di molte di queste persone e delle loro vite.

Si tende a pensare che i social vogliano mostrare solo il lato piacevole, positivo della vita, ma questo a mio avviso non è sempre vero. Anche la foto più bella, migliore, con più filtri, se guardata con l’occhio giusto rivela delle ombre e dei retroscena impensati, che dicono del soggetto della foto molto più di quanto esso aveva intenzione di raccontare.

La stessa cosa accade quando mi capita di seguire persone dopo averne visionato opere d’arte, disegni o scritti o musica. Tramite l’opera d’arte ogni menzogna è spesso facile a decadere. Anche un disegno apparentemente felice, colorato e piacevole alla vista, può rivelare tante cose di chi lo ha composto.

Questo post parla proprio di una delle persone che seguo da qualche tempo e che sta vivendo un periodo tutt’altro che felice. Si capisce che non è l’unica persona al mondo ad affrontare una difficoltà, ma la sua storia è particolarmente infelice e, se vogliamo, anche piuttosto rara nella sua complessità. La ragazza cui mi riferisco si chiama Qinni, nome d’arte per le sue due pagine più aggiornate, quella di Twitter e quella Instagram, dove da molto tempo posta i suoi disegni e le sue illustrazioni. Quinni si trova a Vancouver e disegna manga, per lo più. Di persone che disegnano manga se ne trovano  davvero tante, molti hanno raggiunto anche dei livelli qualitativamente superiori rispetto a quelli raggiunti dai manga veri e propri, anche se a una occhiata non esperta il tratto manga può sembrare facile o un po’ ripetitivo. Ma il tratto di Quinni è diverso. Ricordo di averlo notato da un post di FB che è stato per molto tempo condiviso e ricondiviso da pagine di arte o di DIY, a tal punto che mi sono decisa a cercarne la fonte, poiché quel post, contenente uno speed paint, mi era piaciuto tantissimo.

Seguo Qinni da allora ed è impossibile negare che le sue opere abbiano qualcosa di magico, speciale, di malinconico e triste. Molto spesso Quinni scrive anche di sé, nell’intestazione dei disegni che pubblica, ed è così che sono venuta a conoscenza della sua storia. Questa ragazza ha 28 anni e ha già subito tre interventi al cuore. Il primo per cambiarle una vena, da quel che ho capito, poiché c’erano dei tessuti che crescevano in essa, ostruendo il passaggio del sangue. La qual cosa le ha quasi causato un infarto. Gli altri due interventi, a distanza di poco l’uno dall’altro, per risolvere i problemi creati dal primo intervento.

Da questo momento in poi, per lei è iniziata una vita durissima. Qinni non può fare niente. Non può arrabbiarsi, provare emozioni troppo intense o stressanti. Non può farsi tatoo o piercing, ma nemmeno può più suonare il violino che amava tanto suonare. Anche i rapporti sessuali sono banditi, specie nei periodi pre-operazione e di fatto deve condurre una vita molto lenta e sana sotto ogni aspetto, assumere medicine per il cuore e farsi analisi ogni due settimane.

Qinni però ha sempre raccontato di sé con molta ironia. Sono certa che nel silenzio della sua stanza sia stata e ancora sia una ragazza davvero impaurita da quello che le accade, ma l’immagine di sé che decide di far trapelare non è mai stata veramente triste. Sono i suoi disegni a parlare per lei. Non penso di dover commentare le immagini che copincollo in questo post, parlano davvero di lei con forza incredibile.

La storia di Qinni però non si è fermata al passato. Qualche settimana fa, da uno di quegli esami del sangue, è risultato che il problema del primo intervento si sta verificando di nuovo. Da quel giorno, questa ragazza è in ospedale e sta per ricevere il suo quarto intervento… il giorno del suo compleanno, che sarà dopodomani, 20 marzo. In un post su Twitter ha spiegato che ciò che la preoccupa non è tanto l’operazione in sé, quanto il post operatorio, che ha già vissuto tante volte e sa essere terribile, a tal punto che viene istituito uno psicologo che si occupa di questo lungo periodo di riabilitazione difficile. Non si tratta soltanto di punti e dolore fisico, ma di oggettiva impossibilità ad alzarsi per un mese, a potersi muovere, mangiare, respirare. Non riporto il contenuto intero di questo post, che molti dei suoi contatti hanno ammesso di non essere riusciti a leggere, perché davvero difficile da accettare. Ma si può immaginare quanto una situazione simile, una quarta operazione al cuore all’età di 28 anni, possa sembrare difficile da accettare. Al di là di comparazioni con altri problemi, che non è ciò che mi interessa fare, mi chiedo piuttosto quale possa essere il senso di tutto questo per una persona, in questo mondo? Qinni è una artista e molto di ciò che ha vissuto è confluito in questo e penso confluirà ancora nella sua arte, quando avrà superato l’ennesimo intervento e si sarà ripresa.

Ma Qinni scrive anche che questo intervento non è una cura, ma solo l’ennesimo tentativo dei dottori di rimandare la sua morte. E questa frase, detta con una leggerezza incredibile, mi ha lasciata senza parole. Non riesco a capire come una persona così piena di vita, di interessi, di voglia di fare, possa riuscire ad andare oltre il vedersi togliere giorno dopo giorno la possibilità di fare tutto ciò che ama. E’ questo suo cuore che produce troppo tessuto, che si espande in luoghi in cui non dovrebbe, che rischia di ucciderla…

Tra l’altro, uno dei medici l’ha informata che saranno costretti a prendere una delle vene del suo braccio per sostituirla a quella del cuore e questo potrebbe causare perdita di sensibilità alla mano, per sempre. Lei è rimasta terrorizzata da questa novità e ha chiesto, anche su consiglio di alcuni suoi contatti che ci sono passati, di farsela togliere dalla gamba perché… lei con la mano ci disegna, ed è l’unico modo che ha, il disegno, per rilassarsi, esprimersi, essere felice.

Ecco perché ho deciso di raccontare la sua storia in un post. E’ davvero una situazione particolare, difficile da comprendere, che include una quota di paura, di terrore e al contempo di voglia di vivere immenso. Tutti i suoi contatti non fanno che scriverle che pregano per lei. Io non prego, ma ci penso spesso e ogni giorno controllo i suoi social per vedere se ha scritto qualcosa… e già so che mi chiederò più volte che fine ha fatto quando nei prossimi giorni non scriverà nulla perché semplicemente non potrà.

E allora mi sono soffermata a chiedermi cosa succederebbe se poi non postasse più nulla. E il pensiero mi spiace immensamente, perché come detto in partenza, anche se lei non sa chi sono io, io so cosa prova lei, mi ci sono affezionata e la sua storia è troppo importante ai miei occhi per non raccontarla. Allora siccome io non sono un medico, non posso aiutarla, guarirla, non posso far molto e non è nel destino delle nostre vite essere amiche (mi sembra comunque di capire che non le manca calore nella sua vita quotidiana), ho deciso di parlare di lei. Sperando di rivederla presto a disegnare. Sperando arrivi il giorno in cui potrò, magari, chiederle di comprare un suo disegno. Semmai dovesse accadere (dal momento che ha chiuso le commissioni da molto tempo), farò di tutto per ottenere un suo disegno, affinché possa rimanere nella mia vita qualcosa di più di questa persona, qualsiasi cosa dovesse accadere.

VITA IN BELGIO, CAP.1

Mi sono resa conto che da quando sono qui, ho scritto molto poco di questi nuovi luoghi in cui mi trovo. La realtà è che non conosco molto il Belgio e anche della piccola città in cui mi trovo, al momento, ho esplorato solo ciò che mi serviva strettamente. Dopo anni di vita in Inghilterra, inizio a considerare la vita all’estero come uguale ovunque, nel suo comune denominatore di diversità da quella italiana. Le differenze sono le stesse rispetto al mio Paese, ma minime tra i paesi esteri in cui fino ad ora ho vissuto. Tuttavia, proprio ieri sera è successa una piccola cosa, un’inezia, intendiamoci, che mi ha dato misura di una grossa differenza tra Belgio, o almeno parte del Belgio appartenente alle Fiandre (perché di quello francese non so niente e so che sarebbe diverso, per sentito dire), e Inghilterra (per non parlare poi del confronto con l’Italia).

Qui, come ormai in molte parti del mondo civilizzato, si fa la raccolta differenziata. A seconda del paese in cui ci si trova, la raccolta funziona in maniera diversa. Per quanto riguarda Lovanio, è prassi mettere carta e cartone fuori dalla porta di casa nella notte precedente il momento della raccolta da parte degli addetti. Così, visto che siamo ancora impicciati di cartoni ovunque, residuo del trasloco, abbiamo deciso di mettere fuori dalla porta molti cartoni, dentro i quali era contenuta molta carta di ogni tipo. In più, sempre per via del calendario di raccolta, abbiamo posto fuori una busta blu, che è adibita a contenere lattine e bottiglie di plastica dura. Ho preso la busta e l’ho messa accanto ai cartoni e non davanti, per lasciare un po’ di spazio sul marciapiede. Allo stesso modo ho allineato tutti i cartoni anche davanti alla porta del garage, che è accanto a quella di ingresso, in modo da non intralciare il passaggio.
Poi, siamo usciti a far spesa.

Al nostro ritorno, ho notato che la busta blu non era più dove l’avevo messa, ma era stata piazzata sopra un cartone. A una osservazione più accorta, mi sono resa conto che avevo messo la busta poco dopo la linea di demarcazione perimetrale che divide la nostra casa da quella affianco. Ovviamente, la linea di demarcazione non è visibile dall’esterno, ma io che conosco la casa in cui vivo, volendo fare un po’ di calcoli, noto che dalla mia porta d’ingresso al muro estremo della stanza del pian terreno c’è quel tanto di spazio, saranno 40 cm, lungo i quali avevo messo appunto il cartone, sforando di qualche centimetro nella parte di muro successiva, quella del vicino di casa, con la suddetta busta.

E lì, dove prima c’era la mia busta, erano comparsi dei pacchettini di cartone piccolissimi, impilati, posti esattamente a margine di quella linea di demarcazione (cioè dove prima c’era la busta), mentre tutta la parte anteriore il suo ingresso era totalmente sgombra.

Ok. Io sono una persona molto puntigliosa, l’ordine a volte è un pallino e mi porta a fare cose da OCD, ma qui siamo oggettivamente sforati nella pazzia paranoide. Non gli sarebbe cambiato niente mettere i pacchettini accanto alla busta. No. Ha dovuto spostarla per rimarcare che EHI, DA QUI IN POI E’ FOTTUTAMENTE CASA MIA e ci ha piazzato i suoi pacchettini, che potevano benissimo stare accanto alla busta, dove spazio ce n’era.

E ora si potrà dire che sono stata cafona a invadere il suo territorio (tra l’altro non mi ero davvero accorta di averlo fatto, tanto era invisibile la linea di demarcazione dei due edifici che di fatto sono attaccati), che qui le regole si rispettano, che mica stiamo in Italia dove la differenziata viene ignorata ancora da molti e le buste impilate a caso intorno ai bidoni, né tanto meno in Inghilterra, dove più volte la gente non si è fatta scrupoli a gettarmi la sua immondizia nei miei bidoni (cosa di cui non  mi sono affatto lamentata) o a lasciare immondizia terrificante in giro negli anfratti di quartiere, non per ultimo pure un motorino incendiato e ricoperto di benzina (i bei ricordi, eh…).

Ma poi, a fronte di tanto cavillo e di tanta psicosi OCD che però è assolutamente collettiva in questo caso, ti rendi conto che è tutta una parvenza quando, la notte stessa, saranno state le tre di notte, gli studenti che vivono qualche casa più giù hanno deciso di mettere musica a tutto volume e cantare, gridando e sbattendo bottiglie rotte contro i muri. E nessuno li ha sgridati o rimproverati. Ah sì, mica come in Italia, che ti scende il mafioso del quartiere a dartele, o come in Inghilterra dove la Polizia viene chiamata per ogni minima cazzata, come poco poco ti azzardi a turbare la quiete del quartiere o a lasciare per errore l’auto parcheggiata un pochino male. No. Qui si fanno le pulci per le puttanate, come allineare cartoni nei centimetri del tuo spazietto, ma nessuno ha avuto le palle di scendere in strada e fanculare gli studentelli che, in barba alle regole di quiete pubblica, hanno gridato per almeno mezz’ora. Il mio ragazzo già in passato ha chiamato la Polizia qui per questo stesso problema, non ha coraggio di scendere perché non so quanto sia conveniente andare a sgridare questi dementi, per poi parlargli in inglese e rivelare di essere stranieri.
Quello che potete immaginare accaderebbe, beh… accadrebbe di sicuro, e c’erano troppi uomini per evitare guai (tra l’altro qui sono tutti alti e piazzati). Ma una persona della zona che dovesse affacciarsi e gridare in olandese di stare zitti o minacciare di chiamare la Polizia, avrebbe sicuramente più autorità.

E invece no. Silenzio e fottesega. Però se Nadia mette una busta fuori dal suo perimetro di qualche centimetro, allora la si sposta e si mette qualcosa in quell’esatto posto per farle capire che ha sbagliato e che NONONONONO non si fa. Io da un lato sono estremamente infastidita da questo zelo inutile, che già ebbi modo di constatare durante gli eventi ASSURDI del trasloco, dall’altro ne cerco le cause e le trovo in un bisogno ossessivo di sfuggire a ciò che non è la norma, alla volontà di affermare che le cose devono andare in un certo modo e solo in quello, perché chissà cosa succede se si devia dalla norma. Ecco, in Inghilterra non era così. Tutti sono abituati a pensare che gli inglesi siano campioni di irreprensibilità e rigore, ma invece no, sono solo persone che tengono molto al quartiere e ai giardini, in genere, che fanno rispettare subito il proprio spazio, ma non hanno questa fissa assurda per le regole e sicuramente hanno più ironia e senso dell’umorismo su queste cazzate e se devono venire a dirti una cosa, te la dicono, forse con una punta di razzismo negli ultimi tempi, ma in generale tutto si è sempre risolto in modo amichevole. Ma appunto, come possono cazziare me per un parcheggio sbagliato o un muretto del giardino tenuto male, cazziano di sicuro l’ubriacone che si mette a gridare di notte, sia esso folle o studente.

Qui invece tutti serissimi, come se spostare un cartone fosse il primo problema dell’umanità, ma paura di tirar fuori le palle. C’è molta paranoia collettiva e a me non piace e un po’ mi fa anche paura, perché sotto queste paranoie collettive si nasconde la polveriera pronta a esplodere. In Italia la polveriera è a vista di tutti, tanto che nessuno ci fa più caso e di fatto esplode così tante volte (lite tra vicini, lite tra automobilisti) che chi più e chi meno si sono adattati e resi in grado di gestirla. Ma quando la polveriera viene nascosta a lungo sotto strati di apparente ordine maniacale, poi quando esplode sono cazzi. E lo dico con cognizione di causa perché io sono come il Belgio, infatti questa cosa di riconoscermi nella sindrome paranoica di questi luoghi mi sgomenta. Pure io mi incazzo di rado, ma di brutto. E faccio di tutto per preservare ordine, a volte maniacale, nel mio ambiente, nella mia mente, nelle mie emozioni, fallendo. E’ uno stratagemma che tende a controllare l’ansia e l’irregolare, di cui però alla fine mi nutro quotidianamente. Non a caso in Italia soffro come una bestia, quando ci torno, dopo anni di vita all’estero, per i continui soprusi sociali cui siamo immersi, specialmente al sud, tra sgarbi stradali, vicini cafoni, immondizia sparsa ovunque, bus che non funzionano, treni in ritardo, maleducazione continua spacciata per opportunismo (vedi post precedente). Stando qui però si raggiunge l’estremo opposto di esagerazione e anche questo mi infastidisce. Di meno, perché nei fatti la vita è organizzata sul serio. Ma cose come quella di stanotte mi fanno riflettere sul senso estremo delle regole, fatte solo per complicarsi la vita, invece che semplificarla.  In Belgio, semplicità zero, e presto racconterò un altro episodio in merito, che ha dell’assurdo non meno di questo.