LA BIBLIOTECA PUBBLICA DI STOCCARDA

La settimana scorsa sono stata in Germania, in un paesino nei pressi di Stoccarda, per accompagnare il mio ragazzo a una conferenza di lavoro. Così, ne ho approfittato per andare a visitare la Biblioteca Pubblica di Stoccarda, che si trova nella zona Milaneo della città, un quartiere molto nuovo dove è possibile visitare anche un grandissimo centro commerciale (Primark, ehm!). La Biblioteca è raggiungibile con una sola fermata di metro partendo da Stuttgart Hauptbahnhof (proprio nella piazza sotto la stazione insomma) e prendendo la U5, la U6 o la U15 sino alla fermata Stadtbibliothek (ma va’?).

Questa semplice informazione di tragitto, che ho scritto in meno di un minuto con la mia bella tastiera al pc, mi è costata due ore di giro a vuoto grazie all’amico Google Maps che mi odia con tutto il suo cuore digitale (oltre al fatto che Stoccarda era in preda a lavori nella zona stazione e io mi sono persa nei cantieri senza sapere come abbia fatto, circondata dall’emerito nulla), un attacco di panico sotto la neve e l’ansia di dover andare a chiedere aiuto a un ufficio informazioni (io detesto chiedere informazioni), quindi spero possa essere utile a chi vorrà compiere lo stesso tragitto in soli dieci minuti.

Inizio col dire che non ero a conoscenza dell’esistenza di questa biblioteca perché per molto tempo mi sono disinteressata del patrimonio culturale fornito dalla Germania, impegnata com’ero a sbavare sulle biblioteche inglesi per me da sempre eccellenza in fatto di strutture e servizi. Ora che son qui nel continente, mi rendo conto che mi incuriosisce molto poterne visitare di altre e vedere come funzionano.

Ma parliamo della Biblioteca di Stoccarda.

Le foto di questo edificio hanno fatto il giro dei social per un bel po’ di tempo in realtà, per via dell’inconfondibile struttura geometrica e bianca, in stile Escher, progettata da uno scultore coreano, Eun Young Yi. L’edificio, dall’esterno, si presenta come un gigantesco cuboide, alto di fatto otto piani, piazzato nel mezzo di un piazzale di cemento gigantesco. Non so davvero come altro definire le costruzioni di stampo tedesco: sono tutte enormi e cuboidi. Non vi è traccia di gotico, di antico, di consumato dal tempo. Appare come se fosse stata costruita giusto ieri e infatti ha poco più di dieci anni, se non erro (prima la biblioteca era in un altro edificio). La parvenza linda e pinta, all’estremo funzionale e priva di fronzoli, lo ammetto, non mi aggrada particolarmente, da amante dell’architettura gotica, dei campanili appuntiti e in generale dell’antichità e delle costruzioni umane che hanno sfidato tempo, guerre e incendi, sopravvivendo nella loro forma originale. Si legge su Wikipedia:

In generale l’edificio ricevette pareri non troppo favorevoli dai critici, che lo definirono Plattenbau ed accostarono polemicamente alla prigione Stammheim di Stoccarda. L’architetto Eun Young Yi difese la propria creazione rivendicando come la stabilità e la semplicità oggigiorno siano a torto considerate negativamente da persone abituate alla varietà irregolare delle forme.

Con tutto il rispetto per l’architetto, a me sembra una prigione o un ospedale e non sono l’unica ad averlo detto. Tra l’altro semplice non è sinonimo di brutto a tutti i costi. Ma ogni scarrafone è bello a mamma sua, ergo…

L’ingresso è assolutamente libero, come è giusto che sia, e la visita è gratuita. Al pian terreno ci sono sportelli per le informazioni, postazioni con computer, accessibili ovviamente a chi possiede la tessera di membro della biblioteca, e gli ascensori che portano ai ben otto piani di biblioteca, che in realtà sono sette più un ottavo piano con terrazza panoramica e piccolo baretto dove, nonostante le apparenze, caffè e tortine costano pochissimo (ehm ehm!). In più c’è il piano segreto, quello sotterraneo, dove non so perché sono finita mentre cercavo di andare al sesto piano (quella giornata evidentemente non ero in grado di fare nemmeno le cose più semplici, come prendere l’ascensore o la metro), dove si trovano i bagni e gli armadietti per zaini e borse.

Una volta che mi son resa conto di essere finita al piano sotterraneo (“ma dove sono i libri, non capisco!?!?”, mi chiedevo, vagando vestita all black in questo luogo totalmente bianco e asettico), ho capito che l’ascensore è a prenotazione, quindi non si ferma dove dici tu, ma raccoglie prima gente sul suo cammino e poi FORSE ti porta dove hai chiesto. Così mi ci sono infilata e ho atteso pazientemente che si facesse tutti i piani…

I piani della biblioteca sono suddivisi per argomentazioni. Mi sono aggirata prevalentemente tra quinto e sesto piano, dove ho potuto trovare i libri di letteratura, la fiction e i libri in lingua. Ebbene sì, gli unici libri non tradotti in tedesco si trovano al quinto piano, dove scaffale dopo scaffale è possibile rintracciare i testi più noti delle più svariate letterature europee e non. Lì, ho fatto la mia capatina religiosa alla zona di libri in Italiano, dove ho potuto constatare la totale assenza di classici. Gli unici libri raccolti nel catalogo italiano vanno dal primo 900 in poi. Levi, Pirandello, Camilleri onnipresente e amatissimo. Molti Adelphi, anche nuovi, ma di fatto una scelta molto ridotta che si esaurisce in due librerie formato Billy. Ben più nutrita la sezione di libri in Inglese, per non parlare di quella Russa, dove ho ammirato le edizioni russe con copertine fantastiche, belle sia al tatto che alla vista.

Nonostante le grandiose dimensioni di questo edificio, ben poca parte di esso è però realmente dedicata ai libri, che sono disposti su scaffali bianchissimi lungo le quattro pareti del cuboide. Tutto il resto dello spazio è vuoto assoluto, e c’è qualche divanetto azzurro qui e lì.


Abituata come sono a biblioteche fatte di cunicoli che si inerpicano tra scaffali altissimi e polverosi messi in linee parallele a coprire il vuoto delle stanze in ogni minima parte, non ho apprezzato la scarsità di testi a fronte dello spazio disponibile. Del resto ogni piano, quadrato, gira intorno al vuoto centrale dell’edificio, da cui si è protetti solo grazie a una salvifica ringhiera da cui sporgersi, ed il gioco è presto fatto per chi soffre di vertigini e altitudine. Arrivata al sesto piano, già non riuscivo più a guardare il vuoto in basso che mi chiamava e anche quando ho provato a leggere un libro, seduta su una delle comode poltroncine azzurre, devo dire che non mi sentivo a mio agio per via dell’imperante bianco – il male assoluto – e per via di questa intensa luce bianca che poco consentiva raccoglimento. Ho dovuto dare le spalle al vuoto per sentirmi a mio agio (che cosa metaforica…).

Per quanto riguarda la selezione di libri, non ho dubbi sia  molto vasta, ma trattandosi di edizioni tutte in tedesco non saprei cosa dire, in quanto non ne conosco e non so valutarne qualità e tipologia. C’erano decine di libri su Goethe, sulla Germania, sulla guerra, sull’arte, c’era di che perdersi in tanto ben di Dio, se solo si ha la fortuna – o l’impegno – di poter leggere il tedesco.

Nel complesso, la mia valutazione, come se ne è evinto, non è di grande entusiasmo. Non è un posto dove andrei a studiare o leggere, non mi comunica emozioni positive. Sicuramente merita una visita, se si dovesse passare da quelle parti, ma resta per me un luogo un po’ troppo freddino e rigido, perfetto per ambientarci la scena horror di un qualche film di fantascienza distopica, in cui protagonista e antagonista si sfidano all’ultimo duello in cima all’ottavo piano e alla fine uno dei due cade giù, schiantandosi sulla vetrata cuboide che divide il soffitto del primo piano dal vuoto dei piani successivi, tinteggiando finalmente tutto questo bianco insopportabile di un colore più vivo!

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QINNI

Uno degli aspetti migliori della comunicazione tramite social network è la possibilità di parlare delle nostre storie, delle nostre vite, con immagini, video e parole che, date le possibilità odierne, possono fare il giro del mondo e arrivare lontanissimo nell’arco di tempo sufficiente a premere il tasto “pubblica”.

Così, da molto tempo ormai, seguo le vite di persone che non conosco, seguo gli aggiornamenti del quotidiano, mi interesso delle loro idee, di cosa amano fare – spesso ho scelto di seguirne le storie proprio perché sentivo che avevano qualcosa in comune con me – e senza alcun problema ammetto di essermi affezionata, anche se si parla di virtuale e di contatto a senso unilaterale – di molte di queste persone e delle loro vite.

Si tende a pensare che i social vogliano mostrare solo il lato piacevole, positivo della vita, ma questo a mio avviso non è sempre vero. Anche la foto più bella, migliore, con più filtri, se guardata con l’occhio giusto rivela delle ombre e dei retroscena impensati, che dicono del soggetto della foto molto più di quanto esso aveva intenzione di raccontare.

La stessa cosa accade quando mi capita di seguire persone dopo averne visionato opere d’arte, disegni o scritti o musica. Tramite l’opera d’arte ogni menzogna è spesso facile a decadere. Anche un disegno apparentemente felice, colorato e piacevole alla vista, può rivelare tante cose di chi lo ha composto.

Questo post parla proprio di una delle persone che seguo da qualche tempo e che sta vivendo un periodo tutt’altro che felice. Si capisce che non è l’unica persona al mondo ad affrontare una difficoltà, ma la sua storia è particolarmente infelice e, se vogliamo, anche piuttosto rara nella sua complessità. La ragazza cui mi riferisco si chiama Qinni, nome d’arte per le sue due pagine più aggiornate, quella di Twitter e quella Instagram, dove da molto tempo posta i suoi disegni e le sue illustrazioni. Quinni si trova a Vancouver e disegna manga, per lo più. Di persone che disegnano manga se ne trovano  davvero tante, molti hanno raggiunto anche dei livelli qualitativamente superiori rispetto a quelli raggiunti dai manga veri e propri, anche se a una occhiata non esperta il tratto manga può sembrare facile o un po’ ripetitivo. Ma il tratto di Quinni è diverso. Ricordo di averlo notato da un post di FB che è stato per molto tempo condiviso e ricondiviso da pagine di arte o di DIY, a tal punto che mi sono decisa a cercarne la fonte, poiché quel post, contenente uno speed paint, mi era piaciuto tantissimo.

Seguo Qinni da allora ed è impossibile negare che le sue opere abbiano qualcosa di magico, speciale, di malinconico e triste. Molto spesso Quinni scrive anche di sé, nell’intestazione dei disegni che pubblica, ed è così che sono venuta a conoscenza della sua storia. Questa ragazza ha 28 anni e ha già subito tre interventi al cuore. Il primo per cambiarle una vena, da quel che ho capito, poiché c’erano dei tessuti che crescevano in essa, ostruendo il passaggio del sangue. La qual cosa le ha quasi causato un infarto. Gli altri due interventi, a distanza di poco l’uno dall’altro, per risolvere i problemi creati dal primo intervento.

Da questo momento in poi, per lei è iniziata una vita durissima. Qinni non può fare niente. Non può arrabbiarsi, provare emozioni troppo intense o stressanti. Non può farsi tatoo o piercing, ma nemmeno può più suonare il violino che amava tanto suonare. Anche i rapporti sessuali sono banditi, specie nei periodi pre-operazione e di fatto deve condurre una vita molto lenta e sana sotto ogni aspetto, assumere medicine per il cuore e farsi analisi ogni due settimane.

Qinni però ha sempre raccontato di sé con molta ironia. Sono certa che nel silenzio della sua stanza sia stata e ancora sia una ragazza davvero impaurita da quello che le accade, ma l’immagine di sé che decide di far trapelare non è mai stata veramente triste. Sono i suoi disegni a parlare per lei. Non penso di dover commentare le immagini che copincollo in questo post, parlano davvero di lei con forza incredibile.

La storia di Qinni però non si è fermata al passato. Qualche settimana fa, da uno di quegli esami del sangue, è risultato che il problema del primo intervento si sta verificando di nuovo. Da quel giorno, questa ragazza è in ospedale e sta per ricevere il suo quarto intervento… il giorno del suo compleanno, che sarà dopodomani, 20 marzo. In un post su Twitter ha spiegato che ciò che la preoccupa non è tanto l’operazione in sé, quanto il post operatorio, che ha già vissuto tante volte e sa essere terribile, a tal punto che viene istituito uno psicologo che si occupa di questo lungo periodo di riabilitazione difficile. Non si tratta soltanto di punti e dolore fisico, ma di oggettiva impossibilità ad alzarsi per un mese, a potersi muovere, mangiare, respirare. Non riporto il contenuto intero di questo post, che molti dei suoi contatti hanno ammesso di non essere riusciti a leggere, perché davvero difficile da accettare. Ma si può immaginare quanto una situazione simile, una quarta operazione al cuore all’età di 28 anni, possa sembrare difficile da accettare. Al di là di comparazioni con altri problemi, che non è ciò che mi interessa fare, mi chiedo piuttosto quale possa essere il senso di tutto questo per una persona, in questo mondo? Qinni è una artista e molto di ciò che ha vissuto è confluito in questo e penso confluirà ancora nella sua arte, quando avrà superato l’ennesimo intervento e si sarà ripresa.

Ma Qinni scrive anche che questo intervento non è una cura, ma solo l’ennesimo tentativo dei dottori di rimandare la sua morte. E questa frase, detta con una leggerezza incredibile, mi ha lasciata senza parole. Non riesco a capire come una persona così piena di vita, di interessi, di voglia di fare, possa riuscire ad andare oltre il vedersi togliere giorno dopo giorno la possibilità di fare tutto ciò che ama. E’ questo suo cuore che produce troppo tessuto, che si espande in luoghi in cui non dovrebbe, che rischia di ucciderla…

Tra l’altro, uno dei medici l’ha informata che saranno costretti a prendere una delle vene del suo braccio per sostituirla a quella del cuore e questo potrebbe causare perdita di sensibilità alla mano, per sempre. Lei è rimasta terrorizzata da questa novità e ha chiesto, anche su consiglio di alcuni suoi contatti che ci sono passati, di farsela togliere dalla gamba perché… lei con la mano ci disegna, ed è l’unico modo che ha, il disegno, per rilassarsi, esprimersi, essere felice.

Ecco perché ho deciso di raccontare la sua storia in un post. E’ davvero una situazione particolare, difficile da comprendere, che include una quota di paura, di terrore e al contempo di voglia di vivere immenso. Tutti i suoi contatti non fanno che scriverle che pregano per lei. Io non prego, ma ci penso spesso e ogni giorno controllo i suoi social per vedere se ha scritto qualcosa… e già so che mi chiederò più volte che fine ha fatto quando nei prossimi giorni non scriverà nulla perché semplicemente non potrà.

E allora mi sono soffermata a chiedermi cosa succederebbe se poi non postasse più nulla. E il pensiero mi spiace immensamente, perché come detto in partenza, anche se lei non sa chi sono io, io so cosa prova lei, mi ci sono affezionata e la sua storia è troppo importante ai miei occhi per non raccontarla. Allora siccome io non sono un medico, non posso aiutarla, guarirla, non posso far molto e non è nel destino delle nostre vite essere amiche (mi sembra comunque di capire che non le manca calore nella sua vita quotidiana), ho deciso di parlare di lei. Sperando di rivederla presto a disegnare. Sperando arrivi il giorno in cui potrò, magari, chiederle di comprare un suo disegno. Semmai dovesse accadere (dal momento che ha chiuso le commissioni da molto tempo), farò di tutto per ottenere un suo disegno, affinché possa rimanere nella mia vita qualcosa di più di questa persona, qualsiasi cosa dovesse accadere.

VITA IN BELGIO, CAP.1

Mi sono resa conto che da quando sono qui, ho scritto molto poco di questi nuovi luoghi in cui mi trovo. La realtà è che non conosco molto il Belgio e anche della piccola città in cui mi trovo, al momento, ho esplorato solo ciò che mi serviva strettamente. Dopo anni di vita in Inghilterra, inizio a considerare la vita all’estero come uguale ovunque, nel suo comune denominatore di diversità da quella italiana. Le differenze sono le stesse rispetto al mio Paese, ma minime tra i paesi esteri in cui fino ad ora ho vissuto. Tuttavia, proprio ieri sera è successa una piccola cosa, un’inezia, intendiamoci, che mi ha dato misura di una grossa differenza tra Belgio, o almeno parte del Belgio appartenente alle Fiandre (perché di quello francese non so niente e so che sarebbe diverso, per sentito dire), e Inghilterra (per non parlare poi del confronto con l’Italia).

Qui, come ormai in molte parti del mondo civilizzato, si fa la raccolta differenziata. A seconda del paese in cui ci si trova, la raccolta funziona in maniera diversa. Per quanto riguarda Lovanio, è prassi mettere carta e cartone fuori dalla porta di casa nella notte precedente il momento della raccolta da parte degli addetti. Così, visto che siamo ancora impicciati di cartoni ovunque, residuo del trasloco, abbiamo deciso di mettere fuori dalla porta molti cartoni, dentro i quali era contenuta molta carta di ogni tipo. In più, sempre per via del calendario di raccolta, abbiamo posto fuori una busta blu, che è adibita a contenere lattine e bottiglie di plastica dura. Ho preso la busta e l’ho messa accanto ai cartoni e non davanti, per lasciare un po’ di spazio sul marciapiede. Allo stesso modo ho allineato tutti i cartoni anche davanti alla porta del garage, che è accanto a quella di ingresso, in modo da non intralciare il passaggio.
Poi, siamo usciti a far spesa.

Al nostro ritorno, ho notato che la busta blu non era più dove l’avevo messa, ma era stata piazzata sopra un cartone. A una osservazione più accorta, mi sono resa conto che avevo messo la busta poco dopo la linea di demarcazione perimetrale che divide la nostra casa da quella affianco. Ovviamente, la linea di demarcazione non è visibile dall’esterno, ma io che conosco la casa in cui vivo, volendo fare un po’ di calcoli, noto che dalla mia porta d’ingresso al muro estremo della stanza del pian terreno c’è quel tanto di spazio, saranno 40 cm, lungo i quali avevo messo appunto il cartone, sforando di qualche centimetro nella parte di muro successiva, quella del vicino di casa, con la suddetta busta.

E lì, dove prima c’era la mia busta, erano comparsi dei pacchettini di cartone piccolissimi, impilati, posti esattamente a margine di quella linea di demarcazione (cioè dove prima c’era la busta), mentre tutta la parte anteriore il suo ingresso era totalmente sgombra.

Ok. Io sono una persona molto puntigliosa, l’ordine a volte è un pallino e mi porta a fare cose da OCD, ma qui siamo oggettivamente sforati nella pazzia paranoide. Non gli sarebbe cambiato niente mettere i pacchettini accanto alla busta. No. Ha dovuto spostarla per rimarcare che EHI, DA QUI IN POI E’ FOTTUTAMENTE CASA MIA e ci ha piazzato i suoi pacchettini, che potevano benissimo stare accanto alla busta, dove spazio ce n’era.

E ora si potrà dire che sono stata cafona a invadere il suo territorio (tra l’altro non mi ero davvero accorta di averlo fatto, tanto era invisibile la linea di demarcazione dei due edifici che di fatto sono attaccati), che qui le regole si rispettano, che mica stiamo in Italia dove la differenziata viene ignorata ancora da molti e le buste impilate a caso intorno ai bidoni, né tanto meno in Inghilterra, dove più volte la gente non si è fatta scrupoli a gettarmi la sua immondizia nei miei bidoni (cosa di cui non  mi sono affatto lamentata) o a lasciare immondizia terrificante in giro negli anfratti di quartiere, non per ultimo pure un motorino incendiato e ricoperto di benzina (i bei ricordi, eh…).

Ma poi, a fronte di tanto cavillo e di tanta psicosi OCD che però è assolutamente collettiva in questo caso, ti rendi conto che è tutta una parvenza quando, la notte stessa, saranno state le tre di notte, gli studenti che vivono qualche casa più giù hanno deciso di mettere musica a tutto volume e cantare, gridando e sbattendo bottiglie rotte contro i muri. E nessuno li ha sgridati o rimproverati. Ah sì, mica come in Italia, che ti scende il mafioso del quartiere a dartele, o come in Inghilterra dove la Polizia viene chiamata per ogni minima cazzata, come poco poco ti azzardi a turbare la quiete del quartiere o a lasciare per errore l’auto parcheggiata un pochino male. No. Qui si fanno le pulci per le puttanate, come allineare cartoni nei centimetri del tuo spazietto, ma nessuno ha avuto le palle di scendere in strada e fanculare gli studentelli che, in barba alle regole di quiete pubblica, hanno gridato per almeno mezz’ora. Il mio ragazzo già in passato ha chiamato la Polizia qui per questo stesso problema, non ha coraggio di scendere perché non so quanto sia conveniente andare a sgridare questi dementi, per poi parlargli in inglese e rivelare di essere stranieri.
Quello che potete immaginare accaderebbe, beh… accadrebbe di sicuro, e c’erano troppi uomini per evitare guai (tra l’altro qui sono tutti alti e piazzati). Ma una persona della zona che dovesse affacciarsi e gridare in olandese di stare zitti o minacciare di chiamare la Polizia, avrebbe sicuramente più autorità.

E invece no. Silenzio e fottesega. Però se Nadia mette una busta fuori dal suo perimetro di qualche centimetro, allora la si sposta e si mette qualcosa in quell’esatto posto per farle capire che ha sbagliato e che NONONONONO non si fa. Io da un lato sono estremamente infastidita da questo zelo inutile, che già ebbi modo di constatare durante gli eventi ASSURDI del trasloco, dall’altro ne cerco le cause e le trovo in un bisogno ossessivo di sfuggire a ciò che non è la norma, alla volontà di affermare che le cose devono andare in un certo modo e solo in quello, perché chissà cosa succede se si devia dalla norma. Ecco, in Inghilterra non era così. Tutti sono abituati a pensare che gli inglesi siano campioni di irreprensibilità e rigore, ma invece no, sono solo persone che tengono molto al quartiere e ai giardini, in genere, che fanno rispettare subito il proprio spazio, ma non hanno questa fissa assurda per le regole e sicuramente hanno più ironia e senso dell’umorismo su queste cazzate e se devono venire a dirti una cosa, te la dicono, forse con una punta di razzismo negli ultimi tempi, ma in generale tutto si è sempre risolto in modo amichevole. Ma appunto, come possono cazziare me per un parcheggio sbagliato o un muretto del giardino tenuto male, cazziano di sicuro l’ubriacone che si mette a gridare di notte, sia esso folle o studente.

Qui invece tutti serissimi, come se spostare un cartone fosse il primo problema dell’umanità, ma paura di tirar fuori le palle. C’è molta paranoia collettiva e a me non piace e un po’ mi fa anche paura, perché sotto queste paranoie collettive si nasconde la polveriera pronta a esplodere. In Italia la polveriera è a vista di tutti, tanto che nessuno ci fa più caso e di fatto esplode così tante volte (lite tra vicini, lite tra automobilisti) che chi più e chi meno si sono adattati e resi in grado di gestirla. Ma quando la polveriera viene nascosta a lungo sotto strati di apparente ordine maniacale, poi quando esplode sono cazzi. E lo dico con cognizione di causa perché io sono come il Belgio, infatti questa cosa di riconoscermi nella sindrome paranoica di questi luoghi mi sgomenta. Pure io mi incazzo di rado, ma di brutto. E faccio di tutto per preservare ordine, a volte maniacale, nel mio ambiente, nella mia mente, nelle mie emozioni, fallendo. E’ uno stratagemma che tende a controllare l’ansia e l’irregolare, di cui però alla fine mi nutro quotidianamente. Non a caso in Italia soffro come una bestia, quando ci torno, dopo anni di vita all’estero, per i continui soprusi sociali cui siamo immersi, specialmente al sud, tra sgarbi stradali, vicini cafoni, immondizia sparsa ovunque, bus che non funzionano, treni in ritardo, maleducazione continua spacciata per opportunismo (vedi post precedente). Stando qui però si raggiunge l’estremo opposto di esagerazione e anche questo mi infastidisce. Di meno, perché nei fatti la vita è organizzata sul serio. Ma cose come quella di stanotte mi fanno riflettere sul senso estremo delle regole, fatte solo per complicarsi la vita, invece che semplificarla.  In Belgio, semplicità zero, e presto racconterò un altro episodio in merito, che ha dell’assurdo non meno di questo.

STARE ZITTI

L’altro giorno mi è successo un piccolo fatto che mi ha dato da riflettere.
Ero andata dal negozio dei cinesi per prendere delle cose. Una volta finito, mi sono diretta alla cassa per pagare. Davanti a me c’era solo una signora che già stava infilando le cose in busta. Sulla destra mia, ma molto più indietro, una signora stava parlando con un tipo che conosceva e che aveva evidentemente incontrato nel negozio.
Al momento di pagare, faccio per mettere le mie cose sul nastro della cassa, quando la tipa mi si piazza davanti con invadenza e dice: “Scusi sa, c’ero io prima.”
Io la fulmino con lo sguardo e le dico: “No guardi, io sono in fila, lei no.”
“Si vabbè”, dice questa, “ma io sono uscita un attimo dalla fila per parlare con lui” (il signore che nel frattempo era in fila dietro di me).
“E io che ne so, scusi!”, le dico, dato che al paese mio se esci dalla fila per farti i fatti tuoi, poi ti devi rimettere in coda.
“E ma come, signora lo dica lei, è vero che stavo dietro?”, dice questa, riferendosi alla signora che stava prima di me alla cassa e che stava per andare via.
Quella si volta, col sorriso di chi evidentemente non voleva essere messo in mezzo e dice: “Sisi”, e se ne va.
“Signora, io non l’ho vista. Per me lei può essere arrivata ora.”, ribadisco io.
“E vabbe, insomma, io non c’ho alcuna voglia di litigare oggi, figuriamoci.”
“Nemmeno io!”, rispondo.
“Men che mai per queste stronzate!”, aggiunge lei.
Al che, m’è salita l’ira funesta e con calma estrema le ho detto: “Allora se sono stronzate, si può mettere dietro.”

Silenzio.

Ora, dopo aver pagato, sono uscita dal negozio col cuore in gola. A me arrabbiarmi non piace per niente. Mi capita di rado e quando capita mi viene subito il batticuore e mi sento andare in fiamme. Proprio perché so come mi sento dopo una lite, una discussione, etc… cerco di evitarle. Ma sono un po’ di anni che mi sono resa conto che se taccio e faccio succedere le cose, piccoli soprusi, sgarbi, pestate di piedi o situazioni da tipico opportunismo italico (perché ste cose mi succedono solo a Bari), poi torno a casa che sono uno straccio e mi sento oppressa dal mio stare sempre zitta come una pecora. Solo vedendo come si comporta il mio ragazzo, molto più battagliero di me per qualsiasi causa, mi sono resa conto che esiste un altro modo di agire e di farsi rispettare.

Solo che io soffro sempre della vocina interiore angelica, retaggio dell’orrida educazione religiosa non richiesta che mi è stata impartita da piccola, alla quale si sfugge consapevolmente da grandi, ma che di danni ne ha fatti eccomi dentro, in fondo. La vocina dice che mettere in circolo rabbia non serve, che in fondo, per dire, che cosa mi costava cedere il posto alla signora, tanto alla fine sarebbe stata solo una manciata di minuti in più, e poi cosa hai mai da fare che devi andar di fretta? E poi chissà quella signora che problemi ha, chissà magari era già triste per i fatti suoi. E poi insomma, si tratta solo di una fila in cassa, mica niente di che.

Solo una fila. Peccato che se io faccio come lei in UK o in Belgio, mi linciano.
Peccato che, abituata come sono ad assistere a piccoli soprusi in ambito sociale, cose che tutti danno per scontati ormai – tranne io che ho avuto la fortuna sfortuna di vedere la differenza altrove – non riesco più a farmeli andare giù.
Peccato che la signora di cui sopra abbia decretato che la discussione sul posto era una stronzata solo quando ha capito che non l’avrei fatta passare, mentre se l’avessi fatta passare senza dire parola, allora voglio vedere se si sarebbe permessa di apostrofare così il mio comportamento. Faccio presente infatti che è stata lei a iniziare tutto, quindi dire “non faccio questioni per queste stronzate” doveva equivalere a mettersi in fila di nuovo.
Peccato che io stessa, qualche giorno prima, mi fossi trovata nella medesima situazione. Sempre dal cinese ero uscita dalla fila per aver visto, proprio accanto alla zona della casse, uno stand con dei cartoncini da disegno colorati. Ho lasciato il posto e preso il cartoncino. La signora dietro di me mi è passata, giustamente, avanti e quando sono ritornata, mi sono messa dietro di lei.

Cosa ci vuole a essere civili? Perché persone come questa devono arrivare a farsi moralizzare e bastonare prima di capire che non puoi fare come cazzo credi, che questa non è una jungla? E se ci vuoi vivere nella jungla, nessun problema. Ma vattene dalla città!

Mi confonde, davvero, stimare la rabbia in confronto alla stupidità dell’evento. Ma allo stesso tempo non dovrebbe essere confusa anche l’altra parte nel rendersi conto di quanto poco senso civile ha? Perché devo essere sempre io quella che ragiona sulle proprie azioni, che si interroga sul perché delle cose mentre molti si sentono sempre nel giusto quando hanno palesemente torto?

No. Chissene fotte degli altri. Come quando in treno, settimana scorsa, mentre andavo a Taranto, una madre non si è minimamente scomodata per fare stare zitto il figlioletto che non faceva che gridare e parlare ad alta voce, rintronando tutti per un’ora e passa. Io ho taciuto, ho pensato “non sono la sua mamma quindi taccio, che poi se glielo dico mi dirà ehhhh provaci tu a far tacere un bambino di otto anni!”, mi sono alzata e ho cambiato vagone. Sono in grado di regolarmi se le cose non mi vanno bene, in modo da non dover bacchettare le persone, da non dovermi rendere Signorina Rottermeier in ogni occasione. Ma c’è un limite! E a questo punto penso che stare zitti contribuisca solo a far sì che chi è maleducato mai impari a regolarsi.

LIBERA

Qualche giorni fa si sono tenute le battute finali di un workshop sull’inserimento nel lavoro per i partner dei dipendenti dell’Università di Lovanio. Questa iniziativa mi era sembrata, sin dalle prime battute, davvero interessante e ancor più utile perché io ho sempre avuto molti problemi a strutturare un curriculum che parlasse di me in termini efficaci. E uno degli scopi di questi incontri era appunto quello di lavorare su CV e cover letter, sulle modalità di brandizzazione della nostra figura professionale. Insomma, tutto mirato al “come venderci” a coloro che devono assumerci. In genere, i siti di ricerca del lavoro richiedono queste etichette, ma siccome sono indirizzati a chi cerca lavoro in aziende, mi sono sempre sembrati difficili da affrontare e compilare. Perché è improbabile se non impossibile che io possa lavorare in aziende di stampo tecnico o scientifico.

L’ultima seduta che abbiamo avuto, dopo magnifici incontri in cui abbiamo lavorato su skills e motivations, è stata per me alquanto stressante perché, non ricordo ancora sull’onda di quale follia, ho deciso di rendermi disponibile, io sola, per un esperimento di colloquio. Una HR sarebbe venuta al workshop e avremmo simulato una prova di intervista lavorativa, inerente una offerta di lavoro che io avevo trovato e presentato. L’offerta di lavoro che ho scelto per la prova esiste davvero. E’ un posto di Assistant Editor alla Penguin di Londra. Dal momento che dovevo sparare, ho sparato alto. Sono abbastanza cosciente che non esiste alcuna possibilità reale che la Penguin possa assumere una persona non madrelingua inglese o comunque non me che non ho questa padronanza dell’inglese. Ma ho voluto comunque tentare la prova “falsa” perché al di là delle possibilità reali, l’intera richiesta dell’offerta di lavoro mi si addiceva alla perfezione, come poche altre volte è successo prima.

Infatti, da quando ho fatto questo workshop ho iniziato a capire che “nome” dare al mio profilo lavorativo e come cercare meglio le offerte di lavoro. Troppo tardi ahimè, visto che il paese in cui mi trovo adesso richiede per le medesime offerte la conoscenza di due lingue che sono ben lontana dall’aver appreso. Non che la cosa sia impossibile, ma è evidente che solo l’inglese non mi basterà. In ogni caso, ho in cuore molta speranza e volontà, non mi sono arresa e ho preparato la finta intervista.

Al workshop, ho notato che tutte le altre partecipanti – con cui in questi giorni ho stretto una simpatica conoscenza che, chissà, si potrà tramutare in qualcosa in più – erano davvero contente che io mi fossi lanciata a fare questa prova. Una di loro ha chiaramente detto che le era stato molto utile vedermi in azione senza dover essere lei a sentire lo stress del colloquio.

Beh, io per questo colloquio mi sono preparata una settimana intera perché non è facile parlare di sé e delle proprie esperienze lavorative, in inglese per altro. Serve sapere una terminologia corretta, sapere cosa dire e cosa non – e in questo il workshop è stato utile anche se la mia personalità ha sempre la meglio, o la peggio, su ogni imposizione.

Mi sono vestita molto al di sotto delle mie possibilità. Ho indossato un abito che amo molto, ‘preso da Bonprix, nero, un trucco abbastanza sobrio per me, orecchini piccoli, smalto grigio, calze nere con smagliature volute dal modello e stivaletti col tacco.

La HR mi ha fatto molte domande, molte delle quali me le aspettavo, altre no. Ho per esempio scoperto di non sapere cosa rispondere dinanzi al “che salario ti aspetti”, perché mi sento così in imbarazzo a “chiedere” soldi, cosa che è assolutamente un mio problema personale, che perfino dove sarebbe normale parlarne, non ci sono riuscita. Alla fine del colloquio, tutti mi hanno addirittura applaudita e fatto complimenti sulle risposte che avevo dato. La HR mi ha giusto evidenziato alcuni punti in cui forse sarebbe stato più adeguato dare risposte diverse, ad esempio non usare la parola angry quando si parla di lavoro – ma io facevo riferimento al MIO EX LAVORO e non usare la parola angry – mi si creda – è davvero difficile. Oppure, non dire che mi sono candidata solo per quella posizione perché è meglio “tirarsela” (ma in questo invece l’organizzatrice del workshop non era concorde con la HR perché secondo lei il modo in cui ho detto e spiegato che desideravo quello e solo quel tipo di mansione era stato efficace per far capire quanto ci tenessi).

Le ragazze del corso mi hanno detto che sembravo entusiasta, che addirittura sorridevo tantissimo e non ero per nulla in imbarazzo, anzi ero a mio agio ed erano sconvolte quanto anche leggermente impaurite dalla cosa – probabilmente perché si domandavano a quel punto come sarebbero sembrate loro. Molti complimenti la HR me li ha fatti a proposito delle mie conoscenze in merito all’azienda per cui mi “candidavo” perché alla domanda “perché vuoi lavorare qui con noi?” mi sono lanciata in una disamina emotivo- storica sulla prima volta che sono stata in Inghilterra e ho messo mani su un libro della Penguin, adorante. Perché ho parlato del premio Nobel di quest’anno, che è pubblicato dalla Penguin e perché mi ero studiata davvero tutto il processo di acquisizione delle firme da parte della Penguin, ma non da ora… sono anni che bramo incredibilmente di far parte di una azienda simile. Come chiunque ami leggere e abbia letto in lingua inglese. Nessuno dei presenti ha mai sentito parlare della Penguin. Per noi lettori è una casa editrice, anzi che dico, LA casa editrice perfetta.

Ottimi commenti li ho ricevuti quando – con un colpo di teatro non preparato – alla domanda “parlami delle tue precedenti esperienze di lavoro” ho immediatamente gettato in campo QUELL’ESPERIENZA, quella che mi ha rovinato la vita, trasformandola in magia. Non ha attinenza con il lavoro che sogno di fare, ho detto, ma mi ha insegnato molto su quello che sono e su quello che posso offrire all’azienda in cui potrei lavorare. E questa frase se la sono segnata tutti, l’HR e le ragazze! Perché solo in quel momento mi sono resa conto che è così, che anche nella MERDA più assoluta io ho trovato la miglior parte di me stessa.

E pensavo a cosa diceva l’oroscopo di quel giorno, che avrei trovato il modo di dare senso a esperienze del passato che avrei voluto solo cancellare, senza necessità di dover tornare indietro con la macchina del tempo. E’ stato così.

In tutto questo turbinio di feedback e di complimenti ricevuti, molti dei quali hanno confermato supposizioni che già sapevo su di me (tipo che anche quando dentro sto morendo, esplodendo, sono terrorizzata, da fuori non si vede, good to know), un commento mi ha lasciato addosso una impressione bruttissima.

L’organizzatrice del workshop ha chiesto alla HR se non fosse necessario, a livello di aspetto estetico, che io mi presentassi con i capelli legati.
A fronte dei tanti complimenti ricevuti, lo so, non dovrei legarmi al dito certe piccolezze. Ma per come sono fatta io, questa cosa è stata bruttissima. Perché accetto e capisco se mi si fa notare che non ho le competenze per far qualcosa, se non ho sufficiente esperienza e su queste cose non si può far altro che lavorare, fare esperienza e cercare di migliorarsi.

Ma i miei capelli non si toccano, PORCA PALETTA! IO COI CAPELLI LEGATI? Ma perché mai diamine? A parte che non mi piaccio coi capelli legati e d’accordo, non si va al colloquio per piacere esteticamente – a meno che tu non vada a fare la modella – ma non esiste proprio che me li lego PERCHE’ QUALCUNO ME LO DICE. Perché se non li lego, cosa è che esattamente sembro? Selvaggia, disordinata, sensuale? Aggiungo che li avevo messi in piega, pettinati e m’ero fatta pure la maschera e messo il balsamo. Erano in ordine, molto più di quanto io sia solita tenerli – dato che in genere mi piace tenerli liberi e senza troppo stressarli.

In quel momento ho sentito la mia Ombra saltare fuori e dire: “Ah sì? Vai allora, rovina tutto con una delle tue uscite pseudoribelli, diglielo chi siamo NOI e le lotte fatte per non vergognarci di cosa SIAMO!” e stavo per farlo.  Stavo per dire “tanto non li legherei mai, nemmeno se fosse richiesto per il colloquio”. Ma non l’ho detto. La parte di me che aspira a rendersi indipendente economicamente soffre troppo per potersi permettere di dare spazio all’Ombra. Per quella c’è la scrittura, per fortuna.
Ma io l’ho trovata una cosa orribile. Passi per l’abbigliamento e il trucco, lo so da me che se vado conciata da Marylin Manson a un colloquio, a meno che non stia andando a lavorare da Killstar, non sarà vista come cosa positiva. Ma i capelli? Fate tante storie alle islamiche per evitar loro di indossare veli in luoghi pubblici e vi scandalizzate se si coprono tutto, quasi anche gli occhi… e poi andiamo predicando che ai colloqui di lavoro una donna deve andare coi capelli legati?

Io li lego quando pare e piace a me. Quando ho il ciclo, quando sono sporchi, quando devo pulire casa e non mi va che mi finiscano in bocca. Ecco quando li lego. Non certo tre situazioni in cui posso dire di essere me stessa, come sarei sul posto di lavoro! Io odio queste etichette, odio queste cazzate, odio tutto di questa cosa di doversi “vendere” perché sono una persona libera – maledizione. Libera di essere quello che voglio essere e su questa cosa non ho mai tollerato niente. Per me il capello legato per far figurone ai colloqui è la metafora di una sconfitta dell’umano. I miei capelli non sono solo peli, sono PARTE DI ME. E’ come se mi dicessero “ok vai a lavoro, ma legati le mani, cuciti la bocca e fai quello che ti è richiesto nascondendo chi sei.”

Come quando si dice che i capelli dopo i 35 vanno tagliati corti perché non sta bene.
A me non sta bene tagliarli corti se non mi piaccio, se non mi so vedere. Se mi cadono o si rovinano, li taglio. dsc00830.jpgAltrimenti li lascio dove sono e li lascio liberi. Come sono io.

In tutto questo, la HR mi ha guardata con i suoi occhi cerulei sul volto magro e chiaro e ha risposto: “Mmm no, va bene così. Solo, farei attenzione alle calze smagliate.”

“Sono proprio così.”, ho detto io, mostrandole che erano disegni voluti.

Come me. Volutamente smagliata

LEGGERE IN BELGIO. E ADESSO???

Ora che la tempesta trasloco s’è, a suo modo, chetata, parliamo di cose importanti.
Ok, sono in Belgio. Benissimo. Brava. Applausi. E quindi come faccio coi libri? Dove diamine li trovo? In che lingua leggo adesso?

Belle domande.
La notte in cui sono stata a Lovanio per la prima volta, credo di aver vissuto un trauma senza precedenti nella storia della mia vita libresca. Entrai in un negozio, stile Feltrinelli, di nome Standard Boekhandel, scoprendo così che qui è tutto tradotto in olandese. Nemmeno in francese – come suppongo sia a Bruxelles, ma in olandese! Uscii dal negozio con la morte nel cuore. Non s’era visto mai che uscissi da un negozio di libri senza aver comprato qualcosina, un libriccino, un libretto, un manualino, qualcosa, qualsiasi cosa che potesse testimoniare il mio passaggio in quel luogo.

Ora che sono qui, il trauma si è di molto ridimensionato, sebbene io abbia dovuto inevitabilmente dire addio ai miei standard di acquisti – penso ineguagliati – di quando ero in Inghilterra. Come spesso dichiarato in molti video o scritto in altri post, in Inghilterra i libri te li gettano addosso. La cultura letteraria è talmente alta (anche se concentrata in modo non estensivo per tutta la popolazione britannica) che trovare libri a poco prezzo, a pochi centesimi o sterline è praticamente come bere un bicchiere d’acqua, anzi di birra. In Inghilterra mi sono inoltre sempre servita delle biblioteche cittadine, dalle quali ho tratto gran parte delle informazioni e delle letture più interessanti fatte negli ultimi anni. Nelle stesse biblioteche mettono in vendita libri che hanno deciso di tirare fuori dai cataloghi, per una manciata di centesimi. Spesso e volentieri sono tornata a casa con una borsa colma di libri e nella tasca un portafoglio ben lieto di essersi separato di due sterline o poco più. In aggiunta a questo, i charity shops, dove ho trovato anche libri usciti da poco, di cui qualcuno si era sbarazzato, pagandoli mai più di due sterline.

Ora che sono qui, sto iniziando a ripensare il mio concetto di acquisizione libraria. Metto da parte per il momento il discorso biblioteca – che merita una riflessione a parte inerente il Belgio e Lovanio – e inizio a considerare i luoghi in cui è possibile comprare libri che io possa effettivamente leggere.

La prima cosa da dire è che io non so leggere, né scrivere, né parlare l’olandese. In questo mese ho già imparato parecchie parole, il lessico si amplia facilmente anche solo facendo spesa, consultando giornali e siti online per capire come c^^^o funziona il riciclo in questo paese (una roba assurda). Ma parlarlo e leggerlo richiede studio della sintassi, cosa che al momento non posseggo e non posso intraprendere per motivazioni di tempo (ho da studiare cose che hanno, come al solito, la precedenza). Ergo, suppongo che a un certo punto potrò quanto meno leggere questa lingua e capirla, motivo per cui, per buon auspicio, quando sono stata qui la seconda volta ho portato via con me un libro, a tematica guerra, scritto in olandese e di autrice olandese, che userò come monito della mia conoscenza della lingua. Al momento capisco solo il titolo e, come ho detto, parole su parole.

Tuttavia, se anche finissi per impararlo al punto di poterlo leggere, sia chiaro, io non comprerò libri scritti in inglese che sono stati tradotti in olandese. Non è mia politica leggere libri tradotti se conosco la lingua di partenza. Leggereste mai un libro di Pirandello o di Dante in inglese? Io l’ho fatto per curiosità ed è stata una bruttissima esperienza. L’italiano è arte, è poesia, è famiglia per me. E ci sono cose che non si possono tradurre (ok, lo direbbe chiunque in qualunque lingua… ma è la verità). Se posso leggere libri scritti in italiano o in inglese, preferirò sempre la lingua di partenza. Per quanto riguarda i romanzi russi, invece, che spesso vado raccogliendo… beh, la cosa si fa complessa. Quali romanzi russi troverò tradotti in olandese che non posso già trovare in italiano o inglese? Così mi regolerò di conseguenza, arrivando a scegliere l’olandese per libri scritti in questa lingua e solo in questa, o per libri davvero introvabili.

Standard Boekhandel, di conseguenza, è fuori dalla mia portata per ora (se escludiamo in questa sede la zona cartoleria, che merita un altro discorsone a parte). Ha solo libri in olandese e una scarna sezione in inglese dove ho visto roba tipo il Codice da Vinci, la Ragazza del Treno, etc… insomma libri che io non comprerei o leggerei mai. Tra l’altro tutti a prezzo pieno. Ed essendo tornati sotto l’egida dell’euro, in paese dove l’inglese non è lingua madre, i costi sono spropositati. I libri in inglese costano tanto quanto costano in Italia. Avete mai provato ad affacciarvi nella sezione straniera di Feltrinelli? Ecco, siamo lì. Quindi per ora, nay.

Ho individuato due negozi dell’usato a Lovanio che, essendo città universitaria, anche si piccola, ha di questi negozietti convenienti. Hanno ottimi libri, prezzi interessanti. Ma anche qui, fuori discussione per me, perché solo usato in olandese. I charity shop qui non esistono e se anche esistessero, il problema si ripresenterebbe: troverei testi usati, magari anche economici, ma in olandese.

Per fortuna, viene in mio soccorso il Kindle, cui dovrò gioco forza fare molto affidamento per poter leggere i romanzi che mi interessano, e l’acquisto online, visto che posso avvalermi ugualmente di tutti gli Amazon, UK France e Germany, visto che… udite udite, non esiste Amazon Belgio.

Un’altra idea che caldeggio è quella di andare a Bruxelles, dove ho già scovato – almeno su carta – librerie dell’usato che dovrebbero avere testi anche in inglese e se proprio fosse necessario potrei anche ridurmi a leggere in francese (ma la tengo come ipotesi davvero da ultima spiaggia!). Mi riservo per questa esplorazione più tempo: andare a Bruxelles non è molto costoso, non come lo era andare a Londra da Portsmouth, e questo è solo un bene… ma, lo dico sinceramente, io mi cago sotto di andarci al momento. Non so il francese e ho un po’ paura del clima sociale di quella città. Ci sono già stata una volta e non mi ha dato l’impressione di sicurezza che avevo in Inghilterra. Spero sia solo una mia percezione deformata dagli eventi ben noti, fatto sta che per il momento l’esplorazione libresca non è in lista.

Oggi, invece, sono stata in quest’altra libreria, che ha sia usato che nuovo, di nome De Slegte.

cofE’ una libreria famosissima da queste parti, ce n’è una in ogni grande città del Belgio, quindi anche Anversa, Gand e via dicendo. La libreria De Slegte è stata fondata da Jan de Slegte all’inizio del XX secolo. Jan De Slegte lavorava a Rotterdam e durante la giornata ha iniziato a scambiare libri di seconda mano. Praticamente questo s’è inventato la professione dei miei sogni e ci ha fatto soldi, dal momento che questa libreria vende di tutto, usato, antiquariato e novità

Sono quattro piani di morbidezza e di libri, dove ho trovato anche parecchie cose in inglese. Diciamo che la percentuale libri olandesi e inglesi è di 7 a 3. Però quei tre non sono affatto male, c’è molta robina vecchia, ricercata e specifica, anche fumetti e fantascienza, per non parlare dei libri di astrologia. Qui in Belgio l’astrologia va forte. Difficile crederlo, in tanti anni in Inghilterra avrò trovato si e no due libri di astrologia, di cui uno in realtà sull’Astrologia Cinese! Sono stata molto tentata di mettere le mie manine su questi bei volumetti, molti dei quali scritti da astrologi belgi o olandesi, a giudicare dai cognomi degli scrittori… ma anche qui, precorrere troppo i tempi linguistici potrebbe solo portarmi depressione e frustrazione. Non è il momento.

Per quanto riguarda i prezzi, er… non potremo mai essere ai livelli dell’Inghilterra, ma con un po’ di accortezza penso si potranno fare, nel caso, dei buoni affari. Nel frattempo, mi sono divertita a fotografare libri famosi che ben conosco, nascosti dai loro titoli in lingua olandese. C’è qualcosa di magico nel vedere nomi che conosci e a cui pensi spesso trasformati in questo modo. Le mutazioni linguistiche saranno sempre per me motivo di fascino assoluto: l’olandese poi, ha nel lessico delle parti davvero chiarissime. Si sente il latino, si sente l’inglese, a volte sembra che le parole inglesi abbiano solo subito una leggera deformazione… Basti pensare a boek, su tutte, come parola che non lascia dubbi sul suo significato anche per chi non ha mai letto in olandese, oppure la parola voor, che di fatto si legge for e rimanda alla medesima parola inglese.

Poi ci sono delle parole pazzesche, illeggibili, delle quali per quanto mi sforzi non riconosco radici – penso proveniente da formazioni non romanze – e che quindi mi restano ignote e mi fanno sentire come un viandante in un paese straniero in cerca di parole amiche che non trova. Che è esattamente ciò che sono al momento in effetti. Oppure come un mago che cerca di scoprire i segreti dell’incantesimo che richiede parole e formule che ancora egli non può usare, perché inesperto. Tutto questo è fantastico e allo stesso tempo frustrantissimo: se dinanzi alle appels en aardappelen al supermarkt posso far finta di niente, perché lo vedo da me che sono mele e patate… dinanzi a interi libri, colmi di sapere e informazioni, non riuscire a capire nemmeno il titolo è una sfida che mette a dura prova la mia voglia di appropriarmi della conoscenza in modo rapido e sbavante. Qui nulla è irraggiungibile, non è come essere un cane legato da una catena che non riesce a raggiungere la fettona di carne sugosa, come mi succedeva in Italia dove i libri costano un fracco e le biblioteche del sud Italia sono inaccessibili benché colme di tesori.

E’ essere dinanzi a uno schermo nero colmo di stelle e non riuscire a interpretare il cammino della mia astronave. “Di che parla questo libro?”, avrei voluto chiedere al commesso, che pareva tutto immerso nel suo mondo di libri e musica classica, tenendo tra le mani un volume scritto da un ragazzo nato a Leuven.

Il libro in questione si chiama Andromeda. di Jef Schokkaert.

andromedaE ora che sono a casa, sono andata a fare traduzione online per scoprire che la trama mi affascina tantissimo. Non mi sorprende. La lingua è un mezzo. Ciò che abbiamo da dire non ha confini,  ciò che sappiamo della vita o temiamo è identico in qualunque luogo. Tuttavia, io questo libro per adesso non posso leggerlo perché le differenze linguistiche sono un fatto da affrontare… CHE FRUSTRAZIONE!

Sia chiaro, non che mi manchino libri da leggere. Quello mai, o non sarei più io. Ma la nuova sfida, sin tanto che sarò qui, è quella di scovare nuovi modi di trovare libri, nuovi modi di leggere e di fare una cosa che tanto amo e che – con tutto il rispetto per gli  acquisti online che sono super comodi, super economici, super veloci – non posso fare su Amazon: vagare per un’oretta ogni tanto in una libreria dell’usato e perdermi tra libri di armature, di musica classica, di Jung e Freud, di classici vecchi e bisunti e di viaggi verso mondi lontani.

 

OTTOBRE E LA SCOMPARSA

 

22635076_1622411877822259_1984503537_nRicorderò il mese di ottobre 2017, quello del trasferimento in Belgio, come un mese molto difficile – sicuramente più rispetto ai precedenti – ma anche come un mese in cui ho compreso molto di me e delle persone che mi circondano, del loro modo di esserci nella mia vita e del mio modo di essere presente nella vita degli altri, con tutte le difficoltà che comporta il doversi raddrizzare da situazioni complicate e al contempo gestire tutto in modo che mai niente crolli sotto il peso di problemi che, per quanto condivisibili a parole, a fatti restano soltanto miei.

Questo mese è stato duro per me in primo luogo perché ho perso per sempre il mio amatissimo gatto, Sirio. Era anziano e malato, ma benché sapessi che la sua vita sarebbe dovuta finire, come tutto del resto, la sua morte ha aperto uno squarcio nei miei pensieri. E’ accaduta in un momento – quello in cui mettevo piede nella nuova casa a Lovanio – che mi è sembrato sin da subito lo spartiacque tra un prima e un dopo. Un prima che era fatto di cose, persone e luoghi che da quel momento in poi non ci saranno più. E un dopo in cui verrà con me il meglio di quel prima, ciò che di buono è rimasto, ciò che sopravvive e che non muore sotto i colpi del tempo. Ciò che amo, persone, oggetti, idee sempre in fieri – anche quelle più pesanti e pressanti che mi trascino – e che in fondo fanno parte di me e mi descrivono.

Ho lasciato andare un prima che mi ha dato molto, ma che semplicemente doveva finire, per lasciare spazio a nuove consapevolezze. Non mi stupisce, da astrologa, constatare che questo sia avvenuto proprio in concomitanza del transito di quadratura di Saturno in Sagittario ai miei luminari. Transito per altro avvenuto nella casa Quarta, quella fetta del tema natale che ci parla di casa, di radici, di famiglia.

Ho perso una casa, ne ho trovata un’altra. Ho lasciato un Paese, ne ho trovato un altro. Ho perso un membro della mia famiglia che per 22 anni ha rappresentato per me non solo la compagnia calorosa e silente che un gatto può dare, ma una presenza fondante, una immagine di casa e di affetto che ritrovavo ogni volta che per tanti anni sono tornata a casa da scuola, triste e incazzata per quegli anni orrendi vissuti a liceo. E trovavo lui, Sirio, nei cui occhi son scivolati negli anni tutti i miei migliori amici, alcuni dei quali scomparsi tra le pieghe del tempo o resi distanti dagli spazi ma non dal cuore… c’era Sirio quando c’era Valentina. C’era Sirio ai tempi di Massimiliano, di Andrea, di Giorgio. E poi di Daniela, di Dario… tutte le persone per me più care erano nei suoi occhi ed è per questo che la sua morte mi ha spinta a cercare quelle connessioni, quelle che più mi mancava avere con me. Mi ha spinta ad aprirmi di nuovo, a spiegarmi, a dire al mondo come mai ho avuto questa necessità di sparire.

Spiegare come mai al di fuori della bolla in cui vivo da anni non entra più niente e vi è spazio solo per chi ha saputo entrare lentamente e rimanere senza inquinare un mondo che funziona – e funziona alla grande – ma non come si è propensi a pensare debba funzionare il mondo di una persona della mia età. In questo mese ho scoperto di essere molto forte. Ho scoperto che quando tutto viene meno, c’è un perno di marmo dentro me cui allacciarmi. E quel perno sono io. Sono crollata tante volte negli anni passati, per eventi che ricordo sempre come traumatici e ciò che ben ricordo di quei giorni era che io non avevo questo perno dentro me. Lo cercavo negli altri, negli amici, negli affetti… ed era bello e giusto così, ma lo sappiamo tutti in fondo che anche ciò che più amiamo, alla fine scompare. Come è scomparso Sirio, piccolo grande perno della mia infanzia solitaria… così come scompaiono amici, amori che solo il giorno prima erano per noi tutto, tutta la vita, tutto ciò che avremmo desiderato. Allora, ottobre mi ha mostrato che anche quando perdo pezzi per strada, finalmente ho acquisito questa forza interiore. Forza che non mi aiuterà a essere più costruttiva, meno sognatrice, più concreta e non mi aiuterà di certo a creare basi solide. La mia vita non ne avrà mai, lo so. Ma almeno mi consentirà di appoggiarmi a qualcosa che non scompare. O che scomparirà solo quando io non avrò più bisogno di me. In una dissolvenza lontana e buia cui talvolta rimugino, spaventata, quando la notte mi svegliano gli incubi.

Sirio non c’è più. Ma la sua assenza mi ha mostrato che ci sono io. Ciò che lui è stato per me è stato fondamentale. Si dice –  ed è bello pensare a queste storie per consolarsi della morte di un animale domestico – che i nostri animali sono i nostri spiriti guida. Che ci guidino per un percorso – purtroppo il più delle volte solo una parte di esso  – e che ci abbandonino poi quando capiscono che possiamo andare avanti senza di loro. Per me Sirio avrebbe dovuto vivere per sempre, è ovvio. Ma è indicativo che la sua scomparsa sia coincisa con questo mese di cambiamenti importanti. E’ indicativo per me. E’ un simbolo difficile da accettare, sconvolgente da interpretare. Molto più facile sarebbe fingere che nulla abbia senso, che nulla sia interpretabile e tutto mosso dal caso.

Ma non sarebbe la mia vita, con le sue peculiarità, se non fossi in grado di attribuire senso a tutto. Anche alla scomparsa. Soprattutto all’assenza che, più di quanto possa la presenza – godimento istantaneo – fa riecheggiare le memorie nel tempo, rendendoti disperato alla ricerca di un futuro che possa assomigliare – o differire – da quelle memorie.