L’ARTE DI ESSERE FRAGILI

L’anno nuovo non è iniziato nel migliore dei modi.

Certo, poteva andare anche peggio di così, dal momento che al peggio non vi è mai fine. Tuttavia, col passare degli anni mi scopro molto più ottimista di quanto credo e quindi finisco sempre per vedere almeno un risvolto positivo, anche in prospettiva di una sequela di cambiamenti che stanno per asfaltarmi.

Diciamo che marzo, nonostante questa ondata di ottimismo un po’ forzato, è stato comunque un mese di merda, dove tutto ciò che poteva andare male è andato male, dove mi sono sentita sprofondare in un gorgo nero di pensieri da cui sono, almeno momentaneamente, sfuggita e che penso mi attendano al varco al prossimo periodo di scoramento.

Così, quando sono riuscita a prenotare il biglietto per la rappresentazione teatrale di Alessandro D’Avenia al Teatro Palazzo di Bari, ho creduto di essere stata finalmente baciata dalla fortuna. Avevo letto di questo evento da tanto tempo ed ero ben conscia dei salti mortali internettiani che avrei dovuto fare per accaparrarmi uno dei pochi biglietti che, essendo gratis e limitati, avrebbero attirato fatalmente un incredibile numero di persone.

Il giorno previsto dal sito online per la prenotazione non mi sono persa in chiacchiere o scoraggiata e ho iniziato a trapanare il tasto F5 del mio portatile malandato, nel tentativo di accaparrarmi il biglietto prima che fosse troppo tardi.

Ero già pronta alla disfatta, che sarebbe seguita pesante come un macigno sul petto – specie visto quanto avevo investito col cuore all’idea di poter vedere uno dei miei scrittori preferiti dal vivo – quando incredibilmente ce l’ho fatta! Ci sono riuscita.  I restanti giorni di questo mese infausto hanno di colpo preso una piega positiva e per tanti giorni ho avuto dentro me il pensiero di questo evento che, nei momenti di bassi, mi ha accompagnata mattina e sera.

Ora che l’evento c’è stato – ieri sera mentre scrivo – un po’ mi sento male per aver perso questa sensazione di compagnia che mi dava il sapere che per una volta ero riuscita a ottenere qualcosa che desideravo, che per una volta non sono stata la solita sfigata che non riesce mai a fare nemmeno le cose più semplici per riuscire ad avere tra le braccia ciò che vuole – complice pigrizia, condizioni avverse e talvolta anche il gioco amaro delle pedine della storia, come sta accadendo in questi mesi.

Ma una cosa è certa. Non dimenticherò mai la serata di ieri.

Il Teatro Palazzo era gremito di gente già due ore prima dell’inizio dell’evento. Un po’ mi sentivo strana – un po’ invece lusingata – nel vedere che la maggior parte dei partecipanti era di età molto giovane. Scolaresche e insegnanti, per dirla tutta. Sapevo che se avessi avuto sedici anni oggi, avrei partecipato a una giornata simile col medesimo spirito gioioso e ansioso, come quello che si ha quando si va ai concerti e non si vede l’ora di veder spalancare quelle maledette porte che ti separano dalla persona – o dal gruppo di persone – che con la loro arte hanno animato il tuo mondo devastato e in guerra e gli hanno dato degna musica, degne parole, degno colore.

Così mi sentivo io ieri. Quando le porte si sono aperte, tutti i ragazzi e le ragazze presenti si sono messi a correre, animati dalla passione amorosa che ben conosco, di chi ama con tutto il cuore una persona che non conosce, ma della quale ha scoperto il mondo tramite i suoi libri e vuole sentirselo vivere addosso. Trascinata dalla folla in corsa, assieme ai miei compagni di questa splendida giornata, mi sono ritrovata nella grande sala del Teatro, proprio tra le prime file.

Il palco era allestito a immagine e somiglianza di una classe di liceo. Banchi e sedie ai lati, al centro uno spazio vuoto dove, come immaginavo, ci sarebbe stato D’Avenia. Tutto intorno a me c’era un’aria viva e affamata. Mi trovavo di fatto tra scolaresche di adolescenti, un mondo che per fortuna ho abbandonato col diploma. Un mondo che ho detestato, odiato e che ha nutrito il cosmo nero del mio odio per l’umanità per cinque anni, lunghi, interminabili, che hanno bucato la mia anima senza che mi fosse possibile tornare indietro alla me che ero stata prima.

Osservavo con un misto di curiosità e di sospiri questi ragazzi, ancora invischiati in quel macchinario atroce che è la scuola e mi dicevo che la me di alcuni anni fa, la me di 16 anni, avrebbe davvero apprezzato essere lì. Sapevo, per sommi capi, di cosa avrebbe parlato lo scrittore. Ho adorato i suoi primi tre romanzi e ho iniziato a leggere il suo quarto proprio in questi giorni. E come è successo per gli altri tre, anche questo ha iniziato a parlarmi e rapirmi come solo il suo modo di usare le parole sa fare. Proprio per questo, perché io ero quella bambina ferita negli anni di liceo, la stessa persona cui lui si rivolge oggi, con molti e troppi anni di ritardo per me, ma per fortuna in tempo per i tanti che sono accorsi a sentirlo e vederlo, da quando questo viaggio teatrale da lui organizzato è iniziato.

Per questo osservavo i ragazzi intorno a me con un misto di invidia bonaria, pensando alla loro fortuna. Ma anche io, dopotutto, ero stata fortunatissima a poter essere lì e non potevo negarlo. Del resto, per via delle tante batoste prese a liceo, quella parte di me non è scomparsa lasciando spazio a qualcosa di positivo, ma è sempre rimasta viva in attesa di vendetta feroce o almeno di una spiegazione al perché di tanti anni vissuti così malamente. E in fondo, me lo meritavo questo monologo teatrale portato avanti da un uomo, un insegnante oltre che scrittore, che ha preso a cuore proprio il lato disagiato, ferito e sofferente dei giovani ai quali si rivolge ogni giorno.

Quando la campanella della scuola è suonata nel teatro, dando il via alle danze, dei ragazzi – comparse si sono seduti su quei banchi, penne in mano, le luci si sono leggermente affievolite e lui è entrato.

Io, sino a poco prima di vederlo comparire sul palco non credevo davvero esistesse. Ho questa mia capacità di idealizzare le persone, anche quelle che conosco e mi piace questa mia capacità, anche se mi espone a tante ferite. Non c’è cosa più bella che innamorarsi dell’identità di persone come fossero personaggi di un romanzo infinito. Quante sue lezioni, interventi e interviste ho visto su Youtube in questi anni! Quella a Milano su Dostoevskij, pioggia di invidia per gli studenti che hanno potuto godere quel momento dal vivo, o l’intervento sulla scuola e cosa fare per cambiarla. Li ho visti tutti, recuperati pian piano, quando avevo bisogno di sentire parole di conforto, anche un po’ cariche di rabbia se vogliamo, e di passione per la letteratura, quella passione che scorre nelle mie vene e che a volte sento come anacronistica, in un mondo che pur nella bellezza del suo progresso, sta perdendo per strada il valore delle parole, non quello estetico, ma quello più profondo, che scopriamo quando riusciamo a farle risuonare nel nostro petto per ricevere la cura dei nostri mali o la risposta alle domande, o le domande giuste in un momento in cui nulla più è chiaro.

Io so che lui è in grado di fare questo, in un panorama letterario francamente deludente, dove a farla da padrone vige lo strapotere di Wattpad e la disperazione dei distopici per giovani, dove la speranza si perde in finali prevedibili. Alessandro D’Avenia è molto criticato per il suo buonismo, per le sue posizioni di tipo religioso, per l’inconsistenza – dicono – dei suoi romanzi. Io leggo queste parole e mi sembra di sentir parlare di uno scrittore che non è lo stesso che credo di percepire io.
Eppure, nessuna delle critiche a lui mosse mi ha mai sfiorata dal cambiare idea su di lui, dal credere possibile nel cuore di una persona l’esistenza di un impulso alla vita che è lo stesso che conosco anche io, che segue gli stessi percorsi, perfino gli stessi identici libri o artisti. Ritrovare menzione di Salinas, mio poeta adorato, o della straziante vicenda sentimentale di Mandelstam e la moglie, o del Delitto e Castigo, nelle sue opere. Messaggi, lasciati così, tra le righe delle sue storie, che ogni volta mi fanno balzare in aria e dire: “Non ci posso credere, anche io sono stata qui, anche io ho pensato queste cose. Non sono sola! Non le vedo solo io queste cose, non sono pazza.”

Quando leggo ciò che scrive o lo sento parlare, la voce nel mio petto che brama di poter vivere di questa passione intellettuale si risveglia. Dorme già da molto, costretta a una delusione che ancora non è riuscita a superare, benché quella luce di liberazione sia sempre più vicina, a fatica, a morsi, a graffi, ma vicina.

Per questo sapevo di dover essere lì, di dover assaporare quella fortuna, quella sera fortunata. Nel posto giusto al momento giusto. Mi sembra di sbagliarli sempre, i posti, di recente. Di non indovinare mai il percorso che potrà portarmi dove desidero. Questo perché ciò che desidero a volte è velato di nebbia e di assurde insicurezze. Ma ieri non vi era nebbia alcuna: ero al posto giusto.

Lui è apparso sul palco, tra gli applausi e ha parlato a tutti, come meglio sa fare. Il suo monologo parlava di Leopardi, della possibilità di considerarlo non come il ben noto pessimista, come ci è stato trapiantato nel cervello in anni di scuola marcia e sterile, bensì come di un poeta innamorato della vita a tal punto da trasformare ogni suo desiderio, ogni sua disfatta e ogni sua riflessione in opera d’arte. Come ognuno di noi, visse fallimenti, passioni, voglia di fuggire e di conoscere, di amare. Come ognuno di noi, non più e non meno, visse la verità della vita, lo scoprire che non tutti i desideri possono realizzarsi. E nonostante questo, l’ostinato tentare, l’ostinato capire che soffrire può essere l’antidoto alla noia, al tedio, forse anche alla morte, perché è quando ci troviamo con l’acqua alla gola in un periodo di crisi che abbiamo davvero la possibilità di capire, di capirci, di splendere un po’ di più, di assaggiare ancora la portata dei nostri desideri e di poterci credere, di poter cavalcare ancora la speranza della loro realizzazione, o se non altro di poter assaporare l’energia che questa speranza ci dona.

In tutto il suo monologo, D’Avenia parlava di Leopardi. Ma soprattutto, parlava di sé. Della sua esperienza con il poeta, con la poesia, con la vita, coi giorni del suo rapimento in cui ha compreso chi voleva essere, diventare e perché. Credo che lo sentirei, se potessi, parlare per ore. Ha un modo impressionante di cavalcare le parole, che non è proprio dell’uomo che se ne sta in una stanza a leggere e pensare per ore. Eppure lui è anche questo, non può che esser così, essendo un insegnante e uno scrittore.

IMG_20170401_211952.jpgMa nel corpo e sulle labbra di quest’uomo esiste una passione viva e fiammeggiante, che non ha rivali e che si sprigiona da lui sino ad atterrare sul pubblico che lo ascolta con un impatto potente. Indossava una camicia bianca, un pantalone elegante. Uno sguardo giovane, i capelli ricci e dorati stonavano con questo suo abbigliamento serio e ancor più mentre parlava, mi pareva che persino le parole non fossero sufficienti a esprimere questa energia aggressiva che aveva dentro. Aveva preparato buona parte dei monologhi, lasciando all’improvvisazione il ponte tra di essi. Nonostante però inseguisse la memoria nel suo raccontare Leopardi e sé stesso, a me pareva che da un momento all’altro quel suo monologo non ce l’avrebbe più fatta a contenersi. E devo dire che di questo non mi ero accorta quando avevo guardato gli interventi registrati. Era la sua presenza, la sua fisicità a lasciar trasparire ciò e mi pareva che tutti se ne avvedessero perché tra i presenti non è volata mai una mosca. Ero impressionata da questo modo di veicolare le parole, come fosse in lui più la voglia di smuovere l’aria intorno a lui, di fare una piccola guerra col suono delle sue parole.

Ci vuole forza e sicurezza per parlare in questo modo alle persone ed è una cosa che gli ho invidiato molto. Le parole per me sono sempre state armi pericolosissime da usare con cura. Proprio per questo preferisco scrivere, ma resto in silenzio, quando posso, ad ascoltare. Quando si parla, si scava nel petto di chi ascolta, le parole hanno significati immensi, raccolti in anni di esperienze. Ogni parola, detta al momento giusto, o sbagliato, crea echi, distrugge muri o li costringe a innalzarsi. Non si parla a vanvera – non si dovrebbe – con le persone che ci circondano. Ci vuole delicatezza.

Lui riusciva a essere al contempo delicato, data la materia trattata, ma anche distruttivo. Ho percepito questo ruggito sconvolgermi dentro mentre inseguiva i suoi discorsi e si lasciava rapire egli stesso dalle sue parole. Non ho mai pensato che potesse esserci uno scrittore capace di fare tanto. Non parliamo poi di un insegnante… figura da me altamente odiata, capace di farmi venire in odio persino la letteratura, che se mal raccontata è solo sterile sequela di date, opere e scarna analisi di parole svuotate di contenuto.

Mentre D’Avenia parlava, ho immaginato come sarebbe stato sentirlo parlare per altre due ore di Dostoevskij. Cosa avrebbe raccontato di lui? Cosa avrebbe raccontato della vita dello scrittore che più amo al mondo e del quale più profondamente invidio la profondità oscura e torbida dei pensieri e la sua capacità di metterli su carta in un modo così ironico e pungente?

Non mi sono sufficienti due ore. Specie se emergono in mesi e mesi di aridità. Ma anche il pensiero che esistano persone così al mondo e io non sappia dove trovarle, no! Non mi è sufficiente. Io ho bisogno di parole e di persone come lui, ma non lontane, non irraggiungibili, non risicate. Ne avrei bisogno ogni giorno e l’unica cosa che posso fare, mentre attendo di indovinare il percorso che me le farà incontrare ancora, è imparare a riconoscerle. E a non perderle, come è già stato nella mia vita.

Così, mi sarebbe tanto piaciuto imbottigliare ogni singolo istante di questa serata. Non solo le sue parole, quanto la sua energia, la sua intraprendenza nel comunicare e nel contempo risvegliare in me questo morto addormentato che, più di una volta, pensa che sia inutile risvegliarsi. Se potessi imbottigliar questa sensazione, come fa il protagonista bambino dell’Estate Incantata di Bradbury, che imbottiglia il sapore della libertà dell’estate trascorsa lontano dalla scuola e l’assapora, l’avrei fatto. Sarei salva, mi basterebbe togliere il tappo e rivivere tutto come fosse oggi.

Invece, al mio servizio, non ho la fantascienza visionaria, ma solo la memoria. Memoria che di rado mi inganna sui dettagli, sulle parole, sui colori e le forme delle cose, ma ahimè, nulla può con le sensazioni. Posso riviverle, ripensare a ciò che sentivo mentre le vivevo in prima persona, ma non mi fanno sentire viva come quando ERO in quel momento, in cui lui parlava e io pensavo a diecimila cosa, vivevo diecimila vite nell’arco di sole due ore, riprogettando mondi, ripensando errori in una luce speranzosa, riformulando desideri in modo più chiaro, più epico, più gonfio di sicurezze.

Le sue parole, la sua energia, mi raggiungevano come particelle che smuovevano il sonno e la vita addormentata che ho dentro. Già adesso, a 24 ore da quel momento, sento ancora vibrare quelle idee e al contempo farsi strada di nuovo “le mie ali nere e il mio mantello” (cit.) che divorano la memoria e mi ricordano l’abito che devo indossare domani, quello che mi serve essere pur di esistere in questo mondo vorace, che se non sei attento ti schiaccia e nemmeno ti vede. Il nero è fondamentale, per nascondersi quando serve, per essere un pugno nell’occhio della luce quando vengono meno le illusioni e mi resta la chiara esigenza di verità e di realtà delle cose.

Però se potessi imbottigliare la luce che veniva da lui, tale che di tante foto fatte ieri, nemmeno una è riuscita a venirmi senza questo alone assurdo e infuocato che lo circondava, allora penso a come sarebbe diversa la mia vita.

Non si può inventare la luce, c’è o non c’è. Io so di essere nel buio, che è per me una cosa meravigliosa, come meravigliose le persone che si incontrano qui o la solitudine, ma talvolta sogno il contrario. Un po’ la invidio, l’ammiro, perché mi fa sentire ancora più buia, mi fa vedere quanto ancora più in profondità posso scendere a capire la vita, la gente, gli eventi. Più luce, più forte e mi sembra di vederci meglio di quanto ci abbia mai visto, a scoprire nuovi labirinti, nuovi pensieri mai solcati, mai attraversati prima con la mente. Quella luce che ti trapassa e sorpassa in un istante, illumina le pareti del tuo mondo, dove tu credevi esserci appesi questi quadri, questa pendola, quelle tende, quei monili del passato, quei diplomi, quelle maschere di vetro. E invece c’è anche altro, cose che non hai portato tu, cose che compaiono e di cui non riconosci la forma o la provenienza, te ne avvedi e resti di stucco e pensi: “Ancora, voglio un altro lampo di luce, devo scoprire cos’altro c’è in questi luoghi, sulle mie pareti, lungo i sentieri inesplorati della mia via.”

Ma non è facile trovare persone capaci di veicolare questa luce in qualcosa di grande. In molti la sprecano, in molti non si accorgono di questo potere e molti altri semplicemente non producono arte, di conseguenza non hanno modo di usare questo “potere”, se così vogliamo chiamarlo, ad uso di chi come me potrebbe servirsene per creare a sua volta. Non è facile incontrare persone così, specie se permani nel buio. Come ho già detto, c’è poca gente qui con me – buona compagnia – ma per mia fortuna ho imparato a riconoscerli, anche da lontano, anche da un libro o una canzone. L’unico mio rimpianto è che, per come sono, sia io a non sapere cosa fare per farmi vedere. E forse sono io che non voglio, in realtà. La luce brucia e io ho paura.

Per ora, preferisco restare con questa memoria nel cuore, che spero svanisca il più lentamente possibile. Ho un libro qui da terminare, che mi farà rivivere i pensieri della serata di ieri. E spero altri libri, nel futuro, altre parole da parte di un uomo che stimo e di cui inseguo e desidero una luce, una energia che ha il merito di spalancare porte e liberare anime imprigionate – non solo la mia, ma quella di molti che a quanto so gli scrivono e hanno visto questa luce anche più chiaramente di me.

E’ uno scrittore. Un insegnante. E’ un uomo. E’ una persona che ha preso dalla vita e ha restituito e restituisce ciò che ha preso. Lo sa e nella sua consapevolezza persegue il suo percorso. Fortuna per me, averlo intravisto in un mondo che scompare sotto il peso di un negativo inutile, quello peggiore e che ci sta rovinando tutti: non quello che ti scava dentro e ti aiuta a conoscerti, ma solo quello che ti affossa e ti convince che non ci sia più niente da fare, che ti dovresti vergognare se ancora ti azzardi a desiderare.

FROZEN: LOTTARE CONTRO LA DEPRESSIONE

Quest’anno sono tornata a Disneyland e ho avuto modo di constatare, non con particolare sorpresa, che il cartone di punta delle attrazioni di questo periodo è Frozen. Da amante dei film Disney ho visto Frozen anche io, uscendone devastata in fiumi di lacrime. Faccio parte di quel milione e passa di persone che regala visualizzazioni continue al video che si trova su YT.
Notevole come col passare degli anni, cresciuto di molto il mio cinismo nei confronti della vita, riesca ancora a vedere ai cartoni Disney come dispensatori eterni dell’illusione passata e infantile della poesia e bellezza della vita. Nonostante critici moderni ci tengano a mettere in rilievo il ruolo della donna sottomessa al principe di certe storie, quello che io ci vedo, da sempre, è un modo geniale e sempre sottile di riuscire a far passare dei messaggi psicologici tali da non turbare i bambini, che di fatto del cartone vedono la fiaba, i colori e i personaggi teneri o le principesse, ma allo stesso tempo tali da far riflettere una persona della mia età. Tali, anche, da far riflettere un giorno quei bambini che, cresciuti, ritroveranno l’atmosfera della loro infanzia e comprenderanno, crescendo, la verità che si nasconde dietro l’illusione della bontà della vita.

Avevo già provato tutto questo pensando alla Sirenetta, cartone di punta quando io ero bambina, che come non mai descrive esattamente ciò che poi è successo nella mia vita. Una ragazza che sogna un mondo diverso dal suo, che lo brama, che si llude che tale mondo possa fare la differenza rispetto a quello da cui viene e finalmente lo raggiunge, con sacrifici e distacchi, proprio inseguendo un sogno d’amore. Facciamo finta di non pensare che nella fiaba originale la Sirenetta muore e concentriamoci sul senso di questo post!

Dicevo, appunto, Frozen. Rivoluzionario per alcuni, banale per altri, Frozen narra una storia, per me, bellissima e molto significativa. I soliti pedanti hanno voluto vederci la rivoluzione per la donna: una principessa che finalmente non si fa salvare dal principe bensì dalla sorella, quindi che esprime il proprio potere di donna.
Bene, io in Frozen non vedo niente di tutto questo. Una cosa la condivido però, con tali critici: l’amore non è l’argomento principale di Frozen. Infatti, l’argomento base di Frozen è senza dubbio la depressione.

Come sono arrivata a questo assunto? E’ presto detto. Seguitemi nel mio discorso.
Abbiamo come protagoniste due bambine. Anna, la bimba socievole e iperattiva, ed Elsa, la bimba creativa e mentale, più pacata e, non a caso, la più grande d’età. Giocando assieme, un giorno Anna si fa male e rischia brutto. Elsa si crede causa di questo incidente e inizia a colpevolizzarsi di questa cosa sin da tenera età. I genitori, non paghi di questo, la convincono a tenere nascosto il suo “potere”, onde evitare di fare del male a qualcuno. Il potere nel cartone animato è la capacità di ghiacciare tutto e così facendo può costruire tante cose belle ma anche fare del male. La metafora è presto detta: Elsa ha un forte senso di creatività, di vita, è una sorgente vitale, non meno di Anna, e i suoi stimoli interiori sono così forti da avere il potere di farle fare grandi cose, ma anche di ferire chi le sta accanto. Questo potere interiore è la vitalità, la parte passionale di ciascuno di noi.

A seguito del divieto di usare il potere, mannaggia alla miseria, i genitori muoiono. Non vi è bisogno di dire che, a fronte della chiara sfiga dei personaggi Disney, questa è un’altra metafora. I genitori non hanno fatto un buon lavoro su Elsa (e nemmeno su Anna, poi ci arriveremo). Già prima della loro dipartita si sono preoccupati di tarpare le ali di Elsa, seppur con tutte le buone intenzioni. Con la loro morte, sulle due bambine cala un velo difficile da gestire e capire. Restano sole, con Elsa soffocata nella sua stanza e Anna privata della sua migliore compagna di giochi.

A un certo punto, crescendo, la vita si fa strada alla porta di Elsa, suo malgrado. Si deve sposare. E’la principessa di un regno e quindi ci vuole che qualcuno lo gestisca, insomma ci vuole un contratto che determini che si sta passando dall’età adolescente all’adulta. Bene, che sia matrimonio o diritto di governo, è questione di fiaba, la metafora è chiaramente il passaggio all’età delle scelte personali e delle responsabilità. Ma Elsa non è pronta e lo sa bene. Ha paura del mondo, paura di sé, paura di tutti, paura del giudizio su di lei. Soprattutto, oltre alle sue paure, è frustrata. Ha soppresso la sua creatività. Ormai lo fa da anni, sono anni che non usa il potere, sono anni che non gioca più con Anna o con nessun altro, non vede nessuno. Non esce dalla stanza. Usa dei guanti PROTETTIVI. E non dimentichiamo che non ci sono più i genitori, che non c’è più una loro influenza regolatrice nel bene e nel male.

Come dicevo, la vita si fa strada ugualmente, perchè è così che accade anche nella realtà. Elsa si fa scoprire, un po’ per errore un po’ perché era oggettivamente impossibile non riuscire a farlo, in quanto la vita ti scopre sempre, anche quando la eviti. E qui, si ha l’apoteosi della fiaba e della metafora della depressione. Elsa scappa, terrorizzata dai giudizi, dalla società, dalla paura di potersi esprimere, dal dolore, dal senso di colpa. Perde totalmente quel minimo barlume di interesse alla vita che le era rimasto in piedi nel buio del suo castello, all’ombra di domestici e della sorella Anna (appannaggio del rassicurante passato). Scappa via e si rifugia su di una montagna innevata.

La montagna è per eccellenza simbolo di solitudine, ma anche di altezza, di inarrivabilità. Fa freddo, c’è la tempesta, la neve. Elsa si trova sola ed è così triste e insensibile agli stimoli della vita, come accade per i depressi, che il freddo non la infastidisce. E qui, con una animazione bellissima dal punto di vista estetico ma agghiacciante se ci soffermiamo sul senso, parte la canzone madre di Frozen, Let it go. Elsa è triste, è stanca di sentirsi oppressa e finalmente da sfogo alla sua vitalità, alla sua passione. Si rende conto che il potere che tanto ha dovuto tenere nascosto può fare grandi cose. Questo è ciò che accade quando impariamo a convivere con la solitudine: abbiamo modo e tempo di capire chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Purtroppo, però, questo non coincide con la guarigione dalla depressione. Elsa è ancora scottata e delusa. Si convince che questo suo potere non sarà mai accettato, che è meglio se resta sola e lontana dalla società (lontana cioè da tutti i campanelli d’allarme che la metterebbero in crisi costringendola ad affrontare la malattia, sorella compresa) e invece di usare la solitudine per fare riflessioni temporanee e tornare poi a casa ad affrontare la vita, prende la scelta più terrificante.

Non tornerò indietro, dice. Costruisce un enorme castello di ghiaccio, si veste con un abito fatto di ghiaccio (metafora ancor più terribile, anche il suo corpo smette di sentire la vita, la passione, non soffrendo il gelo dell’abito che lo copre) e nel castello si rinchiude, convincendosi che è meglio così, che questa è l’unica vita possibile per lei. Ecco così completato il percorso di depressione che, inevitabile e schiacciante, si impadronisce della sua vita. Elsa non muore, ma nemmeno vive.

La cosa che più mi lascia sorpresa di questa metafora è che la canzone Let it go, le cui parole del testo originale (ma anche le immagini a esso associate) parlano chiaramente di depressione e di rinuncia alla passione di vivere, è amatissima dai bambini. Persino io, quando l’ho sentita in filodiffusione mentre ero a Disneyland, non ho potuto reprimere un gridolino, perché l’adoro. E sono convinta che al di là della dimensione fatata del cartone, anche i bambini come me possano sentire che quella canzone è davvero molto triste. I bambini di oggi si sentono soffocati, secondo me, e non li biasimo, visto il mondo pesante in cui viviamo. In apparenza, Elsa è felice di rinchiudersi nel castello da lei creato, ma soffermandosi un attimo a pensare a cosa ciò vuol davvero dire, Let it go diventa una canzone di sconfitta, di solitudine. Certo, Let it go inteso come Lascia andare il tuo potere, la tua creatività, e mi sta benissimo. Ma dove? E come? Da sola in un castello di ghiaccio, vestita di gelo? Senza il confronto con la realtà?

Elsa ha imparato una grande lezione, la forza del suo potere vitale e creativo, ma non ha imparato che crogiolarsi nella solitudine e nascondersi al mondo non è la strada giusta per dare valore e rilievo alla sua bella personalità.

E qui, interviene Anna. Cosa rappresenta Anna per la mente di una persona depressa? Anna è il vitalismo fatta persona, è fiduciosa, istintiva, onesta, si appassiona di tutto ed è pronta anche a innamorarsi, poiché ha superato da un pezzo e brillantemente la fase di accettazione di sè stessa. Ora, lasciamo perdere che all’inizio prende una cantonata in amore. Questa è la fabia. Alla fine, è proprio Anna che si innamora e corona un sogno sentimentale, l’incontro col prossimo per eccellenza. Ma sappiamo che è Elsa il vero cuore della storia ed è per questo che sostenevo all’inizio che Frozen non è una storia d’amore. Elsa non ha alcun interesse nell’amore. Non può averne perché ancora non sa nemmeno chi è e come si faccia a vivere. Per cui chi ha detto che per una volta c’è una principessa che si salva da sola o grazie alla sorella, ma non grazie all’amore romantico, non ha colto che qui non c’era quel tipo di storia in ballo. Elsa non si deve salvare. Elsa si deve amare. Cosa che non le hanno insegnato a fare sin da bambina. Anna è sicuramente uno dei motivi per cui riesce a uscire dal castello, nonostante gli sforzi, perché Anna rappresenta (secondo me) non tanto la sorella, quindi la famiglia, quanto proprio la sua parte interiore vitalistica, che lei credeva morta (infatti Anna alla fine del cartone sembra morta… e invece si risveglia). Elsa e Anna sono i due volti dell’essere umano, portati all’estremo.

Elsa si salva da sola, decidendo di dare spazio alla sua parte vitalistica, decidendo di salvarla dal gelo e dal ghiaccio, dalla solitudine e dalle vette inaccessibili della montagna. Nella realtà, il percorso di un depresso è molto più complesso e non sempre vi è un finale così facile come quello delle fiabe, ma il bello di Frozen è anche questo, cioè che vi sia in fondo un lieto fine in cui credere.

BREXIT, OVVERO COME FRAINTENDERE LA STORIA E FARSI MALE

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Per una persona che ha sempre subito il fascino misterioso e oscuro della Gran Bretagna, scrivere questo post sarà molto difficile. Avevo ponderato più volte di parlarne, magari in un video sul secondo canale. Ma, come sempre, scrivere mi risulta più facile ed è necessario che almeno il mezzo lo sia, visto che l’argomento di cui vado a raccontarvi non è facile per nulla.

Da più di cinque anni vivo in UK e non una volta ho guardato a questa mia scelta con pentimento o rimpianto. Non una volta. Nemmeno dopo il Referendum di giugno sulla Brexit che ha sancito che il 52% dei votanti desidera ardentemente prendere un grosso remo e spostare quest’isola il più lontano possibile dal continente europeo cui non sente di appartenere e sul quale non vuole far approdare nessuno.

Ma la delusione umana è cocente e risiede nel mio cuore da quel giorno. Soprassedendo sull’estate orrenda che ho trascorso, anche a causa di questa faccenda che getta una luce di incertezza sul futuro che io pensavo sarebbe stato qui e adesso non so più dove sarà, tutto è cambiato dopo il Referendum. La vita è cambiata qui, e si sente a pelle.

La scuola italiana da sempre ci abitua a una idea di UK che da oggi non esiste più. Un paese grande, aperto a tutti coloro che vogliano realizzarsi, multiculturale, civile, ordinato, dove tutto funziona bene, dove la politica e il governo pensano al bene dei cittadini, dove i cittadini si informano, studiano, raggiungono alte vette, alti livelli di conoscenza e di consapevolezza del loro essere abitanti del mondo, dove…

Non è vero.
Non è vero niente.

Io per prima, lo ammetto senza vergogna, sono sempre stata convinta che la Gran Bretagna fosse un paese di gran lunga migliore dell’Italia. Con ammirazione e stupore in questi anni ho potuto constatare come fosse bello viverci, come fosse ordinato questo paese, civile, rispettoso delle differenze individuali e sociali.
Bene, mi sbagliavo.
E a far rendere conto me e molti altri di questo errore di valutazione è giunta la Brexit che, come fulmine a ciel sereno, ha squarciato un bel telo di velluto rosso bianco e blu, che svettava in cielo gonfio di ipocrisia.

La Gran Bretagna non è meglio dell’Italia. Nè della Francia. Nè della Germania. La Gran Bretagna è un paese IDENTICO a tutti gli altri. Dove la politica fa schifo, letteralmente, dove i politici se ne fottono alla grande dei problemi dei cittadini e non si fanno interpreti del moderno, dove i giornali imperano con il loro strapotere e pur di guadagnare sono disposti a fare il lavaggio del cervello del cittadino debole, dove la gente è RAZZISTA perchè ignorante e debole e non ha alcuna consapevolezza di cosa voglia dire trovarsi in una Europa di pace e di concordia, risultato che nella storia umana mai è stato raggiunto e portato a termine in maniera così grande quanto nell’epoca in cui ci troviamo a vivere.

L’unica differenza è che qui tutto si nasconde sotto il sorriso, sotto la gentilezza, la cordialità. Ma odio e intolleranza, e incapacità di comprendere come sia il tessuto sociale a influenzare la vita individuale, sono di casa qui come in Italia, come in Francia e come in tutto il resto del mondo. Il risultato del Referendum ci ha tenuto solo a svegliarci dal sogno.
Oltre a tutti i privilegi che spettavano all’UK, in quanto paese dominante dell’UE, tra le prime cose che è venuto meno dopo giugno è il suo essere Great. Non c’è più niente di Great nella percezione di questo paese nella mente di chi osserva. Non lo avverto dall’Italia dalla quale continuo a ricevere delusioni personali ed esasperazione collettiva. Solo che qui tutto è più freddo, più gentile, più ordinato. Almeno il bus arriva in orario. Almeno ritirano la spazzatura. Almeno c’è una biblioteca funzionante. Almeno…

La cosa peggiore di tutta questa faccenda è il modo in cui si è svolta. Modo che secondo me non è chiaro a quegli italioti che, all’alba del risultato del Referendum, hanno inneggiato affinché anche l’Italia seguisse il prode esempio dell’UK di sbarazzarsi dell’Unione Europea. Chiunque abbia pensato ciò, farebbe bene a tornare sui banchi di scuola, sempre che vi sia mai stato.

Agli inglesi, ve lo dico chiaro e tondo, dell’Europa non importa nulla. Nel bene e nel male. Non sanno cosa sia, come funzionino gli accordi tra paesi (lo dimostra il fatto che hanno votato per non farne parte quando dall’UE ricevevano solo vantaggi), non hanno idea di come si viva negli altri paesi dell’UE, fatto salvo per le località balneari in cui vengono a fare le vacanze d’estate, non per ultima la mia regione natale, la Puglia. Me li vedo tutti lì, all’aeroporto di Palese, mentre sbarcano con infradito e cappellino di paglia e si dirigono in massa, con la loro pelle chiara e pronta all’ustione (cosa che mi faceva sentire di avere qualcosa in comune con loro), verso Polignano, Lecce e il Salento. Questo è per molti di loro l’Europa: farsi la vacanza al caldo, dove si mangia e beve bene.

Cosa che non mi starebbe affatto male, se solo poi il 52% di loro non si fosse coperto di ridicolo andando a votare per una decisione che non ha nulla di logico e di sano e che danneggerà per primi loro, e noi che viviamo qui e cittadini inglesi non siamo. Perché, tanto per iniziare, gli sarà preclusa proprio quella libertà di farsi le vacanze, senza impicci e documenti, che tanto amavano. Ma fosse solo questo il guaio!

Ma cosa è successo davvero? Come si è arrivati a questo? E’ semplice e ve lo racconto per come l’ho visto coi miei occhi, stando qui.
Quando l’ex PM Cameron, intento a candidarsi per la seconda volta nel 2015, si vide in difetto di qualche voto per battere il suo concorrente, Milliband, ebbe la “geniale” idea di accaparrarsi quella manciata di voti in più promettendo il Referendum che avrebbe decretato se il popolo inglese sarebbe uscito o no dall’UE. Mirava alla frangia razzista, allo zoccolo duro di cittadini britannici nazionalisti, che ci tengo a precisare erano molti meno della metà quando questo accadde (da statistiche), che gli avrebbero consentito di vincere le elezioni.

Credeva di vederci giusto, quando accadde ciò che sperava: fu rieletto. Per pochi voti in più, vinse sull’altro candidato. A quel punto, costretto a mantenere la parola data, decise la data del Referendum. Al momento della decisione di questa, i sondaggi davano il Remain come assolutamente vincente rispetto al Leave. Tanto era inculcata questa consapevolezza nella mente dei cittadini britannici, ovvero che il Referendum fosse la solita cazzata e che nessuno avrebbe speso tempo a votare, che la faccenda passò quasi inosservata tra giornali e telegiornali. Nessuno era davvero preoccupato da questo Referendum, men che mai Cameron, il quale sapeva benissimo che uscire dall’UE sarebbe stata una follia, un suicidio ed egli per primo non aveva alcuna intenzione di procedere in tal senso. Voleva i voti e li aveva avuti. Stop. Un politico. Come tanti. Forse che noi non ne conosciamo di gente così? Ve l’ho detto: siamo tutti uguali!

Ciò che Cameron non aveva considerato è un elemento che un vero politico assennato non dovrebbe mai dimenticare. Un elemento a noi tutti noto e che tendiamo a dimenticare, benché faccia parte della nostra vita.

La Storia.

La Storia ha mosso le sue pedine nel modo più impensabile e imprevedibile, nel momento in cui ha iniziato a verificarsi e intensificarsi un movimento migratorio proveniente in gran parte dalla Siria, devastata da tempo da conflitti. Argomento di cui i più non erano a conoscenza, poiché non facendo notizia, non ancora almeno, nessun giornale ne parlava, nessun telegiornale dedicava più di una notizia a settimana. Un bombardamento qui, un raid lì. Tutto in Siria, tutto molto lontano. Poi però inizia la migrazione. Verso la Germania, verso la Francia, la Svezia e chiaramente anche la Gran Bretagna.

Persone disperate, che hanno perso tutto e che coltivano, come me e tanti altri, il sogno dell’UK paese perfetto, si dirigono in prossimità della Manica, sperando di poter entrare in suolo inglese e recuperare libertà, vita, felicità.

Apriti cielo.

Telegiornali e giornali, sparvieri sanguinari (e pensare che per tanto tempo ho caldeggiato il desiderio di fare parte di questa razza di delinquenti), si rendono conto che questa, questa sì! E’ una notiziona! Che fa visualizzazioni, fa comprare giornali. Ed ecco lì, in tv, foto di orde di persone disperate, vestite di cenci, in lacrime, sdentate, zoom inquietanti su condizioni igieniche pessime nei campi in cui i profughi attendono di poter riprendere una vita degna di questo nome. E zoom sui visi di bambini cenciosi, disperati, neonati avvolti da stracci, donne vecchie, incartapecorite, intervistate dalla BBC, mentre tentano in tutti i modi di parlare inglese come possono, un inglese non perfetto ma assolutamente comprensibile alle mie orecchie, dove ben più comprensibile delle parole è la disperazione di ciò che si vede.

I giornali si affastellano di notizie inquietanti. Questa gente arriverà e invaderà la nostra isola perfetta, il nostro sogno! Ecco cosa dicono i giornali. Tanti titoli ho visti, alcuni orrendi e colmi di violento razzismo e poi queste foto che insistono sulla bruttura, sullo sporco, sulla disperazione. I giornali, i media, iniziano un lavaggio del cervello senza fine. Questa gente noi non la vogliamo, questo è l’imperativo. Ci invaderanno, verranno a devastarci, a rubarci  “il lavoro?”

Dove abbiamo già sentito questa storia? Ve l’avevo detto. Siamo tutti uguali. A differenza loro però l’Italia i profughi li accoglie. Tra disastri, disorganizzazione, tragedie e conflitti di convivenza tra italiani e profughi, noi almeno non siamo insensibili. Siamo arrabbiati ed è giusto che sia così. Fa parte di noi. Ma dinanzi al barcone di gente disperata, di neonati orfani o peggio, ormai morti, io non ho sentito una sola notizia di rifiuto a prescindere.

Invece no, qui in Gran Bretagna accade il putiferio e nei sondaggi, il voto Leave inizia ad avvicinarsi pericolosamente al Remain. Cameron è disperato. Non ci crede nemmeno lui. Fa marcia indietro. Inizia a difendere l’UE. Lui, che aveva usato il Referendum per mantenere la sua bella poltrona a Londra! E chiamalo fesso! Cosa non si farebbe per stare a Londra… anche prendere decisioni assurde che potrebbero gettare il Paese in una prospettiva distopica, roba che Hunger Games e Divergent ci fanno un baffo!
Eppure è così che va, suo malgrado. Il cittadino britannico medio, che non si informa, che non sa che i profughi che vogliono entrare in UK sono pochissimi rispetto a quelli che arrivano ogni giorno in Italia (a Calais, sentivo ieri, ci sono 7000 persone… WOW, che orda barbarica, accidenti!!!), che soprattutto è di suo incazzato per i problemi interni che i politici inglesi hanno ignorato per anni (primo fra tutti, problemi con la sanità e i tagli alla NHS), inizia ad associare pericolosamente la propria rabbia a questa massa di gente che, dall’altro lato, vive di rabbia per aver perso tutto.

Nel campo profughi di Calais avvengono disastri, tragedie, delitti. Alcuni profughi cercano di rubare un passaggio sui camion che viaggiano verso la Gran Bretagna. Scena madre in tv: un camion che per schivarli quasi fa un incidente sulla strada, dove i profughi hanno piazzato dei mattoni per costringerlo a fermarsi e aiutarli.

Rabbia e infelicità. Il camionista, simbolo di mito del britannico medio che grida “tornatevene a casa”. Il profugo disperato che non ha altro modo per farsi notare, che sta da mesi nel centro di Calais e dorme in tende di stracci, solo e senza vita, senza lavoro, senza amici, senza la patria distrutta che ha abbandonato con immenso coraggio, sorbendosi un viaggio incredibile.

Da umanista quale sono, se ancora mi è consentito fregiarmi del termine, mi rendo conto che non si può biasimare nessuna delle due parti. Questo è l’essere umano. Meschino, opportunista, rabbioso, capace di fare qualsiasi cosa pur di ottenere un pezzo di pane, un pezzo di vita, pur di mantenere il proprio spazio di vita inalterato. E i cambiamenti, quanto sono difficili i cambiamenti per chi crede che la Storia non esista, che non faccia parte di noi e della nostra vita. E potrei scrivere per ore di quello che ho pensato quando ho visto questa e altre scene orride in tv, quando ho visto titoli di giornali al limite del vergognoso, scagliarsi contro profughi, o contro “gli Europei che vengono qui a violentare le nostre donne o rubarci il lavoro”, come se i britannici non si considerassero europei già prima del voto del Referendum.

Questo stream di eventi e di cambiamenti sociali gettati nel calderone non li ha compresi nessuno. Chi li ha compresi, non ha speso parole per raccontarli. I telegiornali si sono solo messi a fare a gara a chi mostrava le notizie più truci, per dimostrare che era il caso di chiudere le frontiere. I giornali hanno iniziato una guerra di prime pagini, di foto, di titoloni, dove a farla da padrone sono stati il Daily Mail e il Telegraph, due delle testate giornalistiche più penose che abbia mai visto, pari solo al nostro Libero.

Nessuno, o almeno nessuno di autorevole, ha speso un momento di riflessione per farsi interprete delle difficoltà umane che, come sempre, portano allo sfacelo. Nessuno ha speso il suo tempo per far comprendere al cittadino britannico che gli eventi in corso facevano parte della storia e che non c’era alcuna necessità di accostare questa paura (comprensibile, ma da risolvere in altro modo) di chiudersi nella propria isola e di chiudere le porte al dover lasciare l’Unione Europea, che tanto ha dato alla Gran Bretagna, in termini di opportunità, ricchezza, lavoro, valorizzazione del patrimonio culturale (prima fra tutti la lingua, porca vacca! Che l’abbiamo studiata a fare per tutti questi anni?).

Nel calderone di razzismo e intolleranza, di lì a poco, ci sono finiti, nemmeno so io perché, anche i polacchi, che a quanto pare sono per i britannici più o meno quello che gli ebrei erano per i tedeschi ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Con la differenza che gli ebrei furono perseguitati perché ricchi (non certo per motivi religiosi), mentre i polacchi qui vengono ostracizzati perché offrono il loro lavoro a prezzi competitivi, più bassi rispetto a quelli dei lavoratori inglesi. Basti pensare a figure professionali come idraulici, meccanici, etc… Che poi, vogliamo parlare degli idraulici inglesi? Avrei una storia da raccontare, ma non è questa la sede.

Il disastro, per come ve l’ho dipinto, si è palesato nella sua insensatezza a giugno.
Il Leave ha vinto.
Molta gente che non era andata a votare si è pentita di non averlo fatto, ma come ho detto all’inizio, nessuno credeva che questo fosse un Referendum serio, nemmeno chi ha votato Leave per poi pentirsi, una volta compresa la portata drammatica a livello economico e sociale che avrà questa scelta sulle vite di tutti. La gente prima ha votato, poi ha iniziato a domandarsi cosa cazzo avesse votato. Infatti, nemmeno i politici che avevano fatto campagna per il Leave ci credevano! Hanno rifiutato di andare al governo quando Cameron si è dimesso, hanno ammesso di non aver mai creduto di poter vincere e che non avevano alcun piano economico da sostituire! Hanno dimostrato di aver fatto campagna con dati falsi e promesse menzognere! Nemmeno loro lo volevano davvero. Ma sono riusciti a far credere al cittadino medio che era l’UE il motivo della loro insoddisfazione e non certo la loro incompetenza di politici (perchè, che lo crediate o no, anche in UK la gente ha un sacco di problemi economici, mica siamo solo noi italiani ad averne! Ve l’ho detto che siamo tutti uguali!)

Infine, Cameron si è dovuto dimettere, perché ovviamente non aveva alcuna intenzione di sobbarcarsi l’onere disastroso di traghettare il Paese fuori dall’UE, cosa che avrà solo ripercussioni catastrofiche sul costo della vita e l’economia, se accadrà nei termini di cui si parla adesso la nuova PM. Che poi ve la raccomando, un altro residuato bellico che non ha, o finge di non avere, alcun contatto con la realtà.

Morale? Qui non si è votato per uscire dall’UE. Non era quello il problema degli inglesi.
Si è votato per non fare entrare stranieri (cioè Europei) o profughi di terre disastrate, per chiudere le porte al prossimo, per chiudere il recinto del proprio giardino, con in una mano una tazza di tè e nell’altra la collottola di una pecora. E ora, cazzo, siamo tutti autorizzati a divulgare lo stereotipo dell’inglese pecoraro e bigotto. Finalmente non siamo noi italiani i peggiori (e non lo eravamo comunque, sia chiaro, il peggio dell’umanità non è nella nazionalità, ma nella radice del nostro essere umani e lupi).

Non paragoniamoci agli inglesi, noi italiani. Noi, in Italia abbiamo una caterva di guai, alcuni secondo me davvero gravissimi, che ci portiamo dietro sempre grazie a quella dannata cosa chiamata STORIA. Non ve la posso riassumere qui, la storia del nostro Paese è un coacervo di dominazioni straniere e di soprusi sul territorio, a tal punto che ancora mi stupisco quando penso che vi è stata l’Unità d’Italia. Unità che, infatti, essendo giovanissima d’età, fa acqua da tutte le parti, come ogni istituzione giovane e alle prime armi.
Come l’UE. Non può essere già perfetta, esiste da poco tempo. Lo capite o no che se Roma non fu costruita in un giorno, figuriamoci l’Europa? Ci vuole tanto a capirlo? Eppure perfetta in un certo modo lo è, se pensiamo che sino a pochi anni fa (pochi in termini storici) l’Europa è stata protagonista di due terribili conflitti mondiali. Vi sembra poco la pace che, a fatica, ci stiamo costruendo? A me no.
E ci voleva tanto, direi a chi ha votato Leave, a capire che per cambiare le cose bisogna restarci dentro e non scappare? 

No. Non paragoniamoci agli inglesi, che storicamente sono sempre stati molto forti, dominatori. Noi ci portiamo dietro tanti guai, oltre a una sequela di governi penosi e il nostro male non deriva certo dall’Europa. Basta aprire un libro di storia moderna e contemporanea per capire, senza nemmeno sforzarsi troppo, cosa ci ha resi così poveracci, zimbelli e ricoperti di pregiudizi, quando un tempo eravamo un popolo splendente. Non è stata l’Europa. E’ la nostra Storia e ci vorrà tanto tempo e lavoro per venirne fuori.

Ma a me è bastato vivere in UK per alcuni anni per capire che i problemi degli inglesi sono dovuti a questioni politiche e di classe sociale. E di recente inserirei anche il livello dell’educazione scolastica, che a quanto pare è scandalosamente basso.

L’UE non c’entra niente. I profughi non c’entrano nulla! E poi, sapete cosa? Chi va a lavorare in UK porta soldi, paga le tasse, non è come da noi, che si arriva spesso clandestini e si rischia di rimanerlo. Chi si trasferisce in UK ha una laurea, due, ha un titolo di studio, o molta voglia di lavorare anche partendo da zero, dal bar, dal ristorante e lo fa regolarmente, pagando affitti, tasse che vanno a beneficio di tutti i cittadini. Ecco perchè le strade sono sempre sistemate, perchè i trasporti funzionano alla grande, ecco perché c’è tanta attenzione alla cultura, all’ordine… Perchè, banalmente, CI SONO I SOLDI!

Era così difficile capire per gli inglesi, in definitiva, che si è scambiato ciò che di più bello questo Paese aveva, la multiculturalità e il rispetto per esso e i vantaggi che essa porta, per il nemico giurato che divide i ricchi dai poveri e non crea un bilanciamento tra queste due categorie?

Evidentemente sì. Era troppo difficile da capire. E quando il popolo è ignorante, lo è anche a causa del suo governo. Non sarò esperta di politica o economia, come del resto non lo erano quelli che hanno avuto la fortuna di poter votare, ma a capire queste regolette base ci voleva davvero poco. Cazzo, aprite i libri di Storia, per una buona volta.

Il passato ci tormenta come individui, lo diceva già Fitzgerald. Vuoi che non tormenti anche un intero Paese?

Di tutta questa vicenda, comunque, cosa resta a chi vi scrive? Niente. Il mio passato mi aveva insegnato che tutto ciò che amo e a cui m’attacco con la disperazione di una persona che ha bisogno necessariamente di punti di appoggio, prima o poi svanisce. Non avevo considerato che il sogno dell’UK era sempre stato per me uno di questi punti di appoggio, sin dal giorno del mio primo viaggio di una lunga serie, a Londra. Se anche in definitiva la Brexit non dovesse verificarsi, cosa che in qualche modo mi è sempre sembrata probabile dato che nessun politico ha un piano migliore da offrire all’UK, comunque resta la vergogna di essersi resi zimbelli dell’Europa, palesando la propria intolleranza e ignoranza ai quattro venti, dai politici, ai giornali, ai votanti, tutti e nessuno escluso. Poi, si sa, il tempo passa e le cose si dimenticano.

Ma la Storia no. Quella è per sempre.

UN NUOVO CANALE YOUTUBE

Oggi nasce ufficialmente il mio secondo canale. Alcuni degli amici dell’altro canale mi hanno chiesto, tra commenti e post, qualche informazione in più su di me. In effetti, oltre a parlare di libri, non ho mai ampliato il discorso perché… pensavo non interessasse! 😀 Ma nonostante sia una persona molto timida e riservata, almeno all’inizio, mi sono fatta coraggio e ho aperto il nuovo canale, più incentrato su di me, la mia vita e tutto ciò che mi appassiona. Ovviamente il canale letterario resta tale e quale. Se vi piace l’idea e il nuovo video, non dimenticate di iscrivervi!

MARZO – INGHILTERRA

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E’ marzo. Sono tornata in Inghilterra dopo due burrascosi mesi passati in Italia. Devo ammetterlo, ogni volta che scendo e torno a casa, per un motivo o per l’altro la vita tende sempre a incasinarsi e complicarsi. Complice le tante cose che non funzionano, a livello burocratico e gestionale, nei posti in cui mi reco e nelle circostanze che affronto, anche io alla fine perdo molto del senso delle cose e finisco per lasciarmi trasportare da uno stream di vita, da un flusso di energie spesso negative, che alla fine mi danneggiano.

A gennaio le cose sembravano essersi messe per il verso giusto, tutti i progetti al loro posto, sono riuscita anche a girare i video della mia biblioteca italiana, un progetto che mi stava a cuore perché quando torno in Inghilterra sento proprio la carenza, la mancanza fisica di quell’angolo della mia stanza e quindi ne volevo una testimonianza video. Poi però a febbraio lo stop immancabile. Senza sapere ancora spiegarmi come sia successo, mi è venuta una lombosciatalgia fulminante. Siccome la cosa è coincisa con altri problemi di salute che stavo già tentando da tempo di indagare tramite medici, ho vissuto un momento non piacevole di paranoia, in cui mi sono convinta di avere tutte le malattie possibili.

Dovete sapere che sono molto ipocondriaca e quando sento o temo di avere qualcosa che non va, finisco rinchiusa in una bolla nera senz’aria e non riesco a concentrarmi sul resto. Perfino leggere, cosa che mi rilassa, non ha il potere di farmi calmare. Tra analisi del sangue e visite mediche, si è scoperto appunto che questo dolore pazzesco al fondo schiena è causato da una leggera scoliosi, dovuta all’altezza e al fatto che in effetti non faccio molta attività fisica. Anche le analisi del sangue mi hanno lasciata perplessa per alcuni valori che non dovevano essere come sono… e quindi la mia paranoia è esplosa. Nel letto, dolorante, incapace di alzarmi e persino di voltarmi per dormire meglio, inabilitata a camminare per più di dieci metri, sono rimasta in casa per quasi tre settimane.

A fatica, mi sono recata in Ateneo o a fare piccoli servizi. Non ero mai stata così male di schiena e non mi capacitavo di quanti movimenti non riuscissi a fare per un dolore localizzato in un solo punto. Ho riconsiderato molte cose, questo sempre perchè preferisco sfruttare ogni occasione, bella o brutta, per comprendere il senso o il messaggio. E ho capito che il mio corpo è giunto allo stremo. Che necessitavo di rivedere le mie abitudini fisiche e alimentari.

Penso sempre molto all’aspetto psicologico della mia vita, mi nutro di libri, di letture, di parole e se posso e capita delle vite delle persone che incontro, con i loro misteri, racconti e paure. Ma al mio corpo penso davvero pochissimo e non me ne ero mai resa conto come a febbraio. Il dolore mi ha ricordato che ho un corpo e che devo trattare bene anche lui e non solo il mio cuore o la mia anima.

Così, tra analgesici e patch calde, massaggi che mio padre mi ha fatto costantemente ogni pomeriggio mentre mi dilaniavo nel dolore sul divano di casa, mi sono lentamente ripresa e per fortuna la lombosciatalgia si è spenta proprio nei primi giorni di marzo, giorni in cui dovevo preparare la mia partenza per l’Inghilterra.

Non vedevo l’ora di tornare. Ho ritrovato il mio amato freddo. Il silenzio e la pace. I dolori sono scomparsi. Mi sono messa a fare attività fisica, come non mai prima. Ogni due giorni vado a correre al parco dietro casa, porto la corda, ho preso dei pesi per le braccia e sto cercando di rivoluzionare anche l’alimentazione, che notoriamente è il mio punto debole per il disinteresse che ho avuto per essa per tanti anni. E mi sento bene.

E’ marzo. Nuove letture in corso, stavolta anche graphic novels, nuovi video in preparazione e l’apertura del fatidico secondo canale italiano, lasciando il focus sui libri e le letture sul primo, come è giusto che sia. E aprendo un po’ la piccola porticina della mia vita su tutto ciò che mi interessa e riguarda nel nuovo canale.

C’è poco da fare. Che lo si creda o no, quando sono in Inghilterra, torno a respirare. I problemi non scompaiono, non si risolvono se non sono io a volerlo, ma il luogo lascia nel mio cuore una leggerezza di piuma che mi consente di affrontare la vita nella maniera più tranquilla e calma possibile.

SAGARRIGA VISCONTI VOLPI: una biblioteca di cui vergognarsi

Circa un anno fa, un mio amico che vive a Bari mi aveva chiesto di accompagnarlo alla Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpi, poiché doveva consultare dei libri per una sua ricerca genealogica. In quell’occasione ebbi modo di testare con mano quanto la nostra Bibilioteca Nazionale fosse profondamente disagevole e poco accessibile a noi comuni mortali. Il mio amico, per ottenere i libri da consultare, ci mise quasi mezza giornata. Inoltre io, che avevo portato con me libri appartenenti a un’altra biblioteca (inglese) per poter studiare mentre lui faceva le cose sue, fui costretta a lasciare i miei libri in un armadietto di sicurezza, perché il sistema antitaccheggio inglese faceva suonare l’allarme della Biblioteca di Bari. Così. Senza motivo. Le guardie all’ingresso si misero a osservare i miei testi inglesi, dotati di sistema antifurto infilato nella copertina, invisibile, come se avessero visto degli alieni. Da quel momento, complice la terribile e disagevole esperienza, decisi di non mettervi più piede.

Ma, pochi giorni fa, mentre ero alla stazione di Milano Centrale, sono entrata in libreria, sperando di trovare i libri del Premio Nobel di quest’anno, Svetlana Aleksievic, che vorrei leggere in italiano per evitare di doverli leggere in inglese (essendo russi, vorrei evitarmi lo sforzo di doppia traduzione). I libri erano lì, editi da Rizzoli, alla SCANDALOSA cifra di 24 euro. Sconvolta da questo costo assolutamente inaccessibile per coloro che non dispongono di uno stipendio fisso o di entrate economiche soddisfacenti, ho deciso di tornare alla Biblioteca Nazionale di Bari. Consapevole che ottenere il prestito di questi libri non sarebbe stato facile, mi piaceva consolarmi pensando che alla fine almeno avrei potuto leggerli gratis, come si conviene per un cittadino libero di una città il cui diritto è quello di servirsi della Biblioteca pubblica.

Così, qualche giorno fa, mi avvio alla Sagarriga Visconti Volpi. Ci ho messo un sacco di tempo per arrivare. Non è lontana da casa mia, in auto, ma complice il caotico periodo natalizio e la totale assenza di parcheggio nei pressi della Biblioteca, l’operazione mi è costata circa tre quarti d’ora. Una volta giunta alle porte dell’edificio, un ex mattatoio di stampo palesemente fascista, le guardie mi hanno fatto sapere che per prendere in prestito i libri avrei dovuto fare una tessera. Pronta già ad accomodarmi per ricevere la mia tessera magnetica, come si conviene a una libreria di stampo moderno, mi viene fatta richiesta di carta di identità e due fototessere. Perplessa dinanzi alla richiesta, ma non ancora scoraggiata, faccio ritorno all’auto e torno a casa mia per prendere quanto richiesto. Nel tragitto di ritorno, durato quasi mezz’ora con relativa ri-ricerca di parcheggio, mi sono detta “Nadia, sii clemente… qui non siamo in una città civilizzata, lo sai che i libri li ruberebbero, per questo hanno bisogno addirittura di due fototessere.”
Aggiungo che in una qualsiasi biblioteca inglese, la registrazione avviene sedutastante dando verbalmente dati principali, indirizzo, numero di telefono, e l’addetta di turno registra tutto su computer e ti consegna una tessera magnetica con la quale puoi prendere libri autonomamente e accedere al catalogo online che ti avvisa della situazione dei libri che ti interessano. Durata della creazione della tessera: 1 minuto scarso. Niente fototessera richiesta.

Ebbene, rientro alla Sagarriga Visconti Volpi e finalmente riesco a passare dal tornello dei controlli, lasciando rigorosamente la borsa in un armadietto, come richiesto dalle guardie. Vado al secondo piano e vengo indirizzata nell’ufficio Prestiti. Lì, una donna, alla quale faccio sapere di voler fare la tessera, con tutta calma si accomoda alla scrivania di fronte a me, prende la mia carta d’identità e le foto e inizia a compilare una scheda DI CARTONE, copiando i dati A MANO e tagliando le foto CON LE FORBICI, con una calma zen senza precedenti. Infine, prende un cartoncino più piccolo, spilla una seconda mia foto e me la fa firmare: ecco la mia tessera, valida per un anno, alla Biblioteca Nazionale di Bari. Un cartoncino rosa. Su cui la mia foto, con espressione da faccia di culo, sembra davvero stare alla perfezione.

Dopo svariati minuti, vado in sala lettura e inizio a consultare l’OPAC, il catalogo che informa di tutto lo sciibile librario presente su territorio pugliese. Il mouse del pc è ovviamente rotto. Tra bestemmie e improperi, seleziono i libri della Aleksievich e scopro che dei tre attualmente in catalogo, solo uno si trova alla Sagarriga. Bene. Siccome posso prendere in prestito anche un secondo libro (in Inghilterra posso prenderne anche dieci, se mi gira), decido di prendere La Morfologia della Fiaba di Vladimir Propp, che da tempo volevo leggere.

Compilo, come richiesto dalla signora dell’ufficio Prestiti, due fogli sui quali annoto nome, titolo del libro, edizione e una stringa alfanumerica, copiata dall’OPAC, che rappresenta la locazione del libro all’interno della Biblioteca. Tutto questo, a mano. A MANO. Non so se sono stata chiara.

2015. Stringa alfanumerica. A mano.

Torno in ufficio, è già passata mezz’ora da quando ho fatto la tessera, e consegno i due fogli alla signora. Questa, sempre con tutta la calma del mondo, infila ciascun foglio in una specie di tasca rossa plastificata (suppongo per essere inserita al posto del libro) e sparisce nei meandri della Biblioteca per cercare i testi richiesti.

Dopo un’altra mezz’ora, in cui io mi chiedevo ormai se rimanere o iniziare ad avviarmi a casa, la signora ritorna… a mani vuote.

“Mi spiace signorina, è stata sfortunata. Non c’è nessuno dei libri che ha richiesto.”
“Come è possibile?”
“Allora… questo qui (riferendosi a Propp) non è nel luogo in cui dovrebbe essere, non lo trovo. L’altro (il Premio Nobel) non lo abbiamo. Forse è ancora nell’ufficio di sopra, dove ci sono i libri da etichettare.”

Al che, mi è andato il sangue alla testa. Ero lì da più di un’ora e di andare a casa senza libri non se ne parlava. Indi dico:

“E’ consapevole che il vostro sistema di catalogazione non  è valido e provoca perdite costanti di libri?”
La tipa fa spallucce.
“Ma non si può etichettare adesso l’altro libro?”
Al che, la signora si attacca al telefono, nervosa, e inizia a sbraitare con qualcuno, dall’altro capo, dicendogli che è ora di utenza, che lei deve andare via e che qualcuno deve sostituirla. Indi, molla le due schede sulla scrivania e dice: “Adesso devo andare, viene la mia collega.”

E io resto lì, per un’altra mezz’ora.
All’una e dieci, si presenta una signora che mi dice: “E’ qui da molto lei?”
“Abbastanza.”, rispondo io, incazzatissima.
“Eh, ma io che posso farci! Io attacco all’una. Mi dica, cosa posso fare per lei?”
“Guardi, me lo dica lei. Cercavo due libri e la sua collega mi ha detto che non ce n’è nemmeno uno.”
La signora si mette alla ricerca dei testi a sua volta e mi conferma che i libri non ci sono. Propp è miserandamente perso chissà dove, mentre l’Aleksievic ce l’hanno, ma ancora non è stato etichettato.
“Lei sa che questo libro ha vinto il Premio Nobel 2015? Io ho il diritto di leggere questo libro servendomi della Biblioteca della mia città.”, le dico.
La signora fa spallucce e si scusa. E butta il foglietto della mia richiesta nel cestino.
Nera come non mai, provo ancora un’altra freccia al mio arco.
“Senta, nell’OPAC ho visto che ci sono più edizioni del libro di Propp. Possiamo vedere se magari ne avete un’altra oltre a quella persa?”
“Ah! Buona idea!”, mi dice la signora, cui la cosa non era minimamente saltata in mente. Infatti… intanto chi lavora in Biblioteca è lei e purtroppo non io.
Si mette a cercare il libro e finalmente trova le altre copie, torna nel dedalo di stanze e ritorna in ufficio con la copia, intonsa e palesemente mai letta da nessuno, della Morfologia della Fiaba. Un miracolo. Ho proprio sentito il libro guardarmi e dirmi “che bello, finalmente qualcuno mi legge!”
Ma io ero andata lì per l’Aleksievic. Cosa fare?
“Signora, è possibile sapere da sito internet quando sarà fatta la catalogazione del Premio Nobel?”
“No, signorina, mi dispiace. Ma lei tenti dopo le feste, anzi…”, e mentre lo dice si gira e recupera il foglio dal cestino, “vedo di farlo fare già oggi pomeriggio!”
“Ma se le lascio la mia mail può avvisarmi a procedura avvenuta?”
“No, signorina.”

E ALLORA! Non catalogate libri, non sapete trovarli, non siete a lavoro all’orario previsto, non sapete di avere altri libri, non avete un sito che avvisi dello spostamento degli stessi in tempo aggiornato… allora che cazzo fate lì dentro? Per quali meriti prendete lo stipendio e soprattutto PERCHE’ LAVORATE IN UNA BIBLIOTECA, FATE IL LAVORO DEI MIEI SOGNI, SE LA COSA PALESEMENTE VI ANNOIA A MORTE?!?

Questa gente non ha idea di come siano le altre biblioteche nel mondo. Senza scomodare l’Inghilterra, basta andare a Firenze per vedere che le cose funzionano con molta più semplicità. Prima di tutto, non ha senso trattare i libri della zona consumo (cioè libri destinati alla lettura) come fossero libri rari. Alla Sagarriga, sono tutti egualmente inaccessibili, mentre dovrebbero esserlo solo i secondi, per ovvi motivi di conservazione nel tempo. Non ci sono scaffali aperti per i libri di consumo, siamo nel 2015 e per poterne consultare, devo ancora compilare un foglio e attendere che l’addetta si metta a cercarlo, non trovandolo il più delle volte perchè riposto male, già in prestito non ancora etichettato. Il sistema di catalogazione è antichissimo, non è collegato a una traccia online, di conseguenza se X oggi va in biblioteca e prende in prestito, per esempio, i Promessi Sposi, io non posso sapere in alcun modo che quel libro si trova fuori dalla biblioteca. Dunque andrò lì, perdendo un sacco di tempo, e dopo una lunga attesa mi verrà detto che il libro non c’è. Registrare il dato online, inserendo un apposito mezzo elettronico all’interno della copertina di ogni libro o usufruendo di codici a barre visibili tramite scanner laser, sarebbe molto meglio, sia per monitorare entrata e uscita dei testi, sia per far sapere all’utenza se il testo c’è o no, onde evitare perdite di tempo, impensabili per chi studia e ancora peggio per chi lavora.
E per dirla tutta, non mi spiacerebbe un personale aggiornato e laureato, che dovrebbe aver messo a disposizione un Premio Nobel nel momento stesso della sua proclamazione, se non prima, visto che il libro che cercavo è stato stampato nel 2014. Un anno fa. Ed è ancora chiuso in un cartone chissà dove a prendere polvere. IO SONO SENZA PAROLE.

Con la morte nel cuore, lascio la Biblioteca assieme a Propp, che riporterò lì tra un mese. A quanto pare, non è finita con la Sagarriga Visconti Volpi. Ne ho approfittato per girare un vlog del momento. Pur non avendo potuto riprendere dall’interno, ho fatto un racconto molto concitato della cosa. Diciamo che ero incazzata nera, ecco. Vedrò se caricarlo sul mio canale o no… Se penso a quanto ero incazzata, quasi non mi riconosco! E allo stato attuale delle cose, ancora niente Aleksievic per me. Sono certa che se finissi a scriverle per chiederle di inviarmi il libro, forse lo otterrei con più celerità.

 

 

 

DA PORTSMOUTH A BARI: ROTOLANDO VERSO SUD

Non c’è niente da fare. Dopo essere stata in Giappone in aereo, la mia paura di volare è arrivata a livelli tali da farmi stare davvero fisicamente a pezzi. Così, ho dovuto progettare un modo alternativo di fare il viaggio da Bari in Inghilterra e viceversa. Qualcosa, qualsiasi cosa che non mi riducesse a uno straccio fisico per giorni e giorni prima e dopo il viaggio. Esiste, incredibile a dirsi ma vero, un percorso fatto di treni che mi porta precisamente dove desidero. Quando ne sono venuta a conoscenza, la mia gioia e voglia di continuare a fare questo via vai, necessario per fortuna ancora per poco, è esplosa. Basilarmente, faccio sempre lo stesso tragitto, adesso. Una settimana fa, sono partita da Portsmouth, dotata di zaino e valigia.

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Da The Hard, la fermata dei bus della mia città, prendo un bus che mi porta direttamente alla stazione Victoria di Londra. Dalla stazione di Victoria, prendo la metro e arrivo a King’s Cross St. Pancras, dove si prende l’Eurotunnel della Manica che porta a Parigi. Quest’anno c’era un alberello molto carino, tutto fatto con peluches della Disney. Avevo un’oretta di tempo disponibile e ne ho approfittato anche per fare il giro di una libreria che si trova in questa stazione.

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Preso l’Eurotunnel, che di base sta sotto il mare solo per mezz’ora (lo si avverte da una lieve pressione alle tempie), arrivo a Parigi Gare du Nord.

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Da lì, prendo la metro RER D per Gare du Lyon. E qui, aspetto il treno notte della Thellò che mi porta a Milano (il Venezia Santa Lucia).

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Tutto il viaggio, sul serio, lo passo dormendo. Non solo sul treno notte, ma su qualsiasi mezzo che non sia l’aereo. Un viaggio complessivo di un giorno e mezzo lo percepisco della durata di 50 minuti. Quando sono sveglia leggo, scrivo, fotografo, mi rilasso… il mio corpo, il mio cuore e la mia sanità non vengono ulteriormente minati dal terrore del volo e io sono felice. Passerei ore e ore sui treni, sono troppo rilassanti e riesco finalmente a concentrarmi sui volti e i discorsi delle persone che mi circondano.

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Arrivata a Milano, in mattinata, è d’uopo un bel caffè VERO con cornettino (in foto stavo stalkerizzando l’apertura del bar della stazione!)

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Poi prendo il Trenitalia Milano – Bari, il Frecciabianca comodo e pulito, come mai ho visto essere treni italiani da tanto tempo. Metà del viaggio, il treno la trascorre sulla costiera adriatica, sicché si passa dalle nebbie fitte della Lombardia al mare del sud Italia. Il caldo aumenta e alla fine sono costretta a dismettere la mia sciarpa che m’accompagna per tutto il tragitto. Da quanto ho trovato questa soluzione, tante cose sono migliorate nel mio modo di percepire la vita e il continuo cambiamento di ambiente Italia Inghilterra.