Ik BEGRIJP NIETS (NON CAPISCO NIENTE)

glasses-on-office-desk.jpgProcede a pieno ritmo la mia frequentazione del corso di Olandese.
Come ho già detto nel precedente post, non è per me l’ambiente ideale, nonostante mi interessi la materia. Tuttavia, il fatto di frequentare quasi quotidianamente, quattro volte a settimana, ha reso rapido quanto meno l’adattarsi a questo nuovo stato di cose.
L’insegnante, Glynn, è di certo una ragazza molto paziente. Avere una classe di bambini deve essere complesso, difficile gestire le energie esplosive di tanti piccoli corpicini che non hanno alcuna voglia di stare seduti per ore. Gestire adulti proveniente da diversi paesi del mondo è un’altra sfida non da poco, però. Mi soffermo spesso a pensare, mentre lei spiega la grammatica e la pronuncia, se si chieda chi siamo noi, cosa facciamo, perché siamo lì a sentirla. Mi chiedo se si renda conto della responsabilità che ha, dell’impatto che ha su tutti, giocoforza, e se la cosa la renda onorata, felice o se semplicemente si sia abituata e lo faccia senza pensarci. Chissà. Sorride sempre, ma è impenetrabile. Come tutte le persone qui, del resto. Io non riesco a capire, a sentire, percepire il loro stato d’animo, quando si rapportano a me.

Guardando un italiano all’opera, un insegnante, una persona alle poste, un venditore al mercato, un gestore di un bar o ristorante, io saprei dire subito se questa persona è scocciata, divertita, impaurita, assente e persa nei fatti suoi, cordiale o distante.
Qui non ci riesco ancora e non so cosa debba scattare nel mio modo di osservare le cose per riuscirci.
In Inghilterra, era più semplice. Gli inglesi sono molto cordiali e gelidi sul lavoro, ma hanno poca pazienza con gli stranieri. Dacché io mi ricordi, è sempre stato così. Ogni volta che inciampavo con l’inglese, i primi anni, ogni volta che non li capivo o non mi facevo capire ed ero costretta a chiedere di ripetere, potevo leggere nei loro occhi che ne avevano le palle piene di avere davanti qualcuno che non parla l’inglese perfettamente come loro e che addirittura OSA non capirli al primo colpo.
Lo soffrivo molto, era difficile per me avere una qualsiasi conversazione fingendo di non vedere questo spettro di colpa alle spalle di ogni parola. Motivo per cui ho evitato a lungo conversazioni e ho di fatto vissuto in gran solitudine, specialmente negli anni di Lancaster. Non perché non avessi voglia di comunicare, ma perché non volevo vedere quello sguardo disapprovante ogni volta. All’epoca mi sembrava una cosa diretta solo a me, mi sentivo colpevole di non sapere l’inglese abbastanza bene da compiacerli.
Adesso so che la faccenda è più complicata di così, che non era un fastidio diretto solo a me, ma a qualcosa di più grande e all’epoca invisibile. Che oggi si è mutato in un grandissimo casino politico da cui la Gran Bretagna non riesce più a liberarsi.

Fatto sta, che qui a Leuven, alla scuola di lingua, ci tengono molto che tu impari la lingua. Che tu non parli assolutamente inglese e dimentichi, possibilmente, la tua lingua madre. Il corso, a tratti, prende questa piega propagandistica che a me non fa né caldo né freddo, perché vedo tutto con occhio storico e geografico, ma per questo paese non provo nulla. Nulla di male, si vive bene. Ma nemmeno nulla di patriottico come è per chi ci vive. Mentre Glynn ci mostra il video del re, del giorno della nascita del Belgio, della divisione del Belgio che è HEEL COMPLEX, io penso che non ci vedo niente di complesso… che la vogliono fare complessa loro, ma è un posto come tanti altri, con problemi e cose positive.

Però io, cosa davvero pensi Glynn, non lo capisco. Cosa davvero ci sia dietro i suoi occhi che ti scrutano, dietro il suo sorriso e denti perfetti che si allargano a ogni domanda, a ogni osservazione, a ogni narrazione imbarazzante dei video ridicoli del corso che sembrano farla ridere. Dietro i suoi capelli biondi e il nasino tipico delle ragazze di qui. Dietro la sua apparenza da viso angelico, la pelle chiara e i suoi modi sempre pazienti.

E ancor più è HEEL COMPLEX capire la gente che frequenta il corso con me. Ci sono vari spettri di comprensione. C’è un ragazzo indiano molto socievole, che viene sempre a parlarmi. La ragazza brasiliana che già mi ha dato il suo numero di telefono. La Thailandese sempre sola, non parla con nessuno. Le tedesche che ora si siedono vicine e si portano cibo a vicenda alla pausa. Poi c’è il blocco delle ragazze russe, a cui miro come falena alla luce, senza alcuna speranza. Sono tutte alte belle, in forma, irraggiungibili. Io scambio le loro immagini per personaggi di romanzi e mi ripeto che avranno sicuramente cose incredibili da raccontare. Ma chi può dirlo? Parlano russo tra loro. “Non parli russo? Eppure ti chiami Nadia!”, mi ha detto una, la più bella, bruna e alta, viso stupendo e trucco impeccabile. E io a mangiarmi le mani di non parlare russo. Di non poter dire loro quanto mi piaccia la letteratura russa. Certo, in realtà potrei dirglielo in inglese… aspetto sempre una finestra di opportunità che mi consenta di fare questo discorso, ma qualcosa mi dice che sarei fuori luogo.

Ve lo immaginate se uno studente di letteratura, chessò, francese, conoscesse un italiano in Belgio e senza sapere nulla di lui gli dicesse: “Sai, adoro la letteratura italiana, sono un grande appassionato del Pulci di Morgante, trovo che sia l’opera più originale che abbia mai letto appartenente al Rinascimento. Per non parlare dell’Adone di Marino, estremamente sottovalutato dai suoi contemporanei del Barocco, andrebbe riletto con occhio nuovo!”
L’italiano di turno, magari trasferitosi in Belgio per studiare economia, per aprire una fotocopisteria a Brussel o perché si è spostato a seguito della famiglia, lo guarderebbe con occhi di pesce, pensando: “Non so di cosa tu stia parlando, scusa…”
Perché non è detto che incontrare qualcuno all’estero, che viene da dove vieni tu, significhi avere anche passioni in comune automaticamente. Mai incontrato io un solo italiano in questi anni con cui avessi uno straccio di cosa in comune. E leggere è una cosa che non ho quasi mai avuto in comune nessuno nemmeno mentre ero in Italia!
In più, siccome io sono interessata a tutte le letterature – o quasi – ho più volte sondato con persone di altri luoghi questo argomento, scoprendo che è un argomento che universalmente frega a pochi! Quasi nessuno sa quale sia lo scrittore più importante del proprio paese, al massimo sanno il nome e un paio di titoli. Fine. Tutti preferiscono sempre e comunque parlare del proprio lavoro. E in fin dei conti, è così anche per me: i libri sono il mio lavoro! Più che questo, sono la mia vita.

Certo, riflettendoci, è davvero difficile credere (dato quello che so del patriottismo russo) che un russo, un VERO russo, non sappia chi è Puskin! Che non sappia o non abbia letto The Bronze Horseman a scuola (sarebbe il nostro Promessi Sposi o Commedia di Dante, diciamo). Che non sappia chi è Dostoevskij, poi. Andiamo… lo sanno tutti, anche chi non l’ha mai letto. Però una cosa è appunto sapere che esistono certi libri, certi scrittori. Una cosa è esserne innamorati e malati dentro.
Ho colto, di sfuggita, che una delle russe (quella alla quale è capitata la sfiga di fare esercizi a due con una persona timida come me) è economa, o ha studiato Economia. Se vado per stereotipi – lo so, non dovrei – dovrebbe essere la persona meno interessata alla letteratura che potrei incontrare. Ma del resto, la mia amica pakistana Aeysha, quando ero a Lancaster, era laureata in Matematica e Statistica e leggeva furiosamente ogni genere di libro, dai romanzi, alla new age, alla fantascienza, al fantasy. Quindi, potrei essere seduta ogni giorno accanto a quattro russe e una ucraina che in realtà hanno a casa un armamentario di romanzi russi di cui io non conosco nulla, e non saperlo!

Ecco, questo è il grande problema. Io non capisco dove tirare l’amo, che esca usare, quale sia il lago giusto sul quale aspettare l’arrivo di una bella “preda”. Un corso di lingua, dove tutti ci dobbiamo di fatto dimenticare la nostra lingua o il rassicurante e caldo inglese, in favore di una lingua nuova e, per il momento, poco espressiva, non aiuta la sottoscritta.

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RITORNARE A SCUOLA: IL CORSO DI OLANDESE

f39b6008620b8a5b38b41ec800f48e25Come preventivato a marzo, a fine aprile è iniziato anche il corso di olandese livello base. Assieme alla palestra, era una delle cose che mi prefiggevo di fare quanto prima e siccome ho deciso di non aspettare più i classici “tempi migliori” per fare le cose – visto e considerato che forse i tempi migliori sono quelli che io non ritengo tali – ho iniziato in modo repentino.
Il corso ha avuto un costo per me non indifferente, ma accettabile se penso alla mole di lavoro che ci sarà da fare. Ci vado dal lunedì al giovedì, dalle 10 alle 13 e durerà fino a inizio luglio, quando ci sarà il famigerato esame… Per il momento, non voglio pensare all’esame, ma discutere di questo corso e di come mi ci sto trovando in questa prima settimana di attività.

Diciamo che ero preparata alla struttura del corso perché il mio ragazzo, che ha iniziato a studiare prima di me, ha già passato il primo livello e mi aveva descritto tutto per filo e per segno. Essere preparati mentalmente, però, non è stato molto di aiuto.
Ammetto che è stato un po’ confusionario per me riprendere a fare un corso che di fatto è strutturato come l’essere a scuola. Cosa che non mi è mai piaciuta.

In classe siamo circa trenta, ci sono i banchi, la lavagna e il proiettore. L’insegnante è belga, parla olandese e insegna in olandese. Non parla in inglese e di rado lo usa, se non quando proprio sente di non essere stata capita. L’insegnante è una ragazzina, si chiama Glynn ed è molto espressiva con viso e corpo, quindi in effetti sentire le lezioni da lei si sta rivelando da subito utile perché riesco a ricordare bene la pronuncia delle parole, ricollegandola a ciò che lei ripete spesso.

Affrontare una nuova lingua non mi spaventa, avessi più tempo e potessi usarne di più, ne imparerei di altre e non escludo poi di iniziare un corso di francese, a un certo punto. Al di là di questo, i testi comprati per il corso sono molto chiari, anche se il pensiero di quanto li ho pagati ancora mi fa sudare… penso di non aver mai speso tanti soldi per un libro, nemmeno quelli che scelgo per passione. Purtroppo, la scuola ha cambiato i libri e così non ho potuto riutilizzare quelli del mio ragazzo, che di fatto sono identici, salvo copertina e qualche aggiornamento negli esercizi…

La cosa che non mi piace di questo corso è che si deve interagire con gli altri. L’insegnante ci fa letteralmente alzare e parlare con le altre persone, per fare esercizi e prove di dialogo. Purtroppo, quando è così, io perdo totalmente concentrazione, attenzione e voglia di fare le cose. Ho sempre amato studiare completamente sola e chiudermi nel mio mondo. Adesso che sono costretta dal corso ad avere contatti con gli altri, ho iniziato a vivermi le lezioni abbastanza male. Sono consapevole che il corso è comunque una buona occasione per stare tra la gente, socializzare. Ci sono persone da tutto il mondo. russi, polacchi, indiani, spagnoli, portoghesi, tedeschi… ma ci vorrà tempo prima che io mi abitui a tutte queste persone e che trovi lo stimolo per parlare.

In genere, nei giorni passati, mi sono limitata a far finta di alzarmi e attendere che qualcuno venisse da me a parlare. Ho legato un pochino con le mie compagne di banco, una russa e una brasiliana che sono molto amiche tra loro e stanno ripetendo il corso per la seconda volta perché sono state bocciate all’esame. Poi c’è una tedesca che mi saluta sempre e viene sempre a parlarmi, ma mi mette molto imbarazzo. Gli uomini mi ignorano, naturalmente. L’insegnante invece ha già imparato il mio nome, sicuramente più facile da memorizzare dei vari nomi cinesi, indiani e russi degli altri! Di conseguenza, mi interroga di continuo. Non ho un attimo di tregua, non posso estraniarmi per tre ore di seguito.

Sono tornata, ahimè, a scuola. Ho ricordato i giorni orrendi passati al liceo e quelli solitari alle lezioni all’università, in cui non vedevo l’ora di uscire egualmente dalla classe e andare in biblioteca a leggere e studiare. Mi rendo conto che la mia propensione alla socialità da classe scolastica si è abbassata tantissimo con gli anni. Non l’ho mai amata, ma non ricordo di averla sofferta così tanto in passato. Infatti tra mercoledì e giovedì ho avuto uno strano episodio fisico che non mi era mai successo: ho avuto per tutto il giorno e la notte, dei battiti del cuore un po’ dolorosi. Sono andata dal medico che mi ha visitata e mi ha rassicurata sul fatto che va tutto bene e che forse sono stata solo un po’ agitata in questi giorni.

In effetti, lo sono stata. Solo quando vado in palestra, mi sembra di volare e liberarmi di zavorre. Ed è incredibile, perché ero certa che in palestra mi sarei trovata male e meglio al corso. E invece sono sorpresa dalle mie reazioni. Tra Pilates e Yoga raggiungo il top, con BBB e la militaresca Maria sfogo ogni tensione. Purtroppo non ho fatto BBB la settimana scorsa perché coincideva col giorno in cui sono andata dal medico, che mi ha tirato tipo tre boccette di sangue. Ora ho un bel lividazzo doloroso nell’incavo del braccio.

Vediamo un po’ come procede la settimana entrante. Pilates e Yoga son fissi e avrò un giorno di corso in meno per via del 1 maggio. E si procede con le nuove avventure!

RACCONTI DALLA PALESTRA pt.1: L’OCCHIO CRUDELE

57262805_2384010221872864_4364807170789736448_nQuando mi sono iscritta in palestra, sapevo che sarei venuta prima o poi a contatto – anche se in modo superficiale, data questione linguistica e mia asocialità – con la “fauna” di questi luoghi. Persone, uomini e donne, che fanno dello sport e dell’attività fisica un pilastro e sono lì da mesi se non anni. Se da lettrice e bibliofila accanita sono pienamente consapevole di quali siano le paturnie dei lettori, degli intellettuali, della gente che vive la propria vita su libri, giornali e biblioteche, il solo pensare a quali siano i problemi e gli argomenti di discussione dei “palestrati”, mi metteva addosso un’ansia pazzesca.

Perché lo sapevo. Lo sappiamo tutti. Chi va in palestra, non tutti forse ma la maggioranza, ha un occhio enorme puntato sul proprio corpo. Perfezioni, imperfezioni, ritmi da seguire, muscoli da modellare, peso da perdere, confronti tra il prima e dopo…

Io sono sempre stata molto disinteressata al corpo, soprattutto a quello degli altri. Qualcuno potrà dirmi che sono stata disinteressata perché sono di fatto molto magra e alta. In realtà, io sono stata bullizzata per il mio aspetto fisico sin da quando ero piccola e di sofferenza del corpo e di come ci si sente a essere sempre presi di mira perché imperfetti ne so qualcosa.

Sin dalle scuole elementari, sono sempre stata bullizzata per la mia altezza e per il colore della pelle, troppo chiara rispetto, si suppone, alla media italica… che poi quale sarebbe ormai? Senza trascendere nei discorsi razzisti, mi bastava non essere abbronzata per sentirmi insultare. O semplicemente essere me stessa, troppo alta, una giraffa, e come si sta lassù, ma ti annaffi i piedi la notte, etc.
Così cresci vivendo nell’eterna sensazione che la tua altezza sia un errore sulla tavola dei giochi, sei una stramberia da circo, una persona che verrà vista e giudicata sempre e solo per questo.
Passano gli anni e arriva il liceo. Vengo bullizzata per il mio naso, troppo grosso, per i miei peli neri (diretta conseguenza dell’aver la pelle chiarissima, naturalmente) che crescono ovunque, gambe, braccia, viso. Vengo bullizzata per gli occhialoni, perché sono oggettivamente la ragazza più brutta della classe (come decidono gentilmente di farmi sapere tutti i miei compagni, durante un’ora di buco, stillando una classifica femminile in cui appunto compaio per ultima). I ragazzi non mi considerano, mi insultano per anni per il mio aspetto fisico, mi danno due di picche a non finire. Le pseudo amiche del liceo mi portano dal parrucchiere per cambiarmi i capelli a loro modo, perché “così come li hai non vanno bene e dovresti cambiare”. E io come una maledetta stronza glielo permetto.

Questo è il sunto del mio percorso di accettazione corporea, in anni di scuola in cui il bullismo c’era ma non se ne parlava tanto e bene come oggi. Con il risultato che sono arrivata a 21 anni a sentirmi un cesso a pedali, convinta che lo sarei sempre stata e soprattutto convinta di esserlo veramente. Per poi operarmi agli occhi col laser e semplicemente scoprire che il mio era un problema molto più radicato, interno, psicologico. Io non mi sapevo vedere. Non mi vedevo per quello che ero ma per come mi vedevano gli altri. E gli altri, quelli che si erano permessi di giudicarmi o trasformarmi a loro gusto, avevano in testa parametri psicologici folli, mutuati dai loro genitori, dal loro background, dalle loro vite e esperienze. E io ho permesso per anni alle turbe psichiche altrui di danneggiarmi.

Io sono bellissima. Io oggi mi piaccio molto. Sono alta e ne vado fiera, sono magra e mi sta bene, ma sarei contenta anche se fossi meno magra o meno alta. Semplicemente mi accetto come sono perché mi guardo nel mio tutto, nella mia totalità. Ho imperfezioni come tutti e me ne frego perché, fatto salvo chirurgia estetica, tutti siamo imperfetti, ma non è quel tutti che poi mi importa. E’ che semplicemente io somiglio all’idea che ho di me ed è questa la cosa più importante. Ho tolto gli occhiali per vedere meglio, ho tenuto i capelli lunghi e lisci, esattamente come io li voglio, forse ho un naso grosso, non lo metto in dubbio, ma non mi importa più perché se nessuno me lo avesse mai criticato, a me non sarebbe mai venuto in mente di farlo. Ho le smagliature sul culo e la schiena, ma l’ho scoperto solo quando “amica” me lo ha fatto notare al mare, anni fa. Altrimenti io nemmeno saprei cosa è una smagliatura.

Questo per dire che quando ci sentiamo soffocati dai pareri altrui sul nostro corpo, poi alla fine quei pareri li introiettiamo dentro di noi. Smettiamo di vederci per come siamo e ci vediamo per come gli altri vedono. Ma anche il loro giudizio è parziale, compromesso, non universale. E quando questo succede da ragazzini, le cose si fanno più dure perché a 10 o 15 anni non si ha ancora la reale percezione di chi siamo.
Se oggi una persona venisse da me a dirmi “hai il nasone”, io direi “fottesega”. Sono adulta, non me ne importa più. Ma quando te lo dicono per anni, ogni santo giorno che vai a scuola, in continuazione, diventa il mostro, l’ossessione e quando ti guardi allo specchio, vedi solo questo. E sogni di strappartelo quel naso, sogni di essere ricca e rifartelo, sogni di ridurlo sfregandotelo con le mani, rimpicciolirlo con le mollette come faceva la Amy di Piccole Donne, inizi a detestare le foto, gli specchi, lo nascondi coi capelli. Questa è la follia del prendere su di sè la visione altrui. L’errore giovanile che può costare anni di paturnie e che per fortuna, in molti casi, va risolvendosi da sè e con un intervento chirurgico (nel mio caso quello necessario agli occhi).

E poi rincontri quelle persone dopo anni. E trovi che i ragazzi che ti avevano bullizzato ci provano con te o chiedono alle tue amiche se sei single (true story in ambo i casi per quanto mi riguarda). E tu, fieramente, ti prendi le tue soddisfazioni e li mandi a fanculo.

Ecco perché io avevo il terrore di entrare in palestra. Al di là del fatto che, come dicevo nel post precedente, si tratta di un non luogo per me, io non temo certo la fatica… ma il dovermi immergermi in un contesto in cui, non negatelo, le persone hanno la lente di ingrandimento sui difetti corporei.

Certo, in palestra c’è molta gente diversa, di diverse età, di diverse corporature. Ho visto persone molto magre, persone muscolose, persone con fisicità più prorompente e indubbiamente ci sono delle persone obese. Come è giusto che sia, perché tutti hanno diritto ad andare in palestra, non di certo soltanto le persone “perfette”. E io, da persona bullizzata negli anni, ho imparato bellamente a farmi i fatti miei. Non giudico, non mi importa niente, ognuno ha un percorso e sa come lo sta vivendo. Io osservo senza giudizio i corpi altrui.

Però… l’altro giorno è successa una cosa che mi ha sconvolta, ritrascinandomi in quel turbine di pensieri oscuri che cercavo di evitare proprio andando in palestra. C’è questa nostra istruttrice, si chiama Maria, è una ragazza greca a dir poco bellissima. E’ poco più bassa di me, molto magra e in formissima. Ha una forza ai miei occhi sovrumana. Regge un’ora di fitness, pesi, corsa, piegamenti, etc senza battere ciglio mentre io a metà lezione sua sono già completamente morta e attaccata alla bottiglia d’acqua. Ha due gambe scattanti, toniche, come è giusto che sia per una istruttrice. Delle braccia fortissime eppure sottili, che a guardare le mie e le sue sembrerebbero identiche a occhio non esperto. Solo che lei alza pesi enormi. Io al massimo un chilo per braccio!

Insomma, è una persona che ha curato il proprio corpo, che ha una resistenza pazzesca e si vede che ha superato molti limiti che io posso solo guardare col binocolo al momento. Sicchè, ho appreso con stupore estremo, mentre Maria era negli spogliatoi con noi donne del corso, che lei non si piace! Si è calata l’elastico del legging davanti a noi e ci ha mostrato una pancia, la sua, dicendo che sono otto mesi che cerca di riprendersi dopo la gravidanza. Otto mesi in cui ha perso 25 chili. E si fa schifo, la sua pancia le fa schifo perché non sarà mai più come prima.
E dicendolo, si toccava la pancia. Indicandola come fosse il suo mostro. E io e le altre guardavamo la pancia senza capire. Perché… non c’era pancia! Lo giuro, non c’era. O meglio, c’era come c’è per tutti, una piccola rotondità con l’ombelico, che si muove al tatto e oscilla come un budino. Ma era piatta, in formissima.

Maria ci ha detto che ha fatto esercizi di crunch, per mantenere la pancia come prima, sino all’ottavo mese. Glielo avevano proibito. E così, essendo troppo muscolosa, i muscoli del ventre le si sono allargati durante la gravidanza, e adesso sta a fatica cercando di farli stringere – se non ho capito male (barriere linguistiche argh) – col nuoto o comunque con una attività fisica che non riguarda i corsi che tieni (quindi fa anche altri corsi!!!).
E io la guardavo col terrore, con la paura dentro di me di tornare ad avere questo occhio terribile sul proprio corpo. Tutte le ragazze le dicevano “sei perfetta, sei bellissima, dove devo mettere la firma per essere come te” e lei diceva ” no, non lo sono, a voi piaccio ma io a me non piaccio ed è questo che mi fa soffrire”.

E che posso dirle io? Ha ragione. E’ lei che soffre. Ed è stato dilaniante per me capire che una persona così fit e in forma si veda brutta. Perché io non ci credo che questo occhio cattivo sul suo corpo le sia venuto da solo. Non ci credo che una persona che si sa autovalutare da sè, con QUEL fisico, possa davvero vedersi brutta. Mi chiedo quale sia la storia della sua vita, cosa sia successo per ottenere questa ossessione del corpo a livelli così crudeli, perché io ci sono passata e non ci credo che nasci con questa ossessione.

Un giorno, in un punto della tua vita, qualcuno ti ha detto “cicciona, cessa, nasona, trippona” e da quel momento in poi nulla è stato lo stesso.
E io poi, che vedo la gravidanza come un momento di puro terrore, come una cosa orrenda che eviterei volentieri (che sogno se si potesse avere un figlio sognandolo perché il pensiero di farlo fisicamente a me FA RIBREZZO ASSOLUTO), la guardavo e stupidamente pensavo “beh, se sapessi di poter essere come lei dopo, ci metterei la firma”, perché è una donna in salute, sta benissimo e a me non c’è niente più che spaventi del non essere in salute, ma DENTRO, non FUORI.
Perchè se c’è del peso in più si può perdere con la dieta e il movimento. E’ pesante, ma si può. Se ci sono difetti che non accetti, diciamolo pure, la chirurgia estetica ti può aiutare. E’ costoso e palloso farsi interventi, mette ansia. Ma ehi, si può FARE. Si può e si può migliorarsi.
Ma se la salute DENTRO non va… insomma, penso di essere stata chiara.
Per cui io penso che mi spiace molto per Maria e il suo occhio crudele su se stessa. Io non vedo di lei che i suoi bellissimi capelli lunghi e mossi, che lei forza e lega in una treccia affinché non la intralcino, vedo la sua allegria mediterranea che è come uno schiaffo in una lezione popolata da quasi tutte donne del nord, rigide, silenziose e perennemente al posto loro, nella loro perfezione di movimenti mai fuori luogo. Io vedo la sua energia, il suo essere vitalissima, un po’ militaresca nel suo modo di gestire le lezioni, quando urla in inglese o in olandese o in francese di strizzare il culo e viene vicino a osservarci e correggerci, un po’ sfottendoci e un po’ ridendo. Vedo una persona molto interessante, ne intuisco i contorni imperfetti, alle spalle, dal momento che ha deciso di aprirsi alle sue debolezze invece di tenere tutto per sè e lasciare che noi credessimo alla sua divina perfezione.

Vedo che una persona come lei gestisce un neonato di otto mesi e nel contempo fa lezioni, fa le coreografie da insegnarci e a quanto dice, fa anche altri sport. Vedo una persona che si cura, che pensa a sè e ad altri, che è molto rigorosa e precisa. Vedo una persona che chiede molto a sè stessa e, a volte, non ce la fa (alla lezione di ieri ci ha detto che non ha avuto il tempo di finire la coreografia perché il figlio doveva mangiare). Ed è quindi interessante, bella e umana. Perchè a me la gente che si spaccia per perfetta a ogni ora del giorno e della notte puzza di patologie mentali piuttosto gravi. La vita non è cercare la perfezione. La vita è vivere, tuffarsi tanto nel mare quanto nella merda, e vedere che cosa si può fare, che cosa succede. Tra sorrisi e lacrime.

L’occhio critico è un accessorio di cui davvero non abbiamo bisogno per vivere. Che resti appannaggio di certi settori lavorativi, dove è giusto che la pignoleria sfiori il patologico. Ma usarlo su noi come esseri viventi, non ha alcun senso. Siamo mortali, e già solo per questo direi che non saremo mai perfetti.

VADO IN PALESTRA?!?

Lo dico senza preamboli: ho deciso di andare in palestra. La qual cosa potrà sembrare una notizia da poco ai più – e certamente lo è – ma per me è stata una decisione significativa. Io sono una persona molto sedentaria e ho sempre vissuto una vita molto mentale – tra libri, studio, etc.  Questo essere mentale ha fatto male alla mia psiche e ormai da un anno, forse un po’ più (paradossalmente da quando mi sono trasferita in Belgio) ho iniziato a prendermi cura di me in tutti i modi possibili per tentare di risalire la china di uno stato depressivo non grave, ma che mi ha di molto rallentata in tante cose.

Il punto è che, senza girarci intorno, fare movimento fa bene e lo sappiamo tutti. Ma per me andare in palestra ha sempre rappresentato un po’ lo spauracchio, un non luogo dove io sentivo di non c’entrare niente e dove non sarei stata capace di fare niente.
Ebbene, ho deciso di provare a dare una opportunità a questa dannata palestra perché tutto il resto ha fallito. Hanno fallito libri di self help, che non aiutano in nulla, hanno fallito i miei scarsi e radi incontri con psicologi (quelli che mi era possibile raggiungere in modo gratuito), hanno fallito le mie prove di forza e le estati sudate sui libri senza concludere nulla. Quindi, palestra. Complice il fatto che qui in Belgio ci sono dei piccoli rimborsi per chi si iscrive, che la palestra è davvero vicino casa, che ho trovato un abbonamento a tre mesi davvero vantaggioso. Insomma, tutti gli astri convergevano verso questa decisione piccola ma importante.

Al momento, ci vado da circa due settimane e mezzo, ci sono andata ogni giorno tranne nel week end e sto seguendo un sacco di corsi. Sto seguendo Yoga, Pilates, BBB (al momento il corso più difficile, tutto con pesi braccia), Bodyshape (anche questo pesi e flessioni) e ieri ho iniziato anche Fatburning.

Con Yoga e Pilates non ho avuto problemi. Yoga è il mio grande amore di sempre, è stato solo un piacere potersi ritrovare a fare un’attività in cui mi sento davvero capace e che mi fa stare da sempre bene. Pilates, la piacevolissima scoperta: ottimo per i dolori di schiena, per chi è sempre seduto (infatti a lezione ci sono persone anche piuttosto in là con gli anni, a riprova che sono esercizi ottimali per i dolori di schiena) e per sciogliere le articolazioni. L’insegnante di entrambi i corsi, poi, è stata per me una vera scoperta. Si chiama Asya, è russa (ma tiene i corsi senza problemi parlando in inglese e olandese contemporaneamente), ed è una persona che emana un fascino oscuro e misterioso. E’ sempre vestita di nero, ha i capelli neri e una calma interiore traspare in tutto e per tutto quando parla, si muove e insegna gli esercizi. Flessibile come un gatto, inutile dirlo, paziente e serena, almeno in ciò che dona a chi la segue, è di certo la persona più interessante che ho individuato tra le tante che si affacciano nel mio mondo (dove io sono comunque sempre invisibile a tutti) e che osservo.

I problemi invece sono sorti con le altre discipline che ho elencato. Ho avuto conferma di essere un Tirannosauro Rex. Quando, nei corsi di pesi, flessioni, etc, si fanno esercizi di resistenza sulle gambe, non ho problemi. Non appena si passa alle braccia, riesco sì e no a tirar su un chilo a braccio. Sono davvero messa male. E la lezione di Fatburning, che di fatto è tutta improntata sul cardio (ergo sulla resistenza) l’ho dovuta stoppare a metà perché ero morta. Certo, era la mia prima lezione e vado appunto per migliorare questo aspetto del mio corpo, ma è stato abbastanza difficile come esercizio di autovalutazione.

I corsi mi hanno chiaramente detto che sono magra, alta e molto rispetto alla media di chi frequenta, ma nonostante questo ho poca resistenza, zero forza nelle braccia e mi stanco subito. E non ho muscoli dal bacino in su. O meglio, li ho ma hanno dormito bellamente perché alzare libri non fa testo come allenamento.

Preso atto di tutto questo, continuo i corsi fiduciosa, facendo di fatto quel che posso quando mi stanco troppo. Non aspiravo o aspiro a diventare una grande sportiva. Come ho detto all’inizio, l’obiettivo era di carattere psicologico e quello, come immaginavo, è stato centrato. Torno dai corsi con una iperattività, voglia di fare, di parlare, di muovermi che dura almeno due ore dopo l’ora stessa di attività. Sento palesemente un picco di energie che sale e improvvisamente tante delle paturnie nere che mi porto da mesi, anni… scompaiono. Non per sempre, ma mi lasciano in pace per due o tre orette.

Purtroppo, mi rendo conto anche da come sta andando questa attività che la mia condizione di base attuale era più pesante di quanto credessi. Perché una volta finito il picco di energie della palestra, sprofondare di nuovo nell’abisso prevede una caduta più lunga. Se sei sempre anestetizzato nella condizione di stasi e fallimento, non ti accorgi che c’è altro, che puoi risalire, risollevarti. Quando ti risollevi, poi, ti accorgi di quanto in basso fossi prima. Per non parlare del ciclo.
Proprio poco dopo essermi iscritta ho avuto una bella combo: ciclo più cistite pesantissima, tutto nello stesso momento. Sconfortata al pensiero di dover fare la mia prima settimana di palestra imbottita di antibiotici e antidolorifici, non ho però mollato, ci sono andata. Ed è stato scioccante notare come dolori, bruciori e quant’altro una donna possa provare in quei giorni, siano semplicemente scomparsi nelle ore di attività. Per poi riaffacciarsi qualche ora dopo, chiaramente. Ma per me, che ho sempre sofferto di dolori atroci per il ciclo, avere un leggero attenuarsi è oro. Mi vien da pensare: l’avessi fatto prima!

Il problema è che la palestra richiede costanza, è come una droga e chi fa sport da anni a livelli alti secondo me lo sa. Adesso finalmente capisco come mai le persone a livelli alti che fanno sport sono così competitive e ossessionate dal corpo. Fare movimento ti droga a livelli allucinanti, ti cambia l’umore. Come in tutte le cose, il troppo stroppia, per cui ciò cui aspirò è più che altro la costanza. Cosa in cui sono notoriamente un fallimento.

Ma complice il fatto che ho pagato per tre mesi, mi sento stimolata a non sprecare queste risorse che ho letteralmente investito per me stessa, e per ora sto riuscendo ad andare a un corso ogni giorno.
Non posso non riportare qui nel mio blog il pensiero che ho fatto il primo giorno di corso, in cui sono uscita dalla palestra praticamente zoppicando. Ho finalmente capito cosa provano le persone che mi dicono sempre: “Ma come fai a leggere così tanto e così velocemente?”
Eh. Come faccio? E come fate voi ad andare in palestra e sollevare tre chili a braccio o anche più? A fare dieci flessioni senza crollare. A fare il plank (io non riesco!)? A correre mezz’ora e respirare nel contempo? A coordinare i movimenti su uno step senza sbagliare, e andare a sinistra mentre tutti vanno a destra? Semplice. Costanza, allenamento, mesi e anni di perseveranza. Solo che a me leggere è sempre piaciuto, allenare la mente non è mai stato un problema, anzi.

Quando si parte da zero è sempre durissima. Ma è arrivato il momento di pensare un po’ anche al corpo.

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MARIE KONDO: VITA DA BUTTARE

Dopo l’uscita della serie Netfix di Marie Kondo, la ragazza giapponese che della sua passione per l’ordine estremo ha fatto un lavoro e un famoso libro – che la sottoscritta ha letto e messo in pratica in maniera ragionata – ho deciso di dare una seconda mano di pulizia per disfarmi della roba, abbigliamento nello specifico, che non uso più e che si trova al momento nel mio armadio barese. Dove, come si può immaginare, conservo cose che non ho portato in Belgio e che di fatto uso molto poco, solo quando sono qui. Avevo fatto svecchiamento Kondo d’estate, adesso lo sto facendo d’inverno.

Ho pensato al senso del metodo Kondo, al fatto che spesso non buttiamo cose perché leghiamo a esse ricordi, pensieri, insicurezze, una serie di contenuti che nulla hanno davvero a che fare con quegli oggetti. Ed è vero. La maggior parte degli oggetti che oggi ho pensato di buttare e che non uso più da tempo conservavano con la loro immagine dei piccoli pezzi del mio passato. E riflettendoci, pensavo “se butto questa cosa, sarà come sputare in faccia a quel ricordo”. In realtà, continuo a ricordare tutto anche in assenza dell’oggetto: quello è solo lì a ravvivarne la memoria.

Ieri, parlando con un amico proprio di questo argomento, a proposito dell’imminente vendita dell’auto che ho a Bari, che ormai è solo di peso per i miei genitori (che ne hanno una loro), lui mi ha fatto riflettere sul fatto che sbarazzarmene forse mi fa più dispiacere per il ricordo che ne conservo (la comprai quando iniziai a lavorare, pagandomela da sola) che per la reale utilità. E in effetti, il dispiacere per il dovermene sbarazzare si è improvvisamente affievolito e ho concordato con lui che, semmai dovessi davvero aver bisogno un giorno di un’auto qui a Bari (nell’ipotesi di un fallimento progettuale all’estero) comunque potrei ricomprarne una usata e risolvere la questione pratica. Invece, la questione memoria, che pur merita una risoluzione, la svolgo così. Qualche post in cui parlo delle memorie che questi oggetti mi ricordano, per fissare pensieri, idee, ricordi. E cercare, così facendo, di alleggerirmene senza dispiacere.

IMG_20190113_224905.jpgTra le cose ritrovate oggi e di cui mi sbarazzerò, ho trovato questi pantaloni grigi. Io non uso pantaloni, li aborro. Ma quando iniziai a lavorare, le mie colleghe mi dissero che mi vestivo come una Bratz (ero nella mia epoca più marcatamente goth) e quindi per evitare giudizi, decisi di acquistare della roba da usare in ufficio. Roba che mai e poi mai avrei indossato, per l’appunto, fuori da lì. Poi vabè, col lavoro è andata come è andata, si sa. E quel pantalone è rimasto a memoria del tempo passato, mi va ancora ma non lo indosserei mai, nemmeno in un ipotetico nuovo ufficio. Il pensiero di gettarlo mi fa pensare in negativo al dovermi sbarazzare di qualche parte di me che avrei voluto recuperare… lo so. Ma non sarà recuperata, così come non tornerà quella esperienza lavorativa. Motivo per cui anche l’auto, in fin dei conti, ha esaurito il suo tempo.

IMG_20190113_224923.jpgAltro ritrovamento è questa borsa. Questa è stata la mia borsa degli anni in corso di università. Era nuova quando la comprai, e l’ho ridotta in brandelli per il troppo uso, l’ho trascinata per tanti esami, tanti corridoi, tanti giardini e pomeriggi con gli amici dell’epoca. Ci ho attaccato spillette collezionate in giro per il mondo, portachiavi regalati da persone importanti dell’epoca. E mai sono riuscita a disfarmene. La mia mente dice “non la userai mai, è troppo rotta e ora usi altro genere di borsa”, ma buttarla mi fa sentire come colpevole di dovermi sbarazzare di un oggetto che mi fu tanto utile. Era parte integrante della mia immagine all’epoca. Beh, la butterò e conserverò le spillette e il portachiavi. No Kondo, quello non lo butterò mai.

IMG_20190113_190632.jpgAltri ritrovamenti sono ancora più vecchi di questi! Questa spilla plasticosa è stata parte integrante della mia infanzia. Ero convinta che dalla pietra rossa si sprigionasse una voce che mi parlava da lontano. Questa voce mi narrava le storie che ero solita immaginare, e che attualmente fanno parte del romanzo che sto scrivendo. Per anni l’ho portata con me, fissandola e scrutandola tra luce e ombra. E la cosa affascinante è che non ricordo assolutamente dove io l’abbia presa, cosa strana a dire il vero.

cofAltro oggettino è questo bracciale. Una mia compagna delle scuole medie un giorno venne in classe con cinque bracciali e disse a me e altre ragazze, con cui avevamo un bel legame, di averle trovate sul letto al risveglio e di aver sentito una voce che le diceva di donarle a noi che eravamo legate a lei indissolubilmente. A differenza degli altri oggetti di cui sopra, questo bracciale mi lega a un ricordo che appartiene ad altre persone. Mi chiedo, guardandolo, se le altre quattro coinvolte dalla storia ricordino questa cosa, se conservino i loro rispettivi bracciali. Non posso essere sicura della risposta solo pensando al fatto che, come immaginabile, non ci sentiamo da secoli e non ci vediamo più, perché io stessa non le ho mai cercate. In realtà, ai tempi di Fb nascente, contattai la fautrice di questo dono, ma per un qualche motivo mai capito, non colse la mia idea di rivederci. Così, questo ricordo resta per me davvero svuotato, al contrario di quello universitario o lavorativo che, di fatto, mi han lasciato grandi esperienze nel bene e nel male.

IMG_20190113_190648.jpgQuesta mezza luna, invece, me la regalò un’altra di queste quattro ragazze (all’epoca facevano tutti a botte per essermi amiche, prima che diventassi la stronza acida e solitaria dal cuore arido che sono), e lei ne aveva uno uguale al collo. Non so per quanto lo conservò, o se lo conservi ancora. Comunque ne ho un ricordo bello, anche questo un po’ svuotato però.

IMG_20190113_190834.jpgQuesto braccialetto di Guess non è proprio qualcosa che avrei mai comprato di mia spontanea volontà, non avendo interesse per le marche, ma me ne fece dono una mia collega, ai tempi del lavoro. Ne fui felicissima perché sapevo che per lei era un regalo di valore e l’ho portato per tanti anni, tutti quelli d’ufficio. Ricordo che la mia collega mi chiese: “Sei sicura che ti piace? E’ un po’ diverso dalle cose che indossi.” e aveva ragione, era diverso, non aveva borchie ma brillantini, non era d’argento ma dorato… ma me lo aveva regalato lei e questo era tutto per me.

IMG_20190113_190746.jpgInfine, per questo post, inserisco questa crocetta d’oro e brillantini. Siamo alle elementari. Tutti i miei compagni fecero la comunione un anno prima di me e le maestre fecero a ciascuno di noi questa crocetta in regalo. Siccome io frequentavo una diversa chiesa, avrei fatto la comunione l’anno successivo. Ma le maestre mi diedero lo stesso questo regalo. Che simbolismo, eh? Comunque, non l’ho mai indossato…

 

 

A PERFECT CIRCLE, ANVERSA

Nella lunga lista di concerti cui ho assistito, l’assenza di un nome fondamentale ha sempre fatto sentire il suo peso nel corso di questi anni. Ho conosciuto gli A Perfect Circle per purissimo caso, come sempre accade quando incontro la miglior musica e i migliori libri, perché ai tempi andati – in epoca pre-internet – acquistai un giornale di musica al quale era allegato un disco di tracce sponsorizzate. E tra quelle canzoni, ce n’era una loro. Trovatami poi da Feltrinelli, acquistai a tipo cinque euro l’album originale Mer De Noms, la loro prima opera.

E fu amore a primo ascolto. In quell’album, da allora e per sempre credo, annovero alcune tra le mie canzoni preferite al mondo, nonché forse quella che metterei in cima alla lista di canzoni amate di sempre – quella che penso mi descriva meglio – della quale lascio qui il video per chi volesse averne un ascolto.

Ho continuato a seguirli nel corso del tempo, anche se non sono stati mai una band molto prolifica. Tutti i membri fanno parte di altri gruppi e di tanto in tanto, quando il chitarrista Billy Howerdel produce della musica interessante, se il cantante è libero e volenteroso – e spesso non lo è per carattere bizzarro – allora iniziano a produrre canzoni per nuovi album. Nella pratica, dopo due album molto oscuri prodotti nel giro di poco tempo, è seguito un terzo album, E-Motive, tutto fatto di cover, tra cui spiccava la magistrale Imagine di Lennon in chiave dark.

Poi il silenzio per molto tempo, sino all’uscita della Greatest Hits, contenente un solo nuovo brano – fantastico – By and Down. E quest’anno, finalmente, Eat The Elephant, nuovo album con sonorità molto sperimentali, diversissime da quelle dei primi album, sonorità che molti fans non hanno apprezzato proprio per via di questa diversità dai loro esordi.

A me, che l’album fosse diverso, poco importava. Perché avevo in mente una sola grande certezza: stavolta non mi sarei fatta sfuggire il concerto. Ora che mi trovo in Belgio e vicino ad Anversa, tendenzialmente ho la possibilità di assistere più spesso ai concerti che mi piacciono e sopratutto in maniera meno sbatti dei vecchi tempi, quando era necessario prender treni di svariate ore, dormire in stazione e fare viaggi apocalittici dal sud Italia al Nord… Non che io disdegni quei ricordi, anzi li ho sempre nel cuore come i giorni più belli della mia vita, o di certo alcuni tra i più belli. Ma il fatto di doversi sbattere fisicamente per andare a un concerto è un concetto su cui io posso ricamare romanticismo e farlo bene, MA esiste gente, molta gente, che i concerti li ha dietro casa e a un’ora di treno e di tutti questi casini non conosce ombra o spettro. In parole povere, l’idea di dover fare ogni volta una traversata atlantica per un concerto è ASSURDA. E tra concerti in UK e ora in Belgio, finalmente scopro di potermeli godere molto meglio così, quando sono vicina all’Arena o Stadio di turno. Arrivare, come facevo in passato, ai concerti già distrutta – non dimentico la giornata passata sotto il sole all’Olimpico, 40 gradi all’ombra, per vedere i Depeche Mode – non è una cosa poi così bella, specie se vuoi farlo spesso!

Ergo, concerto ad Anversa stavolta, prenotato quasi un anno fa, non appena è stato annunciato il Tour degli APC! Ho cercato in tutti questi mesi di non pensarci, a volte ho pure sentito una specie di pentimento per aver prenotato, perché ho iniziato a temere di essere delusa. Tutti dicono che la voce di Maynard non è più la stessa di prima, che i loro show non sono così belli, etc… Insomma, passare dalla versione album, che ascolto di fatto quasi ogni giorno, a quella live mi dava l’idea di un trauma difficile da gestire a livello sonoro. Ma alla fine il giorno è arrivato.

Come prima cosa, ho scoperto solo una volta all’Arena di aver prenotato un posto in piedi e non seduta (le belle cose di prenotare su siti in olandese), ma in ogni caso mi trovavo sul primo anello e esattamente di fronte al palco, quindi avevo una visuale perfetta del tutto. E, considerato l’andamento del concerto, è stato bene così.

Il concerto, dopo l’ora di gruppo spalla con una inquietantissima Chelsea Wolfe, che per me non fa musica da concerti, ma d’ambiente e che quindi ha lasciato il pubblico un po’freddino (più di quanto già non lo sia un pubblico belga a un concerto rock…), è iniziato esattamente alle nove.

Scenografia viola, blu, rossa. Il logo degli A Perfect come un occhio di Sauron e tre pedane sul palco, con Maynard su quella centrale. Sempre al buio, sempre in ombra, mentre le luci psichedeliche correvano dal chitarrista al bassista, scatenati sul palco. Di Maynard non ero sorpresa: so che non ama farsi vedere sul palco, che per scelta fa sempre i concerti in ombra o di spalle quando è con gli APC (non so coi Tool, però, se fa lo stesso). E, come regola del concerto, ci ha vietato l’uso di ogni apparecchio di registrazione. La qual cosa non mi ha fatto nessuna impressione negativa, visto che “ai miei tempi” non si usava stare tutto il tempo col telefono in mano a fare foto, ma che so aver lasciato una impressione distopica tra i ragazzini che li conoscono da meno tempo.

Il concerto è durato due ore, circa. Molti pezzi di Mer De Noms, ma non Sleeping Beauty, sigh, e soprattutto una Three Libras completamente remixata in una modalità più brutale e colma di chitarra esplosiva. Molto bella è stata Rose, immortale Judith, dove Maynard ha dato il meglio di sé con la sua voce che da dolce e sinuosa, di colpo si trasforma in un grido dolorante, quasi senza sforzo, come avesse un demone nelle sue corde vocali che decide di apparire a suo piacimento, per brutalizzare ogni nota delle canzoni. Hanno suonato Thomas e la cosa assurda è che durante il concerto la cantavo e non riuscivo a ricordarmi il nome della canzone! Hanno suonato Blue dal secondo album, Thirtheen Steps, ma soprattutto Weak and Powerless. Mi ha fatto ripensare al mio ex che me la dedicò, ma ripensavo non certo a lui quanto al motivo di questa dedica e in definitiva non posso dire che non sia stata indovinata. Lo sarebbe anche adesso, visto come procede la mia esistenza. Ma se posso rientrare in una delle canzoni degli APC, allora ben venga essere sempre a pezzi dentro…

Hanno suonato molte canzoni del nuovo album, tra cui Disillusioned (una critica ragionata all’uso degli apparecchi tecnologici e al tempo che ci sottraggono) è stata una bella sorpresa, il silenzio dell’Arena tra le note del pianoforte che resta solo con la voce di Maynard è stato magico. Ma la miglior resa tra le tracce del nuovo album, l’ha data Talk Talk, in cui tutta la sua rabbia vocale saltava fuori alla perfezione.
Una nota di demerito invece la consegno al pubblico belga. Sono dei morti viventi. Capisco che qui sia vietato pogare e surfare sul pubblico e che la cosa sia espressamente segnalata da cartelli all’ingresso delle arene, ma riuscire a stare immobili durante Judith era assurdo, come anche assurdo che non sentissi nessuno cantare tranne la sottoscritta. Ora capisco perché, quando vengono in Italia, gli artisti dicono sempre: “Siete un pubblico speciale, siete calorosi”. Io ho sempre pensato fosse una cosa che dicevano a tutti, perché mi pareva strano che concerto dopo concerto, questa frase saltasse sempre fuori.

No, cazzo! E’ vero! Posso confermarlo, non mentono! E non posso credere che nessuno conoscesse le parole delle canzoni, perché c’era tantissima gente adulta, della mia età e anche oltre, ergo fan della prima ora. Vabè, ora si potrebbe dire “ma a te che frega se gli altri non cantano e ballano, fallo tu!”.

L’ho fatto! Solo che mi fa sentire un po’ scema vedere tutta le gente intorno immobile con sguardo di pesce lesso. Per ascoltare pacatamente la musica c’è il computer, cazzo! Siete a un concerto rock, tirate fuori il demone!

Boh, vabbè! Dettagli. Comunque ho molto apprezzato il concerto, sarebbe stato il top se avessero fatto Sleeping o The Outsider, ma vabè, non si può aver tutto dalla vita! Sono molto contenta di aver inserito uno dei nomi più importanti della mia vita nella lista degli artisti che ho avuto l’onore di poter ascoltare dal video e in tale lista gli APC non potevano assolutamente mancare!

I DUE MONDI

Questa estate, Chiara Ferragni e Fedez si sono sposati.
Questo evento è stato, per molti, un momento di cultura generale da seguire e per altri invece un qualcosa di insignificante, da ignorare vuoi per disinteresse, vuoi per antipatia per i due personaggi, o per invidia. E poi, c’è gente che non aveva idea che i due stessero assieme, che si sarebbero sposati e che a malapena sa chi sia lei e di lui forse conosce sì e no la canzone con J.Ax.

american-casual-cellphone-1262971.jpgIn questo piccolo grande evento mondano, ho compreso in che situazione si trovano le persone che vivono oggi. Ventenni, trentenni e oltre, immersi in un mondo doppio. Un mondo in cui succedono moltissime cose, alcune delle quali visibili su canali tradizionali, altri invece che viaggiano su canali che, per buona parte di chi vive al mondo nel 2018, sono ritenuti ancora canali “alternativi”, di cui si può fare benissimo a meno in quanto non sono sempre esistiti. Mi riferisco ovviamente ai tanto amati e odiati social, che se sono appannaggio quotidiano di tanti ragazzi nati dagli anni 80-90 in poi, per le generazioni precedenti rappresentano uno spauracchio da evitare o delle piattaforme dove predomina una certa sregolatezza di uso e superficialità di contenuti.

Ovviamente, difficile non generalizzare con questi discorsi, ma conveniamo tutti sul fatto che esiste una buona parte della popolazione mondiale attualmente esistente che dei social se ne frega, non li usa, li scansa e se questo avvenga per età o per volontà di privacy, non è importante. Chi non ne fa uso c’è ed è una porzione sostanziale di umanità.

Ciò che però notavo questa estate è che sempre più avvenimenti importanti trovano il loro spazio sui social. Eventi culturali di cui altrimenti nessuno parlerebbe in tv o alla radio – spesso troppo interessate a un circondario che ormai è sempre più stretto, in un mondo sempre più grande e globalizzato – e soprattutto l’analisi del dettagli di eventi storici, antropologici, sociali.
Su Twitter, ogni evento viene commentato secondo per secondo. C’è un terremoto in Italia? Tramite l’uso di un semplice hashtag, in tempo reale potremo leggere i pensieri di chi il terremoto lo ha vissuto in prima persona e chiede subito conferma di non essersi sbagliato con le sensazioni, o avendo visto quel lampadario oscillare, di chi chiede addirittura aiuto o compagnia verbale per passare la notte in auto per paura che la casa gli crolli addosso, chi invece è lontano dal terremoto ma manda una frase o un pensiero di conforto, chi ancora più lontano vuole informarsi perché “in tv ancora non ne hanno nemmeno parlato”.

Altrove, la tela di un famoso artista si strappa durante un’asta. La notizia viene data in tv poco dopo, ma sui social i video dello strappo programmato da una cornice assassina girano già da prima, sono multisfaccettati, ripresi da diverse angolazioni perché all’asta c’era tanta gente.

Ancora, un ragazzo vive – anzi sopravvive – in un sito bombardato e flagellato dalla guerra e col suo cellulare ci mostra stralci del suo paese in rovina, parla nella sua lingua o in un inglese semplice, e tutti in giro per il mondo possono commentare le sue avventure, increduli che un bimbo così giovane possa vivere in una situazione così disastrosa. Eppure è vero

Sui social nascono polemiche, figli, coppie. Tra persone che fuori dai social non sono nessuno, il più delle volte, ma nei fatti coi social lavorano, guadagnano, si costruiscono le loro vite. Vite che per molti sono quotidianità da osservare come fosse normale, per altri non sono nulla, non esistono.

Poi c’è il mondo reale, fatto di strade, ponti che cadono, pioggia che inonda, persone che vivono, che viaggiano, che ogni giorno fanno tante cose complicate, studiano, lavorano, vivono la disoccupazione e cercano lavoro, si occupano di casa e famiglia. Televisione e giornali non parlano di loro. O meglio, ne pacopenhagen-bicycle.jpgrlano, perché quando si parla dell’Italia in crisi, del pianeta in crisi, della natura in crisi, dei problemi della società, sono queste persone – noi – a essere oggetto di tutti questi cambiamenti e trasformazioni. Ma il mondo reale vive di testimoni distanti e distaccati che parlano delle nostre vite come fossero cosa lontana, che non ci riguarda. Un politico neo-eletto minaccia di distruggere la foresta amazzonica per i suoi scopi economici? Lo dice il telegiornale, la cosa ci turba perché a scuola ci hanno sempre detto che è il polmone verde della Terra. Poi, dopo un po’, non ci pensiamo più.

Ma se domani un nuovo youtuber che vive da quelle parti diventasse famoso con un video virale “vogliono distruggermi casa!”, che succederebbe? Tutto il mondo inizierebbe di colpo a sentirsi vicino al problema. Lo youtuber potrebbe fare delle storie su Instagram, mostrando ogni giorno zone diverse, alberi, animali, o addirittura testimoniare il momento del taglio degli stessi, lamentandosene, facendo proteste, organizzandosi con altre persone… ed ecco che dal mondo reale, si sbarca di colpo al mondo nuovo, quello virtuale. Dove tutto ha più impatto, tutto ha più risonanza e anche la vita quotidiana di una donna o un uomo che cucinano o fanno cose normali diventa eccezionale.  

Poi però, come in tutte le situazioni, c’è il risvolto della medaglia.
Sempre sui social, leggi i pensieri della gente. Non quella che ti circonda. Non solo famiglia, amici, parenti e vicini. No. Leggi pensieri e opinioni su tutto da parte di tutti. Tutti. Persone della tua regione, del tuo Paese, persone che dall’estero si trovano a commentare i tuoi stessi post perché magari sai leggere in inglese o spagnolo o francese e allora ti spingi oltre i confini  linguistici per scoprire novità di ogni sorta su libri, make up, arte, medicina, politica.

adult-cellphone-communication-1350611.jpgE resti senza parole. Ti accorgi che esistono donne e uomini che pensano ancora che la Terra sia piatta, che i vaccini causino autismo, che la placenta si debba mangiare, che siamo dominati dagli Illuminati, che se il nonno di tizio si è salvato da una operazione a cuore aperto lo si deve a Dio e non al chirurgo. Gente che plaude a politici che per te sono palesemente degli imbroglioni – e della stregua di quelli pericolosi, soprattutto – che parlano di innalzare muri, gettare bombe, distruggere foreste e negare diritti a donne e gay perché lo vuole Dio, perché lo vuole il Paese, e così via dicendo. Ti rendi conto, uscendo dal mondo reale, fatto del tuo vicinato, dei tuoi pranzi con famiglia, del pub e la disco con amici fidati con cui puoi parlare di tutto, che esiste un mondo che non sospetti, che fa paura, in cui tu non sei nessuno, non esisti, o sei in minoranza. E allora osi parlare, perché nel virtuale puoi parlare con tutti e nessuno, dire ciò che pensi e che neghi, e lì ti rendi conto che le tue sicurezze vacillano, che ciò che credevi normale, il progresso, la fiducia nella scienza, nel futuro, negli affetti… non è la normalità.

adult-audience-celebration-260907.jpgTi becchi un vaffanculo, un piddino piddiota se sei italia, uno Remoaner se sei in Uk e hai per caso votato contro la Brexit e sicuramente c’è un termine simile per gli americani che hanno votato la Clinton e sono ancora più avvelenati. Ti becchi un “analfabeta funzionale” da quelli che sono analfabeti funzionali e siccome non hanno capito cosa questo voglia dire, ti appioppano l’etichetta che è nata grazie a loro. Dici che non vuoi figli perché non hai lavoro o perché hai troppo lavoro e ti becchi dell’egoista, della donna fallita, sei la Ferragni che fa tutte le cose – lavoro, famiglia, instancabile sui suoi tacchi e i mille aerei – e le commenta la becera del paesello dicendole che se non sa stirare lei non vale un cazzo. Sei un artista eccellente, fai vignette, fumetti comici e ti fai i fatti tuoi, ma arriva il politico di turno a dirti che sei una mezza sega, uno che non fa un cazzo nella vita, un sinistroide.

Recensisci libri, la cosa che ti riesce meglio, e ti vien scritto da gente che nemmeno ti conosce, solo per aver osato commentare negativamente l’ennesima castroneria politica, che sei una sfigata che legge troppo – come se leggere troppo fosse ora il segno di una sfiga allucinante, il distintivo del fallito, del perdente, di quello che della vita non ha capito niente.

Morale. Questa estate ho capito che questi due mondi non si parlano. Non si incontrano. Sì, qualcuno potrà dire che prima o poi questi risvolti termineranno, che si arriverà a un punto in cui i social saranno la quotidianità per tutti e quindi tutti saranno in grado di usufruire della doppia faccia, o della faccia più vicina, di ogni evento umano mondiale.
Ma adesso – in questa epoca – ci siamo noi. E io trovo spesso serie difficoltà anche con persone più o meno della mia età o poco più grandi a spiegare cosa faccio, cosa ascolto, cosa vedo, quali sono i piccoli e grandi problemi del quotidiano a cui penso, perché dovrei fare riferimento al mondo virtuale oltre che al reale. Ma per molti ancora quel virtuale non esiste.

Allora, eccomi, questa estate. Su una panchina a parlare con amici. Chiara Ferragni si stava sposando e facendo la festa in Sicilia. Io sapevo che avrei recuperato un po’ di video una volta a casa perché le storie durano 24 ore e ho trascorso la serata a parlare con gli amici di altro, del mondo reale perché non sapevano della Ferragni, ma io ero anche interessata a vedere qualche immagine del suo matrimonio perché la seguo e mi piace. Io sono nata negli anni 80. Sono nel mezzo. Conosco il prima e il dopo.
Nel mentre, sulla panchina affianco alla nostra, dei ragazzi seguivano l’evento in tempo reale sui loro cellulari. E sì, guardavano uno schermo – cosa che per molti è da stigmatizzare – ma erano connessi sullo stesso evento, tutti assieme. E non importa che l’evento sia il matrimonio di una ragazza italiana di successo o la diretta di un incidente terroristico ripreso da quelli che abitavano nel palazzo di fronte.

Si tratta della connessione dei mondi, della percezione di ciò che accade e di come la si vive insieme, come collettività. Questa scissione fa male e fino a quando ci sarà, almeno a me, manderà ai matti.