STARE ZITTI

L’altro giorno mi è successo un piccolo fatto che mi ha dato da riflettere.
Ero andata dal negozio dei cinesi per prendere delle cose. Una volta finito, mi sono diretta alla cassa per pagare. Davanti a me c’era solo una signora che già stava infilando le cose in busta. Sulla destra mia, ma molto più indietro, una signora stava parlando con un tipo che conosceva e che aveva evidentemente incontrato nel negozio.
Al momento di pagare, faccio per mettere le mie cose sul nastro della cassa, quando la tipa mi si piazza davanti con invadenza e dice: “Scusi sa, c’ero io prima.”
Io la fulmino con lo sguardo e le dico: “No guardi, io sono in fila, lei no.”
“Si vabbè”, dice questa, “ma io sono uscita un attimo dalla fila per parlare con lui” (il signore che nel frattempo era in fila dietro di me).
“E io che ne so, scusi!”, le dico, dato che al paese mio se esci dalla fila per farti i fatti tuoi, poi ti devi rimettere in coda.
“E ma come, signora lo dica lei, è vero che stavo dietro?”, dice questa, riferendosi alla signora che stava prima di me alla cassa e che stava per andare via.
Quella si volta, col sorriso di chi evidentemente non voleva essere messo in mezzo e dice: “Sisi”, e se ne va.
“Signora, io non l’ho vista. Per me lei può essere arrivata ora.”, ribadisco io.
“E vabbe, insomma, io non c’ho alcuna voglia di litigare oggi, figuriamoci.”
“Nemmeno io!”, rispondo.
“Men che mai per queste stronzate!”, aggiunge lei.
Al che, m’è salita l’ira funesta e con calma estrema le ho detto: “Allora se sono stronzate, si può mettere dietro.”

Silenzio.

Ora, dopo aver pagato, sono uscita dal negozio col cuore in gola. A me arrabbiarmi non piace per niente. Mi capita di rado e quando capita mi viene subito il batticuore e mi sento andare in fiamme. Proprio perché so come mi sento dopo una lite, una discussione, etc… cerco di evitarle. Ma sono un po’ di anni che mi sono resa conto che se taccio e faccio succedere le cose, piccoli soprusi, sgarbi, pestate di piedi o situazioni da tipico opportunismo italico (perché ste cose mi succedono solo a Bari), poi torno a casa che sono uno straccio e mi sento oppressa dal mio stare sempre zitta come una pecora. Solo vedendo come si comporta il mio ragazzo, molto più battagliero di me per qualsiasi causa, mi sono resa conto che esiste un altro modo di agire e di farsi rispettare.

Solo che io soffro sempre della vocina interiore angelica, retaggio dell’orrida educazione religiosa non richiesta che mi è stata impartita da piccola, alla quale si sfugge consapevolmente da grandi, ma che di danni ne ha fatti eccomi dentro, in fondo. La vocina dice che mettere in circolo rabbia non serve, che in fondo, per dire, che cosa mi costava cedere il posto alla signora, tanto alla fine sarebbe stata solo una manciata di minuti in più, e poi cosa hai mai da fare che devi andar di fretta? E poi chissà quella signora che problemi ha, chissà magari era già triste per i fatti suoi. E poi insomma, si tratta solo di una fila in cassa, mica niente di che.

Solo una fila. Peccato che se io faccio come lei in UK o in Belgio, mi linciano.
Peccato che, abituata come sono ad assistere a piccoli soprusi in ambito sociale, cose che tutti danno per scontati ormai – tranne io che ho avuto la fortuna sfortuna di vedere la differenza altrove – non riesco più a farmeli andare giù.
Peccato che la signora di cui sopra abbia decretato che la discussione sul posto era una stronzata solo quando ha capito che non l’avrei fatta passare, mentre se l’avessi fatta passare senza dire parola, allora voglio vedere se si sarebbe permessa di apostrofare così il mio comportamento. Faccio presente infatti che è stata lei a iniziare tutto, quindi dire “non faccio questioni per queste stronzate” doveva equivalere a mettersi in fila di nuovo.
Peccato che io stessa, qualche giorno prima, mi fossi trovata nella medesima situazione. Sempre dal cinese ero uscita dalla fila per aver visto, proprio accanto alla zona della casse, uno stand con dei cartoncini da disegno colorati. Ho lasciato il posto e preso il cartoncino. La signora dietro di me mi è passata, giustamente, avanti e quando sono ritornata, mi sono messa dietro di lei.

Cosa ci vuole a essere civili? Perché persone come questa devono arrivare a farsi moralizzare e bastonare prima di capire che non puoi fare come cazzo credi, che questa non è una jungla? E se ci vuoi vivere nella jungla, nessun problema. Ma vattene dalla città!

Mi confonde, davvero, stimare la rabbia in confronto alla stupidità dell’evento. Ma allo stesso tempo non dovrebbe essere confusa anche l’altra parte nel rendersi conto di quanto poco senso civile ha? Perché devo essere sempre io quella che ragiona sulle proprie azioni, che si interroga sul perché delle cose mentre molti si sentono sempre nel giusto quando hanno palesemente torto?

No. Chissene fotte degli altri. Come quando in treno, settimana scorsa, mentre andavo a Taranto, una madre non si è minimamente scomodata per fare stare zitto il figlioletto che non faceva che gridare e parlare ad alta voce, rintronando tutti per un’ora e passa. Io ho taciuto, ho pensato “non sono la sua mamma quindi taccio, che poi se glielo dico mi dirà ehhhh provaci tu a far tacere un bambino di otto anni!”, mi sono alzata e ho cambiato vagone. Sono in grado di regolarmi se le cose non mi vanno bene, in modo da non dover bacchettare le persone, da non dovermi rendere Signorina Rottermeier in ogni occasione. Ma c’è un limite! E a questo punto penso che stare zitti contribuisca solo a far sì che chi è maleducato mai impari a regolarsi.

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LIBERA

Qualche giorni fa si sono tenute le battute finali di un workshop sull’inserimento nel lavoro per i partner dei dipendenti dell’Università di Lovanio. Questa iniziativa mi era sembrata, sin dalle prime battute, davvero interessante e ancor più utile perché io ho sempre avuto molti problemi a strutturare un curriculum che parlasse di me in termini efficaci. E uno degli scopi di questi incontri era appunto quello di lavorare su CV e cover letter, sulle modalità di brandizzazione della nostra figura professionale. Insomma, tutto mirato al “come venderci” a coloro che devono assumerci. In genere, i siti di ricerca del lavoro richiedono queste etichette, ma siccome sono indirizzati a chi cerca lavoro in aziende, mi sono sempre sembrati difficili da affrontare e compilare. Perché è improbabile se non impossibile che io possa lavorare in aziende di stampo tecnico o scientifico.

L’ultima seduta che abbiamo avuto, dopo magnifici incontri in cui abbiamo lavorato su skills e motivations, è stata per me alquanto stressante perché, non ricordo ancora sull’onda di quale follia, ho deciso di rendermi disponibile, io sola, per un esperimento di colloquio. Una HR sarebbe venuta al workshop e avremmo simulato una prova di intervista lavorativa, inerente una offerta di lavoro che io avevo trovato e presentato. L’offerta di lavoro che ho scelto per la prova esiste davvero. E’ un posto di Assistant Editor alla Penguin di Londra. Dal momento che dovevo sparare, ho sparato alto. Sono abbastanza cosciente che non esiste alcuna possibilità reale che la Penguin possa assumere una persona non madrelingua inglese o comunque non me che non ho questa padronanza dell’inglese. Ma ho voluto comunque tentare la prova “falsa” perché al di là delle possibilità reali, l’intera richiesta dell’offerta di lavoro mi si addiceva alla perfezione, come poche altre volte è successo prima.

Infatti, da quando ho fatto questo workshop ho iniziato a capire che “nome” dare al mio profilo lavorativo e come cercare meglio le offerte di lavoro. Troppo tardi ahimè, visto che il paese in cui mi trovo adesso richiede per le medesime offerte la conoscenza di due lingue che sono ben lontana dall’aver appreso. Non che la cosa sia impossibile, ma è evidente che solo l’inglese non mi basterà. In ogni caso, ho in cuore molta speranza e volontà, non mi sono arresa e ho preparato la finta intervista.

Al workshop, ho notato che tutte le altre partecipanti – con cui in questi giorni ho stretto una simpatica conoscenza che, chissà, si potrà tramutare in qualcosa in più – erano davvero contente che io mi fossi lanciata a fare questa prova. Una di loro ha chiaramente detto che le era stato molto utile vedermi in azione senza dover essere lei a sentire lo stress del colloquio.

Beh, io per questo colloquio mi sono preparata una settimana intera perché non è facile parlare di sé e delle proprie esperienze lavorative, in inglese per altro. Serve sapere una terminologia corretta, sapere cosa dire e cosa non – e in questo il workshop è stato utile anche se la mia personalità ha sempre la meglio, o la peggio, su ogni imposizione.

Mi sono vestita molto al di sotto delle mie possibilità. Ho indossato un abito che amo molto, ‘preso da Bonprix, nero, un trucco abbastanza sobrio per me, orecchini piccoli, smalto grigio, calze nere con smagliature volute dal modello e stivaletti col tacco.

La HR mi ha fatto molte domande, molte delle quali me le aspettavo, altre no. Ho per esempio scoperto di non sapere cosa rispondere dinanzi al “che salario ti aspetti”, perché mi sento così in imbarazzo a “chiedere” soldi, cosa che è assolutamente un mio problema personale, che perfino dove sarebbe normale parlarne, non ci sono riuscita. Alla fine del colloquio, tutti mi hanno addirittura applaudita e fatto complimenti sulle risposte che avevo dato. La HR mi ha giusto evidenziato alcuni punti in cui forse sarebbe stato più adeguato dare risposte diverse, ad esempio non usare la parola angry quando si parla di lavoro – ma io facevo riferimento al MIO EX LAVORO e non usare la parola angry – mi si creda – è davvero difficile. Oppure, non dire che mi sono candidata solo per quella posizione perché è meglio “tirarsela” (ma in questo invece l’organizzatrice del workshop non era concorde con la HR perché secondo lei il modo in cui ho detto e spiegato che desideravo quello e solo quel tipo di mansione era stato efficace per far capire quanto ci tenessi).

Le ragazze del corso mi hanno detto che sembravo entusiasta, che addirittura sorridevo tantissimo e non ero per nulla in imbarazzo, anzi ero a mio agio ed erano sconvolte quanto anche leggermente impaurite dalla cosa – probabilmente perché si domandavano a quel punto come sarebbero sembrate loro. Molti complimenti la HR me li ha fatti a proposito delle mie conoscenze in merito all’azienda per cui mi “candidavo” perché alla domanda “perché vuoi lavorare qui con noi?” mi sono lanciata in una disamina emotivo- storica sulla prima volta che sono stata in Inghilterra e ho messo mani su un libro della Penguin, adorante. Perché ho parlato del premio Nobel di quest’anno, che è pubblicato dalla Penguin e perché mi ero studiata davvero tutto il processo di acquisizione delle firme da parte della Penguin, ma non da ora… sono anni che bramo incredibilmente di far parte di una azienda simile. Come chiunque ami leggere e abbia letto in lingua inglese. Nessuno dei presenti ha mai sentito parlare della Penguin. Per noi lettori è una casa editrice, anzi che dico, LA casa editrice perfetta.

Ottimi commenti li ho ricevuti quando – con un colpo di teatro non preparato – alla domanda “parlami delle tue precedenti esperienze di lavoro” ho immediatamente gettato in campo QUELL’ESPERIENZA, quella che mi ha rovinato la vita, trasformandola in magia. Non ha attinenza con il lavoro che sogno di fare, ho detto, ma mi ha insegnato molto su quello che sono e su quello che posso offrire all’azienda in cui potrei lavorare. E questa frase se la sono segnata tutti, l’HR e le ragazze! Perché solo in quel momento mi sono resa conto che è così, che anche nella MERDA più assoluta io ho trovato la miglior parte di me stessa.

E pensavo a cosa diceva l’oroscopo di quel giorno, che avrei trovato il modo di dare senso a esperienze del passato che avrei voluto solo cancellare, senza necessità di dover tornare indietro con la macchina del tempo. E’ stato così.

In tutto questo turbinio di feedback e di complimenti ricevuti, molti dei quali hanno confermato supposizioni che già sapevo su di me (tipo che anche quando dentro sto morendo, esplodendo, sono terrorizzata, da fuori non si vede, good to know), un commento mi ha lasciato addosso una impressione bruttissima.

L’organizzatrice del workshop ha chiesto alla HR se non fosse necessario, a livello di aspetto estetico, che io mi presentassi con i capelli legati.
A fronte dei tanti complimenti ricevuti, lo so, non dovrei legarmi al dito certe piccolezze. Ma per come sono fatta io, questa cosa è stata bruttissima. Perché accetto e capisco se mi si fa notare che non ho le competenze per far qualcosa, se non ho sufficiente esperienza e su queste cose non si può far altro che lavorare, fare esperienza e cercare di migliorarsi.

Ma i miei capelli non si toccano, PORCA PALETTA! IO COI CAPELLI LEGATI? Ma perché mai diamine? A parte che non mi piaccio coi capelli legati e d’accordo, non si va al colloquio per piacere esteticamente – a meno che tu non vada a fare la modella – ma non esiste proprio che me li lego PERCHE’ QUALCUNO ME LO DICE. Perché se non li lego, cosa è che esattamente sembro? Selvaggia, disordinata, sensuale? Aggiungo che li avevo messi in piega, pettinati e m’ero fatta pure la maschera e messo il balsamo. Erano in ordine, molto più di quanto io sia solita tenerli – dato che in genere mi piace tenerli liberi e senza troppo stressarli.

In quel momento ho sentito la mia Ombra saltare fuori e dire: “Ah sì? Vai allora, rovina tutto con una delle tue uscite pseudoribelli, diglielo chi siamo NOI e le lotte fatte per non vergognarci di cosa SIAMO!” e stavo per farlo.  Stavo per dire “tanto non li legherei mai, nemmeno se fosse richiesto per il colloquio”. Ma non l’ho detto. La parte di me che aspira a rendersi indipendente economicamente soffre troppo per potersi permettere di dare spazio all’Ombra. Per quella c’è la scrittura, per fortuna.
Ma io l’ho trovata una cosa orribile. Passi per l’abbigliamento e il trucco, lo so da me che se vado conciata da Marylin Manson a un colloquio, a meno che non stia andando a lavorare da Killstar, non sarà vista come cosa positiva. Ma i capelli? Fate tante storie alle islamiche per evitar loro di indossare veli in luoghi pubblici e vi scandalizzate se si coprono tutto, quasi anche gli occhi… e poi andiamo predicando che ai colloqui di lavoro una donna deve andare coi capelli legati?

Io li lego quando pare e piace a me. Quando ho il ciclo, quando sono sporchi, quando devo pulire casa e non mi va che mi finiscano in bocca. Ecco quando li lego. Non certo tre situazioni in cui posso dire di essere me stessa, come sarei sul posto di lavoro! Io odio queste etichette, odio queste cazzate, odio tutto di questa cosa di doversi “vendere” perché sono una persona libera – maledizione. Libera di essere quello che voglio essere e su questa cosa non ho mai tollerato niente. Per me il capello legato per far figurone ai colloqui è la metafora di una sconfitta dell’umano. I miei capelli non sono solo peli, sono PARTE DI ME. E’ come se mi dicessero “ok vai a lavoro, ma legati le mani, cuciti la bocca e fai quello che ti è richiesto nascondendo chi sei.”

Come quando si dice che i capelli dopo i 35 vanno tagliati corti perché non sta bene.
A me non sta bene tagliarli corti se non mi piaccio, se non mi so vedere. Se mi cadono o si rovinano, li taglio. dsc00830.jpgAltrimenti li lascio dove sono e li lascio liberi. Come sono io.

In tutto questo, la HR mi ha guardata con i suoi occhi cerulei sul volto magro e chiaro e ha risposto: “Mmm no, va bene così. Solo, farei attenzione alle calze smagliate.”

“Sono proprio così.”, ho detto io, mostrandole che erano disegni voluti.

Come me. Volutamente smagliata

LEGGERE IN BELGIO. E ADESSO???

Ora che la tempesta trasloco s’è, a suo modo, chetata, parliamo di cose importanti.
Ok, sono in Belgio. Benissimo. Brava. Applausi. E quindi come faccio coi libri? Dove diamine li trovo? In che lingua leggo adesso?

Belle domande.
La notte in cui sono stata a Lovanio per la prima volta, credo di aver vissuto un trauma senza precedenti nella storia della mia vita libresca. Entrai in un negozio, stile Feltrinelli, di nome Standard Boekhandel, scoprendo così che qui è tutto tradotto in olandese. Nemmeno in francese – come suppongo sia a Bruxelles, ma in olandese! Uscii dal negozio con la morte nel cuore. Non s’era visto mai che uscissi da un negozio di libri senza aver comprato qualcosina, un libriccino, un libretto, un manualino, qualcosa, qualsiasi cosa che potesse testimoniare il mio passaggio in quel luogo.

Ora che sono qui, il trauma si è di molto ridimensionato, sebbene io abbia dovuto inevitabilmente dire addio ai miei standard di acquisti – penso ineguagliati – di quando ero in Inghilterra. Come spesso dichiarato in molti video o scritto in altri post, in Inghilterra i libri te li gettano addosso. La cultura letteraria è talmente alta (anche se concentrata in modo non estensivo per tutta la popolazione britannica) che trovare libri a poco prezzo, a pochi centesimi o sterline è praticamente come bere un bicchiere d’acqua, anzi di birra. In Inghilterra mi sono inoltre sempre servita delle biblioteche cittadine, dalle quali ho tratto gran parte delle informazioni e delle letture più interessanti fatte negli ultimi anni. Nelle stesse biblioteche mettono in vendita libri che hanno deciso di tirare fuori dai cataloghi, per una manciata di centesimi. Spesso e volentieri sono tornata a casa con una borsa colma di libri e nella tasca un portafoglio ben lieto di essersi separato di due sterline o poco più. In aggiunta a questo, i charity shops, dove ho trovato anche libri usciti da poco, di cui qualcuno si era sbarazzato, pagandoli mai più di due sterline.

Ora che sono qui, sto iniziando a ripensare il mio concetto di acquisizione libraria. Metto da parte per il momento il discorso biblioteca – che merita una riflessione a parte inerente il Belgio e Lovanio – e inizio a considerare i luoghi in cui è possibile comprare libri che io possa effettivamente leggere.

La prima cosa da dire è che io non so leggere, né scrivere, né parlare l’olandese. In questo mese ho già imparato parecchie parole, il lessico si amplia facilmente anche solo facendo spesa, consultando giornali e siti online per capire come c^^^o funziona il riciclo in questo paese (una roba assurda). Ma parlarlo e leggerlo richiede studio della sintassi, cosa che al momento non posseggo e non posso intraprendere per motivazioni di tempo (ho da studiare cose che hanno, come al solito, la precedenza). Ergo, suppongo che a un certo punto potrò quanto meno leggere questa lingua e capirla, motivo per cui, per buon auspicio, quando sono stata qui la seconda volta ho portato via con me un libro, a tematica guerra, scritto in olandese e di autrice olandese, che userò come monito della mia conoscenza della lingua. Al momento capisco solo il titolo e, come ho detto, parole su parole.

Tuttavia, se anche finissi per impararlo al punto di poterlo leggere, sia chiaro, io non comprerò libri scritti in inglese che sono stati tradotti in olandese. Non è mia politica leggere libri tradotti se conosco la lingua di partenza. Leggereste mai un libro di Pirandello o di Dante in inglese? Io l’ho fatto per curiosità ed è stata una bruttissima esperienza. L’italiano è arte, è poesia, è famiglia per me. E ci sono cose che non si possono tradurre (ok, lo direbbe chiunque in qualunque lingua… ma è la verità). Se posso leggere libri scritti in italiano o in inglese, preferirò sempre la lingua di partenza. Per quanto riguarda i romanzi russi, invece, che spesso vado raccogliendo… beh, la cosa si fa complessa. Quali romanzi russi troverò tradotti in olandese che non posso già trovare in italiano o inglese? Così mi regolerò di conseguenza, arrivando a scegliere l’olandese per libri scritti in questa lingua e solo in questa, o per libri davvero introvabili.

Standard Boekhandel, di conseguenza, è fuori dalla mia portata per ora (se escludiamo in questa sede la zona cartoleria, che merita un altro discorsone a parte). Ha solo libri in olandese e una scarna sezione in inglese dove ho visto roba tipo il Codice da Vinci, la Ragazza del Treno, etc… insomma libri che io non comprerei o leggerei mai. Tra l’altro tutti a prezzo pieno. Ed essendo tornati sotto l’egida dell’euro, in paese dove l’inglese non è lingua madre, i costi sono spropositati. I libri in inglese costano tanto quanto costano in Italia. Avete mai provato ad affacciarvi nella sezione straniera di Feltrinelli? Ecco, siamo lì. Quindi per ora, nay.

Ho individuato due negozi dell’usato a Lovanio che, essendo città universitaria, anche si piccola, ha di questi negozietti convenienti. Hanno ottimi libri, prezzi interessanti. Ma anche qui, fuori discussione per me, perché solo usato in olandese. I charity shop qui non esistono e se anche esistessero, il problema si ripresenterebbe: troverei testi usati, magari anche economici, ma in olandese.

Per fortuna, viene in mio soccorso il Kindle, cui dovrò gioco forza fare molto affidamento per poter leggere i romanzi che mi interessano, e l’acquisto online, visto che posso avvalermi ugualmente di tutti gli Amazon, UK France e Germany, visto che… udite udite, non esiste Amazon Belgio.

Un’altra idea che caldeggio è quella di andare a Bruxelles, dove ho già scovato – almeno su carta – librerie dell’usato che dovrebbero avere testi anche in inglese e se proprio fosse necessario potrei anche ridurmi a leggere in francese (ma la tengo come ipotesi davvero da ultima spiaggia!). Mi riservo per questa esplorazione più tempo: andare a Bruxelles non è molto costoso, non come lo era andare a Londra da Portsmouth, e questo è solo un bene… ma, lo dico sinceramente, io mi cago sotto di andarci al momento. Non so il francese e ho un po’ paura del clima sociale di quella città. Ci sono già stata una volta e non mi ha dato l’impressione di sicurezza che avevo in Inghilterra. Spero sia solo una mia percezione deformata dagli eventi ben noti, fatto sta che per il momento l’esplorazione libresca non è in lista.

Oggi, invece, sono stata in quest’altra libreria, che ha sia usato che nuovo, di nome De Slegte.

cofE’ una libreria famosissima da queste parti, ce n’è una in ogni grande città del Belgio, quindi anche Anversa, Gand e via dicendo. La libreria De Slegte è stata fondata da Jan de Slegte all’inizio del XX secolo. Jan De Slegte lavorava a Rotterdam e durante la giornata ha iniziato a scambiare libri di seconda mano. Praticamente questo s’è inventato la professione dei miei sogni e ci ha fatto soldi, dal momento che questa libreria vende di tutto, usato, antiquariato e novità

Sono quattro piani di morbidezza e di libri, dove ho trovato anche parecchie cose in inglese. Diciamo che la percentuale libri olandesi e inglesi è di 7 a 3. Però quei tre non sono affatto male, c’è molta robina vecchia, ricercata e specifica, anche fumetti e fantascienza, per non parlare dei libri di astrologia. Qui in Belgio l’astrologia va forte. Difficile crederlo, in tanti anni in Inghilterra avrò trovato si e no due libri di astrologia, di cui uno in realtà sull’Astrologia Cinese! Sono stata molto tentata di mettere le mie manine su questi bei volumetti, molti dei quali scritti da astrologi belgi o olandesi, a giudicare dai cognomi degli scrittori… ma anche qui, precorrere troppo i tempi linguistici potrebbe solo portarmi depressione e frustrazione. Non è il momento.

Per quanto riguarda i prezzi, er… non potremo mai essere ai livelli dell’Inghilterra, ma con un po’ di accortezza penso si potranno fare, nel caso, dei buoni affari. Nel frattempo, mi sono divertita a fotografare libri famosi che ben conosco, nascosti dai loro titoli in lingua olandese. C’è qualcosa di magico nel vedere nomi che conosci e a cui pensi spesso trasformati in questo modo. Le mutazioni linguistiche saranno sempre per me motivo di fascino assoluto: l’olandese poi, ha nel lessico delle parti davvero chiarissime. Si sente il latino, si sente l’inglese, a volte sembra che le parole inglesi abbiano solo subito una leggera deformazione… Basti pensare a boek, su tutte, come parola che non lascia dubbi sul suo significato anche per chi non ha mai letto in olandese, oppure la parola voor, che di fatto si legge for e rimanda alla medesima parola inglese.

Poi ci sono delle parole pazzesche, illeggibili, delle quali per quanto mi sforzi non riconosco radici – penso proveniente da formazioni non romanze – e che quindi mi restano ignote e mi fanno sentire come un viandante in un paese straniero in cerca di parole amiche che non trova. Che è esattamente ciò che sono al momento in effetti. Oppure come un mago che cerca di scoprire i segreti dell’incantesimo che richiede parole e formule che ancora egli non può usare, perché inesperto. Tutto questo è fantastico e allo stesso tempo frustrantissimo: se dinanzi alle appels en aardappelen al supermarkt posso far finta di niente, perché lo vedo da me che sono mele e patate… dinanzi a interi libri, colmi di sapere e informazioni, non riuscire a capire nemmeno il titolo è una sfida che mette a dura prova la mia voglia di appropriarmi della conoscenza in modo rapido e sbavante. Qui nulla è irraggiungibile, non è come essere un cane legato da una catena che non riesce a raggiungere la fettona di carne sugosa, come mi succedeva in Italia dove i libri costano un fracco e le biblioteche del sud Italia sono inaccessibili benché colme di tesori.

E’ essere dinanzi a uno schermo nero colmo di stelle e non riuscire a interpretare il cammino della mia astronave. “Di che parla questo libro?”, avrei voluto chiedere al commesso, che pareva tutto immerso nel suo mondo di libri e musica classica, tenendo tra le mani un volume scritto da un ragazzo nato a Leuven.

Il libro in questione si chiama Andromeda. di Jef Schokkaert.

andromedaE ora che sono a casa, sono andata a fare traduzione online per scoprire che la trama mi affascina tantissimo. Non mi sorprende. La lingua è un mezzo. Ciò che abbiamo da dire non ha confini,  ciò che sappiamo della vita o temiamo è identico in qualunque luogo. Tuttavia, io questo libro per adesso non posso leggerlo perché le differenze linguistiche sono un fatto da affrontare… CHE FRUSTRAZIONE!

Sia chiaro, non che mi manchino libri da leggere. Quello mai, o non sarei più io. Ma la nuova sfida, sin tanto che sarò qui, è quella di scovare nuovi modi di trovare libri, nuovi modi di leggere e di fare una cosa che tanto amo e che – con tutto il rispetto per gli  acquisti online che sono super comodi, super economici, super veloci – non posso fare su Amazon: vagare per un’oretta ogni tanto in una libreria dell’usato e perdermi tra libri di armature, di musica classica, di Jung e Freud, di classici vecchi e bisunti e di viaggi verso mondi lontani.

 

OTTOBRE E LA SCOMPARSA

 

22635076_1622411877822259_1984503537_nRicorderò il mese di ottobre 2017, quello del trasferimento in Belgio, come un mese molto difficile – sicuramente più rispetto ai precedenti – ma anche come un mese in cui ho compreso molto di me e delle persone che mi circondano, del loro modo di esserci nella mia vita e del mio modo di essere presente nella vita degli altri, con tutte le difficoltà che comporta il doversi raddrizzare da situazioni complicate e al contempo gestire tutto in modo che mai niente crolli sotto il peso di problemi che, per quanto condivisibili a parole, a fatti restano soltanto miei.

Questo mese è stato duro per me in primo luogo perché ho perso per sempre il mio amatissimo gatto, Sirio. Era anziano e malato, ma benché sapessi che la sua vita sarebbe dovuta finire, come tutto del resto, la sua morte ha aperto uno squarcio nei miei pensieri. E’ accaduta in un momento – quello in cui mettevo piede nella nuova casa a Lovanio – che mi è sembrato sin da subito lo spartiacque tra un prima e un dopo. Un prima che era fatto di cose, persone e luoghi che da quel momento in poi non ci saranno più. E un dopo in cui verrà con me il meglio di quel prima, ciò che di buono è rimasto, ciò che sopravvive e che non muore sotto i colpi del tempo. Ciò che amo, persone, oggetti, idee sempre in fieri – anche quelle più pesanti e pressanti che mi trascino – e che in fondo fanno parte di me e mi descrivono.

Ho lasciato andare un prima che mi ha dato molto, ma che semplicemente doveva finire, per lasciare spazio a nuove consapevolezze. Non mi stupisce, da astrologa, constatare che questo sia avvenuto proprio in concomitanza del transito di quadratura di Saturno in Sagittario ai miei luminari. Transito per altro avvenuto nella casa Quarta, quella fetta del tema natale che ci parla di casa, di radici, di famiglia.

Ho perso una casa, ne ho trovata un’altra. Ho lasciato un Paese, ne ho trovato un altro. Ho perso un membro della mia famiglia che per 22 anni ha rappresentato per me non solo la compagnia calorosa e silente che un gatto può dare, ma una presenza fondante, una immagine di casa e di affetto che ritrovavo ogni volta che per tanti anni sono tornata a casa da scuola, triste e incazzata per quegli anni orrendi vissuti a liceo. E trovavo lui, Sirio, nei cui occhi son scivolati negli anni tutti i miei migliori amici, alcuni dei quali scomparsi tra le pieghe del tempo o resi distanti dagli spazi ma non dal cuore… c’era Sirio quando c’era Valentina. C’era Sirio ai tempi di Massimiliano, di Andrea, di Giorgio. E poi di Daniela, di Dario… tutte le persone per me più care erano nei suoi occhi ed è per questo che la sua morte mi ha spinta a cercare quelle connessioni, quelle che più mi mancava avere con me. Mi ha spinta ad aprirmi di nuovo, a spiegarmi, a dire al mondo come mai ho avuto questa necessità di sparire.

Spiegare come mai al di fuori della bolla in cui vivo da anni non entra più niente e vi è spazio solo per chi ha saputo entrare lentamente e rimanere senza inquinare un mondo che funziona – e funziona alla grande – ma non come si è propensi a pensare debba funzionare il mondo di una persona della mia età. In questo mese ho scoperto di essere molto forte. Ho scoperto che quando tutto viene meno, c’è un perno di marmo dentro me cui allacciarmi. E quel perno sono io. Sono crollata tante volte negli anni passati, per eventi che ricordo sempre come traumatici e ciò che ben ricordo di quei giorni era che io non avevo questo perno dentro me. Lo cercavo negli altri, negli amici, negli affetti… ed era bello e giusto così, ma lo sappiamo tutti in fondo che anche ciò che più amiamo, alla fine scompare. Come è scomparso Sirio, piccolo grande perno della mia infanzia solitaria… così come scompaiono amici, amori che solo il giorno prima erano per noi tutto, tutta la vita, tutto ciò che avremmo desiderato. Allora, ottobre mi ha mostrato che anche quando perdo pezzi per strada, finalmente ho acquisito questa forza interiore. Forza che non mi aiuterà a essere più costruttiva, meno sognatrice, più concreta e non mi aiuterà di certo a creare basi solide. La mia vita non ne avrà mai, lo so. Ma almeno mi consentirà di appoggiarmi a qualcosa che non scompare. O che scomparirà solo quando io non avrò più bisogno di me. In una dissolvenza lontana e buia cui talvolta rimugino, spaventata, quando la notte mi svegliano gli incubi.

Sirio non c’è più. Ma la sua assenza mi ha mostrato che ci sono io. Ciò che lui è stato per me è stato fondamentale. Si dice –  ed è bello pensare a queste storie per consolarsi della morte di un animale domestico – che i nostri animali sono i nostri spiriti guida. Che ci guidino per un percorso – purtroppo il più delle volte solo una parte di esso  – e che ci abbandonino poi quando capiscono che possiamo andare avanti senza di loro. Per me Sirio avrebbe dovuto vivere per sempre, è ovvio. Ma è indicativo che la sua scomparsa sia coincisa con questo mese di cambiamenti importanti. E’ indicativo per me. E’ un simbolo difficile da accettare, sconvolgente da interpretare. Molto più facile sarebbe fingere che nulla abbia senso, che nulla sia interpretabile e tutto mosso dal caso.

Ma non sarebbe la mia vita, con le sue peculiarità, se non fossi in grado di attribuire senso a tutto. Anche alla scomparsa. Soprattutto all’assenza che, più di quanto possa la presenza – godimento istantaneo – fa riecheggiare le memorie nel tempo, rendendoti disperato alla ricerca di un futuro che possa assomigliare – o differire – da quelle memorie.

BLADE RUNNER 2049. DEGNO SEGUITO?

Sono consapevole di essere banale nella mia scelta di film preferiti. Ma che banalità sia, se si tratta di esprimere tutto l’amore e l’adorazione che provo per Blade Runner.
Sin dalla prima volta che l’ho visto, tanti anni fa, mi ha scavato dentro per la forza delle sue emozioni, per la miriade di messaggi che quel film contiene e sprigiona di volta in volta a ogni nuova visione. Mi ha scavato dentro, indelebile ora, la sua stupenda colonna sonora indimenticabile, composta da Vangelis. Per non parlare del potere ipnotico della sua storia d’amore, della fascinazione per le figure tragiche, disperate eppure emozionanti degli androidi, costretti a una vita a tempo, alla perdita della loro memoria.
C’è poco da spiegare, non molto da dire sul perchè io ami questo film. E’ amato da tanti e ancora sarà amato da tanti che si accingono a vederlo per la prima volta, data la giovane età.

E poi venne annunciato il seguito.
Inutile dire che io ero in assoluto contraria anche al solo pensiero che qualcuno potesse mettere mano alla storia di Blade Runner per proseguirla. Per me l’incompiutezza del finale era buona parte del fascino che ho sempre provato per quella storia. Ma tant’è, seguito c’è stato. E non potevo non andare a vederlo.

La nota di colore è che si tratta del primo film che vedo in un cinema belga. Il film viene trasmesso in inglese, quindi non viene doppiato, e ci sono in basso i doppi sottotitoli, in olandese e francese. All’inizio mi sono trovata un po’ spaesata da questa cosa, ma durante lo svolgimento della pellicola non ci ho fatto più caso.

Non è mia intenzione rencensire il film o lanciarmi in una disamina fotogramma per fotogramma. Il nuovo Blade Runner 2049 è molto bello, c’è poco da fare. Troppo facile dire che sia un filmaccio solo perchè è il seguito indesiderato di una storia senza tempo. Anche perchè, a mio avviso, non è un seguito!

O meglio, solo in parte lo è. Si riprende, per certi versi, la storia di Rachel e Deckard e, come si poteva ben immaginare, si va a indagare cosa ne è stato di loro, del loro amore infinito eppure a tempo, come la vita umana. Ma ciò che io credevo di trovare come seguito, e non ho trovato affatto, era l’approfondimento della vita degli androidi. Roy ci ha ripetuto allo stremo, prima di morire, di aver visto cose meravigliose, impossibili da descrivere e che soffriva al pensiero di non poterle raccontare. Ebbene, nel nuovo film non si menziona in alcun modo quel mondo incredibile evocato dal suo splendido monologo.

Cosa videro lui e Priss che gli fece desiderare di non veder la loro vita terminare così presto? Cosa li aveva spinti ad avere quell’anelito, quel desiderio di vita tale da contrastare il loro creatore? Non lo scopriremo in questo film, è certo.
Invece, la storia prosegue espandendo e spiegando le questioni inerenti le memorie impiantate agli androidi. Il protagonista è un androide, intepretato da quel prosciutto senza espressione di Gosling – del quale davvero non subisco alcuna fascinazione – che però proprio per via di questa sua inespressività, riesce a rendere perfetto il suo personaggio “non umano”.
La storia è molto malinconica. Interessante. Fa riflettere. Le ambientazioni, la colonna sonora (del sempre geniale e oscuro Hans Zimmer), tutto rende questa esperienza nuova speciale e davvero non sento di poter aggiungere alcuna critica alla pellicola presa in sé.
Il seguito di Blade Runner rischiava di essere un’immondizia e la cosa importante è che questo pericolo sia stato scongiurato… ma gli interrrogativi veri del primo film, quelli che avevano affascinato tutti, non sono stati nemmeno toccati, come non fossero mai esistiti.

Il piano di analisi prescelto, quello della memoria, è sicuramente interessante. Ma io sto ancora aspettando di vedere Tannhauser Gate! Lo so, forse è proprio la mia aspettativa ciò che avrebbe potuto rendere il sequel una ciofeca. Forse è stato meglio focalizzarsi sulle nuove esperienze di androidi, modificati per non ribellarsi eppure più fragili dei precedenti, nel loro soffrire. Indubbiamente per comprendere l’intera vicenda è necessario aver visto il primo film. Tuttavia, nella mia mente, è come se non mi riuscisse di connetterli, di collegarli…

E’ difficile accettare che il tempo passa e anche se io non sono una persona che si sofferma troppo su questi ragionamenti, sono proprio film e musica a ricordarmi che ho amato molte cose che, per molti oggi, non hanno più il valore che avevano per me e le persone che, con me, c’erano. Mi chiedo se un film come Blade Runner potrebbe essere amato anche oggi, con le sue lentezze, coi suoi silenzi, con il suo simbolismo e i suoi dialoghi carichi di poesia.

E mi rispondo che, forse, grazie a questo secondo film, sì, Blade Runner avrà la possibilità di tornare nel cuore del presente e del futuro. Realizzando ciò che Roy aveva in mente di fare davvero, di non perdere i ricordi e le memorie come lacrime nella pioggia. Di certo, ciò che questo film porta con sè, un carico di memorie, illusioni, paure e pensieri sulla vita umana, non andrà mai perduto.

 

DALL’INGHILTERRA… AL BELGIO!

Infine è accaduto.
Senza particolari traumi, senza strappi inaspettati. Perfino la malinconia che credevo avrei avuto, non si è presentata alla porta. Non ancora almeno.
Nelle giornate tra l’1 e il 2 ottobre, ho fatto il mio primo viaggio da Bari a Lovanio, città a 20 Km da Bruxelles, in Belgio. Non tornerò in Inghilterra d’ora in avanti, ma qui, ogni volta che andrò a Bari.

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Il viaggio  è stato piuttosto tranquillo – tranne la solita parentesi trash del treno Milano Parigi, sempre alle prese con eventi rocamboleschi. E’ stato solo un po’ strano, stavolta, giungere a Gare Du Nord e non avviarmi come al solito a fare la fila per l’Eurostar diretto a Londra… bensì una fila ancora più lunga per il Thalys diretto ad Amsterdam, la cui prima fermata sarebbe stata per l’appunto Bruxelles Midi (o Zuid, se preferiamo l’olandese al francese).

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Dalla fila in attesa, guardavo il binario per Londra, sbarrato da un cancello (dato che è possibile accedervi solo tramite un altro canale sotterraneo, in cui sono andata in tutti questi anni) e pensavo che… beh, in realtà non pensavo niente. Io non vivevo mica a Londra, del resto. Fossi andata via da lì, mi sarei disperata non poco. Ma nel pieno delle mie facoltà oggettive, so bene che la città inglese in cui vivevo non era il top. Ma non per questo devo mettermi a fare facili e scontati paragoni, o a sputare sul passato.
L’ho detto: zero malinconia stavolta. E non mi farei problemi a dire di averne avuta, se ne avessi davvero avuta.

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Una volta a Bruxelles, ho preso un trenino per Lovanio (Leuven in olandese, Louvain in francese) (ecco, ci ho già preso gusto a riportare tutte le parole nelle diverse lingue, visto che qui ogni cosa va identificata in entrambi i modi). Il trenino ha fatto un sacco di fermate nei paesi limitrofi, tutti caratterizzati da nomi che sul momento mi apparivano buffissimi, ma già adesso che ci ripenso mi suonano più familiari.

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Sul tragitto verso Lovanio ho anche visto un campo di zucche arancioni enormi, erano bellissime e hanno per un attimo portato via la stanchezza e l’immenso mal di testa da viaggio che ho avuto dopo essere giunta a Parigi.

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Quindi, sono qui. Ufficialmente.
Mentre scrivo, mi trovo in una stanza di una guest house per studenti, siamo ancora in cerca di una casa in cui traslocare tutti i nostri averi – quelli sono rimasti in Inghilterra, infatti – e quando ci saremo sistemati a dovere, riprenderà la solita routine. Trovare casa non è mai una impresa facile. Sono andata già in lungo e in largo in questa città, grazie all’ausilio di Google Maps, in visita di questa e quella casa. Come al solito, abbiamo avuto un po’ di problemi che sempre si verificano quando dobbiamo affittare un posto in cui stare. Affittuari indecisi e avidi, che hanno preferito altri inquilini a noi, agenzie distratte e non abituate a lavorare con stranieri, etc… Niente che non fosse successo anche in Inghilterra, cosa che ci ha resi sicuramente più preparati alle varie difficoltà.

Al momento non ho molte impressioni da condividere inerenti questo spostamento.
Il mio flusso di creatività e voglia di scrivere si è arrestato. Scrivo anzi questo post con molto sforzo perché, credo, il fatto di trovarmi in una situazione di temporaneità mi rende incerta e incapace di fissare su carta – o blog – pensieri che siano definitivi. Fissare il temporaneo, a volte mi sembra un esercizio stupido, a volte un’illusione. So soltanto che mi manca avere la mia stanza, le mie cose, che come al solito non ho molti soldi per potermi mettere a esplorare – e del resto al momento nemmeno voglia – e che mi trovo proprio al di là di una barriera di passaggio oltre la quale, per la prima volta, io non vedo niente. Non vedo futuro, vedo solo tante strade che vanno in direzioni che non conosco e di cui al momento so poco e nulla.

Se del futuro al momento è impossibile parlare, mi soffermo sul passato.
L’Inghilterra mi manca? No, se non ci penso troppo. Se non mi soffermo a pensarci è come se non fosse mai esistita nella mia vita. Eppure sono stati sei anni pieni di eventi e di esplorazioni, di conoscenza, di alti e bassi. Ma ho sempre saputo, dentro me, che non sarebbe durata e questa consapevolezza deve avermi aiutata a vivere il passaggio con più facilità. In realtà, al momento mi importa così poco di dove sono che potrei essere ovunque e non vederci niente di speciale e poetico. Sono troppo impegnata sul fronte interiore, per curarmene.

Non mi sento felice di me stessa, della mia mancata realizzazione, non mi sento felice della mia condizione economica e della mia mancanza di libertà in quanto individuo. Continuo a dipendere dagli altri, genitori, ragazzo. E questo non mi è mai piaciuto e mai mi piacerà, non è una novità di questi giorni, del resto. Continuo ad avere un legame asfissiante con un’entità arida, che spero di riuscire a recidere, senza riuscirci mai – ma anche senza mai arrendermi, cosa assolutamente positiva.
Per cui, essere qui o in Inghilterra, al momento, non fa differenza per me.
Vivo bene ugualmente, nel senso che la città è tranquilla, l’inglese lo parlano tutti, anzi qui tutti parlano almeno tre lingue (e penso che mi toccherà fare altrettanto prima o poi), la vita è più calorosa che in Inghilterra (ci vuole poco, e non mi sto riferendo al clima), ma sempre entro standard nord europei, cosa che mi salva dalla soffocante – per me – invadenza del sud Italia. Non mi farò illusioni sui belgi, come me ne sono fatta per gli inglesi per anni, subendo la grande delusione di cui ho parlato nei post precedenti. Mi limito solo a considerare che parlare inglese qui è più facile per me e lo faccio più volentieri di quanto abbia mai fatto in Inghilterra, dove se di poco ci si allontanava dall’interlocutore modello, colto e scolarizzato, ogni discorso si trasformava solo in una raffica di incomprensioni e disagio. Non posso non pensare che molte volte sono rimasta in silenzio quando avrei voluto parlare e comunicare, per timore di non essere capita o essere bacchettata per gli errori.

Al momento sono come un neonato. Parlare non mi è necessario.
Ho bisogni primari. Vorrei avere una cucina dove poter cucinare quello che mi pare, mentre qui siamo con una cucina condivisa e relativa scarsità di mezzi. Vorrei riappropriarmi dei miei vestiti, dato che in valigia ho potuto portare solo poche cose con me, e dei miei cappotti e sciarpe, nonché delle scarpe. Mi mancano i miei libri, la cui presenza estetica e non nella mia giornata è un forte contributo alla solidità emotiva e mi manca anche il pc fisso, col quale potrei tra le altre cose montare i video, dato che ormai sono impossibilitata a farlo dal portatile (si spegne ogni due per tre, ormai), e riprendere la mia attività su Youtube.
Nonostante abbia una vita interiore molto onirica e piena di pensieri e riflessioni, ho anche un lato piuttosto materiale, che mi fa sentire meglio quando ho attorno a me le cose che mi appartengono. Non sono cose di valore o di grande importanza estetica, ma sono mie e rappresentano un pezzo di me: per dirne qualcuna, oltre al suddetto pc, mi manca la mia agenda personal, quella grossa ad anelli, che son solita usare per tenere tracccia del tempo, della spesa, delle cose da fare e ricordare. Mi mancano i miei cosmetici, dato che ne ho con me solo una piccola selezione, mi manca il mio baule cartopazzoso, i miei peluche, il divano, il quadro di Kandinsky che ho sempre avuto alla parete in questi anni. Ma per fortuna tutte queste mancanze si dovrebbero risolvere prossimamente.

Ma parliamo di un argomento importante, che non posso sottovalutare: i libri.
La situazione qui ha pro e contro, che avevo già valutato prima di mettervi piede. Ho girato le poche librerie presenti in città e, come è facile immaginare, ci sono solo libri in olandese. Nemmeno in francese perchè da queste parti, a quanto pare, ce l’hanno un po’ su con la parte francese del Belgio e quindi la presenza di libri in una lingua che non mi piace molto, ma che sicuramente è più leggibile, è davvero scarsa.
Ma a Lovanio esiste un’entità fondamentale, cui riserverò uno dei prossimi post, che mi permetterà presto di acquisire molta più conoscenza di quanta ne abbia mai potuta acquisire sino ad ora… e che mi consentirà di superare le barriere linguistiche, almeno fino a che non sarò in grado di leggere – non dico parlare – in olandese.

E con questo alone di mistero, concludo il post, il primo scritto da questi luoghi. L’ennesimo nuovo inizio che mi distoglie dal fatto che non riesco mai a finire nulla.

 

IL BARATRO

C’è un percorso, che si staglia su un baratro. Un percorso lungo e lento. E non so cosa vi sia sotto, ma so che non è concesso cadere. Non ne ho il permesso. O la voglia. E mi affretto ad attraversarlo, il mio percorso. E gli anni mi scorrono dietro, mi sfiorano al punto che di tanto non ricordo tutto. E qualcosa si perde.

Del resto, non posso voltarmi. È pericoloso. Non è concesso.
Mi affanno, incammino, cerco di non pensare alla meta, se ne esiste una, e quasi ci credo. Le credo e mi par di veder sorgere una aurora lontana che aspetta me. Anche me, nonostante tutto.

E allora che mi cade sulle spalle la zavorra, il peso di parole distratte, lame taglienti fatte di vuoto, che arrivano non dal basso, dove vi è l’impossibile. Ma da dentro, dove risiedono coloro che di quel percorso, per quanto lento, dovrebbero essere fieri. O spettatori silenti nell’ombra del mio Io.

Così, perdo l’equilibrio già instabile. Ed è come se quell’alba svanisse per me. E al suo posto s’accendesse una voglia di baratro. Sempre più profonda.

Ma non per me.