IL BARATRO

C’è un percorso, che si staglia su un baratro. Un percorso lungo e lento. E non so cosa vi sia sotto, ma so che non è concesso cadere. Non ne ho il permesso. O la voglia. E mi affretto ad attraversarlo, il mio percorso. E gli anni mi scorrono dietro, mi sfiorano al punto che di tanto non ricordo tutto. E qualcosa si perde.

Del resto, non posso voltarmi. È pericoloso. Non è concesso.
Mi affanno, incammino, cerco di non pensare alla meta, se ne esiste una, e quasi ci credo. Le credo e mi par di veder sorgere una aurora lontana che aspetta me. Anche me, nonostante tutto.

E allora che mi cade sulle spalle la zavorra, il peso di parole distratte, lame taglienti fatte di vuoto, che arrivano non dal basso, dove vi è l’impossibile. Ma da dentro, dove risiedono coloro che di quel percorso, per quanto lento, dovrebbero essere fieri. O spettatori silenti nell’ombra del mio Io.

Così, perdo l’equilibrio già instabile. Ed è come se quell’alba svanisse per me. E al suo posto s’accendesse una voglia di baratro. Sempre più profonda.

Ma non per me.

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MERCURIO IN VERGINE, RESTA CON ME!

E’ una settimana che Mercurio è rientrato in Vergine.
Ogni anno attendo questo momento con fervore perché è sempre sinonimo di risveglio intellettuale per me. Dopo la botta estiva che mi stende fisicamente e non, botta che in genere culmina a luglio ma quest’anno si sta protraendo molto , il rientro del pianeta del mio segno NEL mio segno è sempre gradito. Per altro quest’anno sarà lì per quasi due mesi, invece che i soliti scarni 25 giorni in cui non faccio a tempo nemmeno a prendere la penna in mano che già m’è sfuggito.
Così, dicevo, essendo entrato finalmente a casa, la sua vera casa, la mia produttività s’è impennata di botto. Lo studio procede benone – e come potrebbe essere diversamente visto che sono in clausura? – , non mi mancano libri interessanti da leggere e sto scrivendo un sacco, non solo per il mio romanzo ma anche per un paio di progettini interessanti che mi vedono coinvolta in attività di scrittura. Nel contempo, dopo gli sconti maledetti e FOLLI di luglio da parte dell’IBS e affari conclusi su Bookmooch, ho racimolato diversi pacchi da scartare, colmi di libri (e di cosa sennò), che evito di aprire soltanto perchè sono testi che voglio leggere fortemente e se li tiro fuori dai pacchi so che non riuscirò a centellinarli, come invece sto facendo con le letture attuali. Quando li aprirò, girerò di certo un video unboxing!

Siccome per il momento non sono in vena di fare video perché fa troppo caldo e non ce la faccio fisicamente a mettermi davanti a luci e non sono proprio in vena di parlare, comunicare e raccontare, questo è il mio aggiornamento del periodo, per quanto riguarda le letture:

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– ho iniziato la Tormenta di Vladimir Sorokin, scrittore russo contemporaneo – attenzione! – grande estimatore dell’amato Dosto. Da tempo volevo leggere qualcosa di suo e, visto che a desiderarle fortemente, a volte le cose accadono, l’ho trovato a metà prezzo in una svendita alla Zaum di Bari, a giugno;

– ho iniziato i Mercenari, il primo volume di un trittico di saggi storici sulla figura dei mercenari. Come si è evoluta la figura di soldato prezzolato, quali grandi condottieri si sono serviti di mercenari ( il mio amato Alessandro, fra tutti) e che tipo di armi e strategie hanno utilizzato nel corso del tempo. E’ un libro centellinabile perchè suddiviso in capitoli in base ai periodi storici;

– ho iniziato il Professor Unrat, di Heinrich Mann, fratello del più noto Thomas. Questo libro è veramente pesante, anche perché ho beccato una vecchia edizione Rizzoli del 53 da un giornalaio che svendeva libri vecchi a pochi centesimi. Non so dire se mi stia piacendo o no, mi astengo al momento da dare un giudizio;

– ho iniziato anche una raccolta di tre racconti cinesi di fantascienza, Nebula: fantascienza contemporanea cinese, trovata su Amazon in formato per Kindle, a pochi centesimi. Era consigliata da Francesco Verso, curatore di molti testi di fantascienza pubblicati in Italia, quindi l’ho preso a scatola chiusa. Unica pecca del file: metà di esso è occupato dai testi in lingua cinese, metà dalla traduzione. Ecco, ne comprendo l’importanza, ma della parte in cinese purtroppo non posso farmene molto! Va bene che sono in fermento culturale e devo imparare nuove lingue, ma non penso di farcela pure col cinese;

– sto completando, a fatica, l’Orlando Furioso, per un esame. E’ difficile. Come pensare di poter essere esaurienti con uno scrittore – per altro egli stesso della Vergine quindi prolisso in modo innaturale – che scrisse questo libro per anni e anni e anni? Difficile leggerlo, capirlo, apprezzarlo con cura alla svelta;

– sto completando la lettura del libro di Emily Autumn, cantante americana nota nel panorama alternativo goth – ora che ci penso, anche lei Vergine e per altro nata il 22 settembre come me. Devo dire che ha buone doti di scrittrice, trovo la sua tematica scelta davvero di casa – la storia di due donne che a distanza di secoli si ritrovano in manicomio e devono sfuggire al nemico numero uno, il Medico. E’ proprio un trauma di noialtri del 22, evidentemente, questa paranoia per la figura medica foriera di terrore.

Per il resto, mi attendono un sacco di cose da fare ancora, da studiare. Vivo di agende, per qualsiasi esigenza: liste, listarelle, elenchi, pianificazioni, to do, bullet journal coi quali navigo in un mare di fogli, raccoglitori e matite colorate, per fingere che non faccia così caldo in questo angolino di stanza da cui scrivo, di fronte alla finestra della notte.

E’ così che va l’estate 2017…

LA SCALA

Ieri sono andata a studiare nella sala lettura della Biblioteca di Medicina. In questi giorni caldissimi, una sala lettura con aria condizionata e di fatto praticamente vuota è una manna dal cielo per me.

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Mentre mi guardavo intorno, tra una pausa e l’altra, mi sono accorta di un cartello che segnalava  una sala lettura anche al primo piano. Incuriosita dalla cosa, desiderosa di vedere quanto altro spazio vi fosse in questa struttura, ho seguito il cartello sino a una porta.
Varcata la porta, mi sono trovata in un androne gigantesco e totalmente vuoto, occupato solo da una grossa scala verde di ferro con i gradini a graticola. La scala tangeva le pareti in salita, sino a condurre al piano superiore, dove s’intravedeva una porta allineata a quella da cui ero venuta.

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Ho iniziato a percorrere la scala, dapprima rapidamente. Arrivata a un terzo di scala ho avuto un colpo. Mi sono resa conto di essere sospesa nel vuoto. Attraverso i gradini a graticola sotto i miei piedi, vedevo il vuoto aumentare, gradino dopo gradino. Più mi spingevo in alto, più mi allontanavo dal pian terreno e iniziavo a sentirmi a disagio. Fino a che non ho iniziato a sudare freddo e il cuore ha iniziato a battermi.
Proprio come quando dall’aereo guardo il pavimento della pista allontanarsi dal finestrino. Ed è quello il momento in cui sto peggio, in genere, il momento di distacco e di totale assenza di punti di riferimento.

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Mi sono messa a guardare come era stata costruita quella scala, i segni dell’intonaco lungo il lato che tangeva la parete. Ho pensato “adesso si stacca e cado di sotto e muoio”.
Intorno a me non c’era nessuno. Io ho davvero immaginato la scala cadere.
Presa dal terrore, sono salita di corsa e entrata nella stanza che desideravo vedere e di cui, in quel momento, non mi importava più nulla. Ho dato una rapida occhiata e poi sono ritornata indietro.

E per molti minuti non sono riuscita a scendere. Mi sono sentita molto stupida. Nei sogni mi capita spesso la stessa cosa. Salgo in cima a palazzi, colonne, scale. Poi, una volta in cima, ho terrore di guardare giù, mi sento cadere ma non so scendere. Nei sogni è sempre la stessa cosa: ho paura di scendere e non ho idea di come io abbia fatto a salire sin lì.
Alla fine, ho affrontato la scala con molta ansia e quando sono ritornata al pian terreno, sono andata via, rimuginando molto su quello che questa piccola cosa mi ha comunicato.

Oggi sono ritornata in quel luogo a fare una foto a ciò che ho visto, a quelle scale e alla prospettiva che mi ha spaventata… perchè ho la sensazione di aver ricevuto un gran messaggio inerente il cuore della mia traballante struttura, che in questi giorni reggo a stento.

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PERSINO UN MEDICO

Ci saranno presto molti cambiamenti nella mia vita, che spero possano evolvere in qualcosa di costruttivo e di positivo. Al momento non sono ancora nelle condizioni di parlarne o raccontare, ci sono dentro e li sto interiorizzando lentamente. Tra l’altro sto attraversando una fase di forte crisi e mi rendo conto, dall’andamento lentissimo che ha preso lo svolgimento delle cose che mi piace fare, che sto vivendo di nuovo una fase di leggera depressione. Se fossi lasciata a me stessa, credo che non mi alzerei dal letto. Ci sono già passata una volta, nel 2009 – come forse chi segue questo blog da tempo ricorderà – e ci sono ritornata, perché per carattere sono incline a vivere questo genere di down. Il fatto che questo stia succedendo in contemporanea con eventi di cambiamento è influente solo in parte. E, come spero, potrebbe rappresentare anche un buon motivo per uscirne quanto prima.

Nel frattempo, la cosa migliore da fare è attenersi al presente e al quotidiano, suggerimento sempre valido e che con me non ha mai fallito.
Ebbene, da circa un mesetto stavo tentando di prendere appuntamento dal dottore generico qui a Portsmouth. In maniera sorprendente, visto che in tanti anni non era mai accaduto, invece di darmi un appuntamento di li a pochi giorni, mi hanno stabilito un appuntamento telefonico col medico ben due settimane dopo. Ero perplessa non solo dall’attesa, ma anche dal fatto che l’appuntamento prevedesse il telefono. La mia intenzione era di essere visitata per il problema – niente di che – per cui ero andata lì.

Il giorno previsto per la telefonata, il dottore mi ha visitata… per telefono. Facendomi domande per capire cosa potessi avere. Non riuscendoci, ovviamente, ed essendo io alquanto inibita dalla conversazione che avrebbe potuto svolgersi con semplicità solo mostrando la parte del corpo collegata al problema – l’addome – ha deciso di darmi un nuovo appuntamento a oggi.

Nel contempo, degli hacker “burloni” hanno deciso di hackerare il sito internet dell’NHS, mandando al diavolo prenotazioni e database. Temevo che questa cosa avrebbe riguardato anche la mia visita, ma così non è stato. E oggi ho fatto la visita.

Dopo aver parlato di fatti medici e chiarito il tutto, il dottore si è messo a fare chiacchiera. Che poi io mi chiedo come diamine è che si lamentano di non avere spazio per gli appuntamenti e poi ogni santa volta mi tengono a chiacchierare per sapere che lavoro faccio?
Gli ho detto che sono una scrittrice, che ho un blog, un canale di libri e letteratura e lui, tutto contento, mi dice che anche sua moglie, che è spagnola, è scrittrice e sta lavorando a un distopico in stile George Orwell. Presi dalla conversazione, pensando che fosse una persona ok, gli accenno che la Brexit sta dando i suoi effetti sul lavoro del mio ragazzo, per sapere come la stanno prendendo lui e la moglie. E lui inizia a dirmi di come è contento che ci sia stata, che era ciò che ci voleva, perché così finalmente l’UK smetterà di dare i soldi alla Germania.

Alla Germania?

Un medico. Laureato. Persona colta. Mi ha detto davvero questa cosa. Questa fandonia che vanno ripetendo i populisti che non si informano, che dell’Europa non sanno nulla e non si sono mai presi la briga di consultare libri o siti ufficiali per sapere come funziona il sistema di retribuzione degli Stati per l’Unione.

E ancora mi stupisco di come, nonostante riceva ogni giorno sempre più simboli di delusioni da parte di un Paese che ho amato a cuore aperto per sei anni, io continui a rimanerci male. Cosa mi resta davvero da rimpiangere dell’Inghilterra, ora che mi rendo conto coi miei occhi, ovunque vada, che la gente è ignorante e razzista? Che perfino il mio medico generico legge il Daily Mail, l’unico giornale di merda che ha ancora il coraggio di scrivere che stare nell’UE significa dare soldi alla Germania, riempiendo di fandonie la metà dei cittadini di questo Paese?

Non c’è speranza per l’UK. L’aveva detto Neil Gaiman, all’alba del referendum: “Buona fortuna, Inghilterra. Ne avrai bisogno.”
E io non potrò che dire lo stesso, quel giorno in cui dovrò voltarle le spalle…

L’ARTE DI ESSERE FRAGILI

L’anno nuovo non è iniziato nel migliore dei modi.

Certo, poteva andare anche peggio di così, dal momento che al peggio non vi è mai fine. Tuttavia, col passare degli anni mi scopro molto più ottimista di quanto credo e quindi finisco sempre per vedere almeno un risvolto positivo, anche in prospettiva di una sequela di cambiamenti che stanno per asfaltarmi.

Diciamo che marzo, nonostante questa ondata di ottimismo un po’ forzato, è stato comunque un mese di merda, dove tutto ciò che poteva andare male è andato male, dove mi sono sentita sprofondare in un gorgo nero di pensieri da cui sono, almeno momentaneamente, sfuggita e che penso mi attendano al varco al prossimo periodo di scoramento.

Così, quando sono riuscita a prenotare il biglietto per la rappresentazione teatrale di Alessandro D’Avenia al Teatro Palazzo di Bari, ho creduto di essere stata finalmente baciata dalla fortuna. Avevo letto di questo evento da tanto tempo ed ero ben conscia dei salti mortali internettiani che avrei dovuto fare per accaparrarmi uno dei pochi biglietti che, essendo gratis e limitati, avrebbero attirato fatalmente un incredibile numero di persone.

Il giorno previsto dal sito online per la prenotazione non mi sono persa in chiacchiere o scoraggiata e ho iniziato a trapanare il tasto F5 del mio portatile malandato, nel tentativo di accaparrarmi il biglietto prima che fosse troppo tardi.

Ero già pronta alla disfatta, che sarebbe seguita pesante come un macigno sul petto – specie visto quanto avevo investito col cuore all’idea di poter vedere uno dei miei scrittori preferiti dal vivo – quando incredibilmente ce l’ho fatta! Ci sono riuscita.  I restanti giorni di questo mese infausto hanno di colpo preso una piega positiva e per tanti giorni ho avuto dentro me il pensiero di questo evento che, nei momenti di bassi, mi ha accompagnata mattina e sera.

Ora che l’evento c’è stato – ieri sera mentre scrivo – un po’ mi sento male per aver perso questa sensazione di compagnia che mi dava il sapere che per una volta ero riuscita a ottenere qualcosa che desideravo, che per una volta non sono stata la solita sfigata che non riesce mai a fare nemmeno le cose più semplici per riuscire ad avere tra le braccia ciò che vuole – complice pigrizia, condizioni avverse e talvolta anche il gioco amaro delle pedine della storia, come sta accadendo in questi mesi.

Ma una cosa è certa. Non dimenticherò mai la serata di ieri.

Il Teatro Palazzo era gremito di gente già due ore prima dell’inizio dell’evento. Un po’ mi sentivo strana – un po’ invece lusingata – nel vedere che la maggior parte dei partecipanti era di età molto giovane. Scolaresche e insegnanti, per dirla tutta. Sapevo che se avessi avuto sedici anni oggi, avrei partecipato a una giornata simile col medesimo spirito gioioso e ansioso, come quello che si ha quando si va ai concerti e non si vede l’ora di veder spalancare quelle maledette porte che ti separano dalla persona – o dal gruppo di persone – che con la loro arte hanno animato il tuo mondo devastato e in guerra e gli hanno dato degna musica, degne parole, degno colore.

Così mi sentivo io ieri. Quando le porte si sono aperte, tutti i ragazzi e le ragazze presenti si sono messi a correre, animati dalla passione amorosa che ben conosco, di chi ama con tutto il cuore una persona che non conosce, ma della quale ha scoperto il mondo tramite i suoi libri e vuole sentirselo vivere addosso. Trascinata dalla folla in corsa, assieme ai miei compagni di questa splendida giornata, mi sono ritrovata nella grande sala del Teatro, proprio tra le prime file.

Il palco era allestito a immagine e somiglianza di una classe di liceo. Banchi e sedie ai lati, al centro uno spazio vuoto dove, come immaginavo, ci sarebbe stato D’Avenia. Tutto intorno a me c’era un’aria viva e affamata. Mi trovavo di fatto tra scolaresche di adolescenti, un mondo che per fortuna ho abbandonato col diploma. Un mondo che ho detestato, odiato e che ha nutrito il cosmo nero del mio odio per l’umanità per cinque anni, lunghi, interminabili, che hanno bucato la mia anima senza che mi fosse possibile tornare indietro alla me che ero stata prima.

Osservavo con un misto di curiosità e di sospiri questi ragazzi, ancora invischiati in quel macchinario atroce che è la scuola e mi dicevo che la me di alcuni anni fa, la me di 16 anni, avrebbe davvero apprezzato essere lì. Sapevo, per sommi capi, di cosa avrebbe parlato lo scrittore. Ho adorato i suoi primi tre romanzi e ho iniziato a leggere il suo quarto proprio in questi giorni. E come è successo per gli altri tre, anche questo ha iniziato a parlarmi e rapirmi come solo il suo modo di usare le parole sa fare. Proprio per questo, perché io ero quella bambina ferita negli anni di liceo, la stessa persona cui lui si rivolge oggi, con molti e troppi anni di ritardo per me, ma per fortuna in tempo per i tanti che sono accorsi a sentirlo e vederlo, da quando questo viaggio teatrale da lui organizzato è iniziato.

Per questo osservavo i ragazzi intorno a me con un misto di invidia bonaria, pensando alla loro fortuna. Ma anche io, dopotutto, ero stata fortunatissima a poter essere lì e non potevo negarlo. Del resto, per via delle tante batoste prese a liceo, quella parte di me non è scomparsa lasciando spazio a qualcosa di positivo, ma è sempre rimasta viva in attesa di vendetta feroce o almeno di una spiegazione al perché di tanti anni vissuti così malamente. E in fondo, me lo meritavo questo monologo teatrale portato avanti da un uomo, un insegnante oltre che scrittore, che ha preso a cuore proprio il lato disagiato, ferito e sofferente dei giovani ai quali si rivolge ogni giorno.

Quando la campanella della scuola è suonata nel teatro, dando il via alle danze, dei ragazzi – comparse si sono seduti su quei banchi, penne in mano, le luci si sono leggermente affievolite e lui è entrato.

Io, sino a poco prima di vederlo comparire sul palco non credevo davvero esistesse. Ho questa mia capacità di idealizzare le persone, anche quelle che conosco e mi piace questa mia capacità, anche se mi espone a tante ferite. Non c’è cosa più bella che innamorarsi dell’identità di persone come fossero personaggi di un romanzo infinito. Quante sue lezioni, interventi e interviste ho visto su Youtube in questi anni! Quella a Milano su Dostoevskij, pioggia di invidia per gli studenti che hanno potuto godere quel momento dal vivo, o l’intervento sulla scuola e cosa fare per cambiarla. Li ho visti tutti, recuperati pian piano, quando avevo bisogno di sentire parole di conforto, anche un po’ cariche di rabbia se vogliamo, e di passione per la letteratura, quella passione che scorre nelle mie vene e che a volte sento come anacronistica, in un mondo che pur nella bellezza del suo progresso, sta perdendo per strada il valore delle parole, non quello estetico, ma quello più profondo, che scopriamo quando riusciamo a farle risuonare nel nostro petto per ricevere la cura dei nostri mali o la risposta alle domande, o le domande giuste in un momento in cui nulla più è chiaro.

Io so che lui è in grado di fare questo, in un panorama letterario francamente deludente, dove a farla da padrone vige lo strapotere di Wattpad e la disperazione dei distopici per giovani, dove la speranza si perde in finali prevedibili. Alessandro D’Avenia è molto criticato per il suo buonismo, per le sue posizioni di tipo religioso, per l’inconsistenza – dicono – dei suoi romanzi. Io leggo queste parole e mi sembra di sentir parlare di uno scrittore che non è lo stesso che credo di percepire io.
Eppure, nessuna delle critiche a lui mosse mi ha mai sfiorata dal cambiare idea su di lui, dal credere possibile nel cuore di una persona l’esistenza di un impulso alla vita che è lo stesso che conosco anche io, che segue gli stessi percorsi, perfino gli stessi identici libri o artisti. Ritrovare menzione di Salinas, mio poeta adorato, o della straziante vicenda sentimentale di Mandelstam e la moglie, o del Delitto e Castigo, nelle sue opere. Messaggi, lasciati così, tra le righe delle sue storie, che ogni volta mi fanno balzare in aria e dire: “Non ci posso credere, anche io sono stata qui, anche io ho pensato queste cose. Non sono sola! Non le vedo solo io queste cose, non sono pazza.”

Quando leggo ciò che scrive o lo sento parlare, la voce nel mio petto che brama di poter vivere di questa passione intellettuale si risveglia. Dorme già da molto, costretta a una delusione che ancora non è riuscita a superare, benché quella luce di liberazione sia sempre più vicina, a fatica, a morsi, a graffi, ma vicina.

Per questo sapevo di dover essere lì, di dover assaporare quella fortuna, quella sera fortunata. Nel posto giusto al momento giusto. Mi sembra di sbagliarli sempre, i posti, di recente. Di non indovinare mai il percorso che potrà portarmi dove desidero. Questo perché ciò che desidero a volte è velato di nebbia e di assurde insicurezze. Ma ieri non vi era nebbia alcuna: ero al posto giusto.

Lui è apparso sul palco, tra gli applausi e ha parlato a tutti, come meglio sa fare. Il suo monologo parlava di Leopardi, della possibilità di considerarlo non come il ben noto pessimista, come ci è stato trapiantato nel cervello in anni di scuola marcia e sterile, bensì come di un poeta innamorato della vita a tal punto da trasformare ogni suo desiderio, ogni sua disfatta e ogni sua riflessione in opera d’arte. Come ognuno di noi, visse fallimenti, passioni, voglia di fuggire e di conoscere, di amare. Come ognuno di noi, non più e non meno, visse la verità della vita, lo scoprire che non tutti i desideri possono realizzarsi. E nonostante questo, l’ostinato tentare, l’ostinato capire che soffrire può essere l’antidoto alla noia, al tedio, forse anche alla morte, perché è quando ci troviamo con l’acqua alla gola in un periodo di crisi che abbiamo davvero la possibilità di capire, di capirci, di splendere un po’ di più, di assaggiare ancora la portata dei nostri desideri e di poterci credere, di poter cavalcare ancora la speranza della loro realizzazione, o se non altro di poter assaporare l’energia che questa speranza ci dona.

In tutto il suo monologo, D’Avenia parlava di Leopardi. Ma soprattutto, parlava di sé. Della sua esperienza con il poeta, con la poesia, con la vita, coi giorni del suo rapimento in cui ha compreso chi voleva essere, diventare e perché. Credo che lo sentirei, se potessi, parlare per ore. Ha un modo impressionante di cavalcare le parole, che non è proprio dell’uomo che se ne sta in una stanza a leggere e pensare per ore. Eppure lui è anche questo, non può che esser così, essendo un insegnante e uno scrittore.

IMG_20170401_211952.jpgMa nel corpo e sulle labbra di quest’uomo esiste una passione viva e fiammeggiante, che non ha rivali e che si sprigiona da lui sino ad atterrare sul pubblico che lo ascolta con un impatto potente. Indossava una camicia bianca, un pantalone elegante. Uno sguardo giovane, i capelli ricci e dorati stonavano con questo suo abbigliamento serio e ancor più mentre parlava, mi pareva che persino le parole non fossero sufficienti a esprimere questa energia aggressiva che aveva dentro. Aveva preparato buona parte dei monologhi, lasciando all’improvvisazione il ponte tra di essi. Nonostante però inseguisse la memoria nel suo raccontare Leopardi e sé stesso, a me pareva che da un momento all’altro quel suo monologo non ce l’avrebbe più fatta a contenersi. E devo dire che di questo non mi ero accorta quando avevo guardato gli interventi registrati. Era la sua presenza, la sua fisicità a lasciar trasparire ciò e mi pareva che tutti se ne avvedessero perché tra i presenti non è volata mai una mosca. Ero impressionata da questo modo di veicolare le parole, come fosse in lui più la voglia di smuovere l’aria intorno a lui, di fare una piccola guerra col suono delle sue parole.

Ci vuole forza e sicurezza per parlare in questo modo alle persone ed è una cosa che gli ho invidiato molto. Le parole per me sono sempre state armi pericolosissime da usare con cura. Proprio per questo preferisco scrivere, ma resto in silenzio, quando posso, ad ascoltare. Quando si parla, si scava nel petto di chi ascolta, le parole hanno significati immensi, raccolti in anni di esperienze. Ogni parola, detta al momento giusto, o sbagliato, crea echi, distrugge muri o li costringe a innalzarsi. Non si parla a vanvera – non si dovrebbe – con le persone che ci circondano. Ci vuole delicatezza.

Lui riusciva a essere al contempo delicato, data la materia trattata, ma anche distruttivo. Ho percepito questo ruggito sconvolgermi dentro mentre inseguiva i suoi discorsi e si lasciava rapire egli stesso dalle sue parole. Non ho mai pensato che potesse esserci uno scrittore capace di fare tanto. Non parliamo poi di un insegnante… figura da me altamente odiata, capace di farmi venire in odio persino la letteratura, che se mal raccontata è solo sterile sequela di date, opere e scarna analisi di parole svuotate di contenuto.

Mentre D’Avenia parlava, ho immaginato come sarebbe stato sentirlo parlare per altre due ore di Dostoevskij. Cosa avrebbe raccontato di lui? Cosa avrebbe raccontato della vita dello scrittore che più amo al mondo e del quale più profondamente invidio la profondità oscura e torbida dei pensieri e la sua capacità di metterli su carta in un modo così ironico e pungente?

Non mi sono sufficienti due ore. Specie se emergono in mesi e mesi di aridità. Ma anche il pensiero che esistano persone così al mondo e io non sappia dove trovarle, no! Non mi è sufficiente. Io ho bisogno di parole e di persone come lui, ma non lontane, non irraggiungibili, non risicate. Ne avrei bisogno ogni giorno e l’unica cosa che posso fare, mentre attendo di indovinare il percorso che me le farà incontrare ancora, è imparare a riconoscerle. E a non perderle, come è già stato nella mia vita.

Così, mi sarebbe tanto piaciuto imbottigliare ogni singolo istante di questa serata. Non solo le sue parole, quanto la sua energia, la sua intraprendenza nel comunicare e nel contempo risvegliare in me questo morto addormentato che, più di una volta, pensa che sia inutile risvegliarsi. Se potessi imbottigliar questa sensazione, come fa il protagonista bambino dell’Estate Incantata di Bradbury, che imbottiglia il sapore della libertà dell’estate trascorsa lontano dalla scuola e l’assapora, l’avrei fatto. Sarei salva, mi basterebbe togliere il tappo e rivivere tutto come fosse oggi.

Invece, al mio servizio, non ho la fantascienza visionaria, ma solo la memoria. Memoria che di rado mi inganna sui dettagli, sulle parole, sui colori e le forme delle cose, ma ahimè, nulla può con le sensazioni. Posso riviverle, ripensare a ciò che sentivo mentre le vivevo in prima persona, ma non mi fanno sentire viva come quando ERO in quel momento, in cui lui parlava e io pensavo a diecimila cosa, vivevo diecimila vite nell’arco di sole due ore, riprogettando mondi, ripensando errori in una luce speranzosa, riformulando desideri in modo più chiaro, più epico, più gonfio di sicurezze.

Le sue parole, la sua energia, mi raggiungevano come particelle che smuovevano il sonno e la vita addormentata che ho dentro. Già adesso, a 24 ore da quel momento, sento ancora vibrare quelle idee e al contempo farsi strada di nuovo “le mie ali nere e il mio mantello” (cit.) che divorano la memoria e mi ricordano l’abito che devo indossare domani, quello che mi serve essere pur di esistere in questo mondo vorace, che se non sei attento ti schiaccia e nemmeno ti vede. Il nero è fondamentale, per nascondersi quando serve, per essere un pugno nell’occhio della luce quando vengono meno le illusioni e mi resta la chiara esigenza di verità e di realtà delle cose.

Però se potessi imbottigliare la luce che veniva da lui, tale che di tante foto fatte ieri, nemmeno una è riuscita a venirmi senza questo alone assurdo e infuocato che lo circondava, allora penso a come sarebbe diversa la mia vita.

Non si può inventare la luce, c’è o non c’è. Io so di essere nel buio, che è per me una cosa meravigliosa, come meravigliose le persone che si incontrano qui o la solitudine, ma talvolta sogno il contrario. Un po’ la invidio, l’ammiro, perché mi fa sentire ancora più buia, mi fa vedere quanto ancora più in profondità posso scendere a capire la vita, la gente, gli eventi. Più luce, più forte e mi sembra di vederci meglio di quanto ci abbia mai visto, a scoprire nuovi labirinti, nuovi pensieri mai solcati, mai attraversati prima con la mente. Quella luce che ti trapassa e sorpassa in un istante, illumina le pareti del tuo mondo, dove tu credevi esserci appesi questi quadri, questa pendola, quelle tende, quei monili del passato, quei diplomi, quelle maschere di vetro. E invece c’è anche altro, cose che non hai portato tu, cose che compaiono e di cui non riconosci la forma o la provenienza, te ne avvedi e resti di stucco e pensi: “Ancora, voglio un altro lampo di luce, devo scoprire cos’altro c’è in questi luoghi, sulle mie pareti, lungo i sentieri inesplorati della mia via.”

Ma non è facile trovare persone capaci di veicolare questa luce in qualcosa di grande. In molti la sprecano, in molti non si accorgono di questo potere e molti altri semplicemente non producono arte, di conseguenza non hanno modo di usare questo “potere”, se così vogliamo chiamarlo, ad uso di chi come me potrebbe servirsene per creare a sua volta. Non è facile incontrare persone così, specie se permani nel buio. Come ho già detto, c’è poca gente qui con me – buona compagnia – ma per mia fortuna ho imparato a riconoscerli, anche da lontano, anche da un libro o una canzone. L’unico mio rimpianto è che, per come sono, sia io a non sapere cosa fare per farmi vedere. E forse sono io che non voglio, in realtà. La luce brucia e io ho paura.

Per ora, preferisco restare con questa memoria nel cuore, che spero svanisca il più lentamente possibile. Ho un libro qui da terminare, che mi farà rivivere i pensieri della serata di ieri. E spero altri libri, nel futuro, altre parole da parte di un uomo che stimo e di cui inseguo e desidero una luce, una energia che ha il merito di spalancare porte e liberare anime imprigionate – non solo la mia, ma quella di molti che a quanto so gli scrivono e hanno visto questa luce anche più chiaramente di me.

E’ uno scrittore. Un insegnante. E’ un uomo. E’ una persona che ha preso dalla vita e ha restituito e restituisce ciò che ha preso. Lo sa e nella sua consapevolezza persegue il suo percorso. Fortuna per me, averlo intravisto in un mondo che scompare sotto il peso di un negativo inutile, quello peggiore e che ci sta rovinando tutti: non quello che ti scava dentro e ti aiuta a conoscerti, ma solo quello che ti affossa e ti convince che non ci sia più niente da fare, che ti dovresti vergognare se ancora ti azzardi a desiderare.

FROZEN: LOTTARE CONTRO LA DEPRESSIONE

Quest’anno sono tornata a Disneyland e ho avuto modo di constatare, non con particolare sorpresa, che il cartone di punta delle attrazioni di questo periodo è Frozen. Da amante dei film Disney ho visto Frozen anche io, uscendone devastata in fiumi di lacrime. Faccio parte di quel milione e passa di persone che regala visualizzazioni continue al video che si trova su YT.
Notevole come col passare degli anni, cresciuto di molto il mio cinismo nei confronti della vita, riesca ancora a vedere ai cartoni Disney come dispensatori eterni dell’illusione passata e infantile della poesia e bellezza della vita. Nonostante critici moderni ci tengano a mettere in rilievo il ruolo della donna sottomessa al principe di certe storie, quello che io ci vedo, da sempre, è un modo geniale e sempre sottile di riuscire a far passare dei messaggi psicologici tali da non turbare i bambini, che di fatto del cartone vedono la fiaba, i colori e i personaggi teneri o le principesse, ma allo stesso tempo tali da far riflettere una persona della mia età. Tali, anche, da far riflettere un giorno quei bambini che, cresciuti, ritroveranno l’atmosfera della loro infanzia e comprenderanno, crescendo, la verità che si nasconde dietro l’illusione della bontà della vita.

Avevo già provato tutto questo pensando alla Sirenetta, cartone di punta quando io ero bambina, che come non mai descrive esattamente ciò che poi è successo nella mia vita. Una ragazza che sogna un mondo diverso dal suo, che lo brama, che si llude che tale mondo possa fare la differenza rispetto a quello da cui viene e finalmente lo raggiunge, con sacrifici e distacchi, proprio inseguendo un sogno d’amore. Facciamo finta di non pensare che nella fiaba originale la Sirenetta muore e concentriamoci sul senso di questo post!

Dicevo, appunto, Frozen. Rivoluzionario per alcuni, banale per altri, Frozen narra una storia, per me, bellissima e molto significativa. I soliti pedanti hanno voluto vederci la rivoluzione per la donna: una principessa che finalmente non si fa salvare dal principe bensì dalla sorella, quindi che esprime il proprio potere di donna.
Bene, io in Frozen non vedo niente di tutto questo. Una cosa la condivido però, con tali critici: l’amore non è l’argomento principale di Frozen. Infatti, l’argomento base di Frozen è senza dubbio la depressione.

Come sono arrivata a questo assunto? E’ presto detto. Seguitemi nel mio discorso.
Abbiamo come protagoniste due bambine. Anna, la bimba socievole e iperattiva, ed Elsa, la bimba creativa e mentale, più pacata e, non a caso, la più grande d’età. Giocando assieme, un giorno Anna si fa male e rischia brutto. Elsa si crede causa di questo incidente e inizia a colpevolizzarsi di questa cosa sin da tenera età. I genitori, non paghi di questo, la convincono a tenere nascosto il suo “potere”, onde evitare di fare del male a qualcuno. Il potere nel cartone animato è la capacità di ghiacciare tutto e così facendo può costruire tante cose belle ma anche fare del male. La metafora è presto detta: Elsa ha un forte senso di creatività, di vita, è una sorgente vitale, non meno di Anna, e i suoi stimoli interiori sono così forti da avere il potere di farle fare grandi cose, ma anche di ferire chi le sta accanto. Questo potere interiore è la vitalità, la parte passionale di ciascuno di noi.

A seguito del divieto di usare il potere, mannaggia alla miseria, i genitori muoiono. Non vi è bisogno di dire che, a fronte della chiara sfiga dei personaggi Disney, questa è un’altra metafora. I genitori non hanno fatto un buon lavoro su Elsa (e nemmeno su Anna, poi ci arriveremo). Già prima della loro dipartita si sono preoccupati di tarpare le ali di Elsa, seppur con tutte le buone intenzioni. Con la loro morte, sulle due bambine cala un velo difficile da gestire e capire. Restano sole, con Elsa soffocata nella sua stanza e Anna privata della sua migliore compagna di giochi.

A un certo punto, crescendo, la vita si fa strada alla porta di Elsa, suo malgrado. Si deve sposare. E’la principessa di un regno e quindi ci vuole che qualcuno lo gestisca, insomma ci vuole un contratto che determini che si sta passando dall’età adolescente all’adulta. Bene, che sia matrimonio o diritto di governo, è questione di fiaba, la metafora è chiaramente il passaggio all’età delle scelte personali e delle responsabilità. Ma Elsa non è pronta e lo sa bene. Ha paura del mondo, paura di sé, paura di tutti, paura del giudizio su di lei. Soprattutto, oltre alle sue paure, è frustrata. Ha soppresso la sua creatività. Ormai lo fa da anni, sono anni che non usa il potere, sono anni che non gioca più con Anna o con nessun altro, non vede nessuno. Non esce dalla stanza. Usa dei guanti PROTETTIVI. E non dimentichiamo che non ci sono più i genitori, che non c’è più una loro influenza regolatrice nel bene e nel male.

Come dicevo, la vita si fa strada ugualmente, perchè è così che accade anche nella realtà. Elsa si fa scoprire, un po’ per errore un po’ perché era oggettivamente impossibile non riuscire a farlo, in quanto la vita ti scopre sempre, anche quando la eviti. E qui, si ha l’apoteosi della fiaba e della metafora della depressione. Elsa scappa, terrorizzata dai giudizi, dalla società, dalla paura di potersi esprimere, dal dolore, dal senso di colpa. Perde totalmente quel minimo barlume di interesse alla vita che le era rimasto in piedi nel buio del suo castello, all’ombra di domestici e della sorella Anna (appannaggio del rassicurante passato). Scappa via e si rifugia su di una montagna innevata.

La montagna è per eccellenza simbolo di solitudine, ma anche di altezza, di inarrivabilità. Fa freddo, c’è la tempesta, la neve. Elsa si trova sola ed è così triste e insensibile agli stimoli della vita, come accade per i depressi, che il freddo non la infastidisce. E qui, con una animazione bellissima dal punto di vista estetico ma agghiacciante se ci soffermiamo sul senso, parte la canzone madre di Frozen, Let it go. Elsa è triste, è stanca di sentirsi oppressa e finalmente da sfogo alla sua vitalità, alla sua passione. Si rende conto che il potere che tanto ha dovuto tenere nascosto può fare grandi cose. Questo è ciò che accade quando impariamo a convivere con la solitudine: abbiamo modo e tempo di capire chi siamo e cosa siamo in grado di fare. Purtroppo, però, questo non coincide con la guarigione dalla depressione. Elsa è ancora scottata e delusa. Si convince che questo suo potere non sarà mai accettato, che è meglio se resta sola e lontana dalla società (lontana cioè da tutti i campanelli d’allarme che la metterebbero in crisi costringendola ad affrontare la malattia, sorella compresa) e invece di usare la solitudine per fare riflessioni temporanee e tornare poi a casa ad affrontare la vita, prende la scelta più terrificante.

Non tornerò indietro, dice. Costruisce un enorme castello di ghiaccio, si veste con un abito fatto di ghiaccio (metafora ancor più terribile, anche il suo corpo smette di sentire la vita, la passione, non soffrendo il gelo dell’abito che lo copre) e nel castello si rinchiude, convincendosi che è meglio così, che questa è l’unica vita possibile per lei. Ecco così completato il percorso di depressione che, inevitabile e schiacciante, si impadronisce della sua vita. Elsa non muore, ma nemmeno vive.

La cosa che più mi lascia sorpresa di questa metafora è che la canzone Let it go, le cui parole del testo originale (ma anche le immagini a esso associate) parlano chiaramente di depressione e di rinuncia alla passione di vivere, è amatissima dai bambini. Persino io, quando l’ho sentita in filodiffusione mentre ero a Disneyland, non ho potuto reprimere un gridolino, perché l’adoro. E sono convinta che al di là della dimensione fatata del cartone, anche i bambini come me possano sentire che quella canzone è davvero molto triste. I bambini di oggi si sentono soffocati, secondo me, e non li biasimo, visto il mondo pesante in cui viviamo. In apparenza, Elsa è felice di rinchiudersi nel castello da lei creato, ma soffermandosi un attimo a pensare a cosa ciò vuol davvero dire, Let it go diventa una canzone di sconfitta, di solitudine. Certo, Let it go inteso come Lascia andare il tuo potere, la tua creatività, e mi sta benissimo. Ma dove? E come? Da sola in un castello di ghiaccio, vestita di gelo? Senza il confronto con la realtà?

Elsa ha imparato una grande lezione, la forza del suo potere vitale e creativo, ma non ha imparato che crogiolarsi nella solitudine e nascondersi al mondo non è la strada giusta per dare valore e rilievo alla sua bella personalità.

E qui, interviene Anna. Cosa rappresenta Anna per la mente di una persona depressa? Anna è il vitalismo fatta persona, è fiduciosa, istintiva, onesta, si appassiona di tutto ed è pronta anche a innamorarsi, poiché ha superato da un pezzo e brillantemente la fase di accettazione di sè stessa. Ora, lasciamo perdere che all’inizio prende una cantonata in amore. Questa è la fabia. Alla fine, è proprio Anna che si innamora e corona un sogno sentimentale, l’incontro col prossimo per eccellenza. Ma sappiamo che è Elsa il vero cuore della storia ed è per questo che sostenevo all’inizio che Frozen non è una storia d’amore. Elsa non ha alcun interesse nell’amore. Non può averne perché ancora non sa nemmeno chi è e come si faccia a vivere. Per cui chi ha detto che per una volta c’è una principessa che si salva da sola o grazie alla sorella, ma non grazie all’amore romantico, non ha colto che qui non c’era quel tipo di storia in ballo. Elsa non si deve salvare. Elsa si deve amare. Cosa che non le hanno insegnato a fare sin da bambina. Anna è sicuramente uno dei motivi per cui riesce a uscire dal castello, nonostante gli sforzi, perché Anna rappresenta (secondo me) non tanto la sorella, quindi la famiglia, quanto proprio la sua parte interiore vitalistica, che lei credeva morta (infatti Anna alla fine del cartone sembra morta… e invece si risveglia). Elsa e Anna sono i due volti dell’essere umano, portati all’estremo.

Elsa si salva da sola, decidendo di dare spazio alla sua parte vitalistica, decidendo di salvarla dal gelo e dal ghiaccio, dalla solitudine e dalle vette inaccessibili della montagna. Nella realtà, il percorso di un depresso è molto più complesso e non sempre vi è un finale così facile come quello delle fiabe, ma il bello di Frozen è anche questo, cioè che vi sia in fondo un lieto fine in cui credere.